Sandokan: l’epica ritorna in prima serata su Rai1. L’intervista al regista Nicola Abbatangelo
Nicola Abbatangelo, regista insieme a Jan Michelini, racconta la nuova serie tra sogno, avventura e identità. Appuntamento dall’1 dicembre su Rai1 per il ritorno dell’eroe creato da Emilio Salgari
Innovazione, tradizione e avventura si incontrano in Sandokan, la nuova ambiziosa serie che debutta su Rai 1 dal 1° dicembre. Una produzione imponente che riporta in vita l’universo creato da Emilio Salgari, a cinquant’anni dalla storica serie che trasformò la Tigre della Malesia in un’icona della televisione italiana. Nel cast internazionale spiccano Can Yaman, Alanah Bloor, Alessandro Preziosi, Ed Westwick, Madeleine Price e John Hannah. La serie è sviluppata per la televisione da Alessandro Sermoneta, Scott Rosenbaum e Davide Lantieri, e diretta da Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo.
Abbiamo conversato proprio con Nicola Abbatangelo, regista degli episodi 4 e 5, Singapore e Il cuore della giungla, che rappresentano un momento cruciale del racconto. Due episodi che segnano un passaggio decisivo nella serie, trasformando l’avventura in un viaggio emotivo, tra destino, appartenenza e riscoperta di sé.

Intervista a Nicola Abbatangelo
Spielberg ha detto che la regia è un privilegio, perché permette di dare forma ai sogni e alle paure. Condividi questa visione?
Assolutamente sì. È vero in modo quasi struggente. Ogni giorno arrivi sul set e trovi decine di persone che stanno lavorando insieme a te allo stesso progetto: questo già è un privilegio. Ma lo è anche sapere che il tuo lavoro entrerà nelle case delle persone. È una forma di magia. Io sono sempre stato affascinato dal sogno, dal cinema come luogo dove la meraviglia è possibile. Come nel teatro: si spengono le luci, si accende lo schermo e il pubblico viene catturato. E poi il cinema è anche una forma di difesa. Nella vita quotidiana dimentichiamo le cose importanti, e abbiamo bisogno di storie che ce le facciano rivedere attraverso la meraviglia. Per me il sogno non è mai evasione: è rivelazione. È più desiderio che fuga.
C’è stato un film che ti ha fatto capire che il cinema sarebbe diventato il tuo lavoro?
Il cinema di Spielberg, senza dubbio. La sua capacità di raccontare qualsiasi argomento mantenendo sempre uno sguardo umano è straordinaria. Oggi dire che il mondo è brutto è facile. Molto più difficile è spiegare perché vale la pena viverlo. Lui riesce sempre a farlo. A volte finisci un suo film e pensi: “È inutile continuare, è inarrivabile”. Ma poi, come regista, rubi piccoli pezzi da tutti. È un lavoro bellissimo: guardi il cinema fatto dagli altri per imparare a raccontare meglio il tuo.

La nuova serie su Sandokan
Cosa hai trovato di straordinario in Sandokan?
Il senso di meraviglia, innanzitutto. Anche nei romanzi. Fa quasi sorridere pensare che l’autore raccontasse luoghi che non aveva mai visto. Questo desiderio di andare oltre è potentissimo. E poi, in questa versione, abbiamo lavorato molto sulla origin story. Perché Sandokan è Sandokan? Perché è amico di Yanez? Come nasce l’amore con Marianna? Per me ci sono tre grandi temi. Il destino, quando qualcuno ti chiama all’avventura; la responsabilità verso il mondo, e quindi sentire le battaglie degli altri come fossero le tue; l’amicizia, perché nessuna grande battaglia si combatte da soli.
Come hai vissuto questo progetto?
Come una grande responsabilità. Da un lato volevamo confrontarci con un cinema internazionale, dall’altro non tradire la tradizione italiana. Ogni scelta è stata calibrata: quanto mostrare il magico, quanto restare realistici. Ma da questo è nato un legame impressionante con la troupe. Ti faccio un esempio: dopo una scena di battaglia, lo scenografo si arrabbiò perché avevo inquadrato delle tende stirate male. E io lì mi sono innamorato. Chi guarda le tende dopo una battaglia ama davvero il suo lavoro.
Che rapporto si è instaurato con Merlini, lo scenografo della serie, e con Michelini, tuo compagno di viaggio anche in altri progetti?
Con Merlini è stato meraviglioso: uno di quei professionisti che si entusiasma come un bambino appunto. Con Jan andiamo oltre il lavoro: ci siamo scelti come persone prima che come colleghi. Ci dicevamo: “Perché non possiamo fare questo tipo di cinema?”. E da lì siamo partiti: dai casting fino all’ultima scena, tutti con un’unica idea in testa.
Nonostante parli di cinema Sandokan è classificata come serie tv. Credi che oggi esista ancora una reale differenza?
Dal punto di vista industriale sì ma dal punto di vista creativo no. Quando entro sul set non penso: “Questo è cinema, questa è televisione”. Penso a come raccontare una storia. Io odio questa guerra “serie contro cinema”. Sono solo storie. E contano solo quelle.
Cosa può dare oggi Sandokan a chi lo scopre per la prima volta?
Spero, prima di tutto, gioia. Spero diventi quell’appuntamento familiare di una volta, come la videocassetta del sabato sera. L’abbiamo pensata immaginando la nostra famiglia seduta sul divano: dai bambini ai nonni. E poi c’è l’avventura, l’epica, le grandi domande archetipiche. Non posso spoilerare… Ma prometto che ci sono.
Margherita Bordino
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