Petite Maman, l’invisibilità come celebrazione del cinema

Il nuovo film di Céline Sciamma arriva in sala. Dopo la Berlinale 2021, Petite Maman viene presentato alla 19esima edizione di Alice nella Città. Un piccolo film fatto di grandi sentimenti e insegnamenti. Quanto è importante dire “ciao”, “arrivederci”?

Frame da Petite Maman (c) Lilies Films


Invisibilità, intimità e innocenza. Sono questi i diversi livelli tra cui si muove Petite Maman di Céline Sciamma. La regina di Ritratto della giovane in fiamme presenta il suo nuovo film in anteprima italiana ad Alice nella Città. È la storia di una bambina che deve fare i conti con la scomparsa della nonna a cui non riuscita a dire addio e con la sofferenza della madre. È un film al femminile. Un film che passa dal presente al passato e viceversa offrendo alla piccola una visione completa di quella che è la sua mamma e di come è diventata la donna che le è accanto. Petite Maman porta la piccola Nelly nell’universo infantile della madre. Un piccolo film che restituisce la semplicità del cinema. Di un cinema fatto di passioni, sentimenti. Un cinema diretto e personale. Petite Maman è in sala dal 21 ottobre con Teodora Film per poi arrivare nel 2021 su Mubi.

Céline Sciamma (c) Claire Mathon

Guardando Petite Maman mi è venuto in mento La vita da zucchina, in cui figuri come sceneggiatrice. C’è una connessione tra questi due film?

C’è questa connessione. L’idea del film Petite Maman mi è venuta  mentre si faceva la promozione de La mia vita da zucchina. Io lì effettivamente ho provato un grande piacere perché ho avuto la possibilità di scrivere qualcosa che però era destinato a un pubblico di bambini un pubblico di giovani e da lì mi sono molto concentrata quindi sulla scrittura. Ho cercato di indagare le modalità di espressione delle emozioni e gli insegnamenti che ho tratto  da quella esperienza, in quanto sceneggiatrice, sicuramente mi hanno fatto ricordare che tutto questo avrebbe potuto avere un’importanza e un effetto su tutto quello che sarebbe stato il mio percorso da sceneggiatrice e regista quindi sicuramente è un insegnamento che ha richiamato molto di quello che ho fatto successivamente.

Petite Maman è un film sull’invisibilità tra passato e presente. Come ci sei riuscita?

Questo è un film che dico sempre essere la celebrazione del cinema di tutto quello che il cinema ti permette di fare delle grandi possibilità che ti apre quindi è un film che si concentra sulla celebrazione del cinema, non su quella dei personaggi sull’eroismo del cinema piuttosto che su quello dei personaggi. In fondo il cinema è una macchina per viaggiare nel tempo  e quindi ti da anche questa sensazione di essere nello stesso tempo ma anche fuori dal tempo ed è in questo modo che ho voluto sicuramente che il film celebrasse questi aspetti. Quando giravo mi ponevo veramente delle domande molto semplici da un certo punto di vista.

Anche qui come in Ritratto della giovane in fiamme tornano colori come il bordeaux, il verde, il blu. Come mai?

Per me è importantissimo il colore e la sua idea e nell’ambito del mio film. Sono io stessa che mi occupo dei costumi e in particolare l’ho fatto in Petite Maman perché i colori mi fanno un po’ riflettere sempre su quello che è poi la bellezza del film stesso. Sono in qualche modo una sorta di matrice di quelli che  sono i colori che si attraversano quando si guarda un film. Nel caso di Ritratto della giovane in fiamme effettivamente volevo fare un film autunnale e mi sono resa conto che poi anche in questo caso ho riproposto questa stessa suggestione.

Un film che ha più livelli. La morte, il dolore di chi resta, la connessione con chi non c’è più… Cosa ti interessa arrivi al pubblico?

Io dico sempre che i film sono una sorta di iniziazione in qualche modo. Sono un tragitto che poi ognuno può fare anche da solo perché quello che è importante di un film è che poi ti rimanga dentro e che tu in qualche modo lo fai tuo, te ne appropri. Questa è la cosa che mi interessa. Capire che cosa è un film, che cosa è il cinema che effetto ha sullo spettatore e in che modo lo spettatore se ne appropria. Il film secondo me è in fondo un po’ una concezione, uno spazio però è anche un modo di proiezione in qualche modo personale e c’è un’immagine che secondo me può riassumere quello che vorrei che lo spettatore trattenesse, tenesse in mente di questo film: una madre e una figlia che escono dopo avere visto il film e che stanno correndo per cercare di prendere l’autobus però la loro corsa è una corsa diversa, corrono in modo diverso.

– Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.