Venezia 77. Pedro Almodovar dirige Tilda Swinton in The Human Voice

Pedro Almodovar e Tilda Swinton tra i più attesi alla Mostra del Cinema per presentare un cortometraggio girato in post lockdown. L’attrice, già musa di Luca Guadagnino e con il quale è tornata spesso al Lido di Venezia, ritira anche il Leone d’Oro alla Carriera

Pedro Almodovar e Tilda Swinton - Credits La Biennale di Venezia - Foto ASAC - photo by Giorgio Zucchiatti
Pedro Almodovar e Tilda Swinton - Credits La Biennale di Venezia - Foto ASAC - photo by Giorgio Zucchiatti

Algida, elegante e dallo sguardo smarrito. Una donna attende in silenzio. È l’attesa di una telefonata delirante. The Human Voice è il cortometraggio diretto dal regista spagnolo Pedro Almodovar e interpretato da una sempre straordinaria Tilda SwintonThe Human Voice è un piccolo contenuto cinematografico, di circa mezz’ora, qualcosa di molto interessante e anche colorato. In questo cortometraggio c’è tanto del cinema di Almodovar, dalle tinte rosso e blu agli interni della casa di Dolor y Gloria fino alle camicie a fiori spesso indossate dal regista. E al centro di tutto c’è una donna. “Una donna sola, un cane abbandonato. L’abbandono mi è sempre interessato, è innegabile”, dice lo stesso regista. The Human Voice è un evento Fuori Concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia che premia Tilda Swinton con il Leone d’Oro alla Carriera.

Tilda Swinton in The Human Voice di Pedro Almodovar
Tilda Swinton in The Human Voice di Pedro Almodovar

THE HUMAN VOICE DI ALMODOVAR E IL TESTO DI JEAN COCTEAU

The Human Voice di Pedro Almodovar è tratto da un testo teatrale di Jean Cocteau, che aveva già ispirato il regista spagnolo in La legge del desiderio, commedia assurda presentata a Berlino. In scena è presente solamente una donna, prima in attesa di una chiamata e poi al telefono. L’opera teatrale racconta di un momento complicato attraverso sospiri, movimenti, gesti: la rottura di un rapporto d’amore. Lo stesso avviene nel corto di Almodovar anche se con una decisa rilettura secondo il proprio stile. In The Human Voice la donna, dopo essere stata lasciata, attende che il suo amante torni a prendere le valigie e il cane. Lui però preferisce al confronto diretto una telefonata. Da questa telefonata non si sente mai la voce dell’altro ma solo quella della donna, ancora innamorata. “Per girare il film è stato inevitabile appropriarsi del testo. Sapevo lo avesse già fatto Rossellini con Anna Magnani ne L’Amore e anche Ingrid Bergman. Io volevo fare però qualcosa di quasi opposto, altrimenti non avrei riconosciuto come contemporanea la donna che attende di parlare con il suo amante”, dice Almodovar. “Questo film è stato una vera libertà: volevamo essere teatrali ma anche cinematografici, partendo dal punto naturalista fino a un ambiente fittizio. È stato un vero esperimento. Non ho voluto riscritto un classico ma l’ho digerito e fatto mio”. Protagonista di The Human Voice è Tilda Swinton, attrice magnetica che buca lo schermo con un monologo insaziabile di emozioni. La sua donna sull’orlo dell’abisso è convincente, seducente, avvilita dalla sua rabbia e dal suo dolore.

TILDA SWINTON “LEONESSA D’ARTE”

Tante sono le incursioni di Tilda Swinton anche nel mondo dell’arte. Di recentemente ha curato una mostra fotografica per Aperture con topos Orlando, la fluidità di genere, il doppio, ma già nel 1995 si è esibita tra Roma e Londra in una performance ideata dall’artista Cornelia Parker, sdraiata in una teca di vetro come assopita per otto ore al giorno per una settimana. Stessa performance proposta il 23 marzo 2013 senza preavviso al MoMA di New York. La vita di Tilda Swinton è intrisa di arte anche nel modo in cui viene gestita e vissuta. Lontana dai riflettori delle grandi città, vive felicemente in una grande casa a Inverness, nel nord della Scozia, insieme ai suoi due gemelli, il loro padre – il pittore e commediografo scozzese John Byrne – e il nuovo compagno di lei, Sandro Kopp, artista tedesco. Una vita e una carriera quelle della Swinton legate anche al Lido di Venezia. “I gemelli hanno imparato a camminare nei corridoi dell’hotel Des Bains, un’immagine un po’ in stile Shining, e il fatto che l’albergo non esista più mi ha ispirato una fantasia, magari tra dieci anni verremo qui con i nostri bastoni e magari l’hotel sarà riaperto”, ha raccontato l’attrice. E sulla storicità che la lega ai festival più importanti, aggiunge: “quando sono stata al festival di Berlino per Caravaggio negli anni Ottanta, mia nonna che aveva 86 anni mi ha dato una lista di tutti i suoi posti del cuore. Una volta lì ho capito che erano i luoghi della Berlino degli anni Venti ed erano quasi tutti nella Berlino Est. Il puzzle non si è mai più ricomposto, per me Berlino è rimasta quella degli anni magici della mia formazione”. 

– Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.