The Book of Vision: il film apertura della Settimana Internazionale della Critica

A Venezia c’è stata anche la SIC, la Settimana Internazionale della Critica. Come film di apertura ha scelto The Book of Vision di Carlo S. Hintermann. Il racconto di Carlotta Petracci

The Book of Vision
The Book of Vision

Che cosa succede a Eva? Cosa la spinge intimamente a cambiare? Perché porta il nome della prima donna? Sarebbe interessante approfondire questi argomenti con Carlo S. Hintermann, regista e co-sceneggiatore, insieme a Marco Saura, di The Book of Vision, il film fuori concorso che ha aperto la Settimana Internazionale della Critica di Venezia. C’è in questo progetto cinematografico un distillato di talento puro, non solo quello visivo del suo autore affiancato dal direttore della fotografia Joerg Widmer, quello di un maestro del cinema americano come Terence Malick che firma la produzione esecutiva, quello del cast tra cui spiccano nomi come Charles Dance o Lotte Verbeek; quello di LRNZ che cura il manifesto e la supervisione degli effetti visivi; a cui si aggiungono scelte ambiziose come l’approccio metacinematografico (la protagonista viaggia nel tempo attraverso un libro) e le tematiche filosofiche alte poste dalla medicina, eppure la narrazione stenta a prendere forma e decollare.

THE BOOK OF VISION: MEMORIE DI PERSONE COMUNI E NON

Rimane in superficie nei suoi aspetti speculativi, esattamente come non approfondisce quelli drammaturgici. Potremmo dire che ci troviamo di fronte a una storia di emancipazione, che ha come protagonista una donna, che riacquista autonomia e fiducia in se stessa cambiando il rapporto col proprio corpo, imparando ad ascoltarlo di nuovo, laddove la medicina e la vita moderna lo vorrebbero silenzioso. Come avviene questa illuminazione che ci riporta ad una concezione pre-scientifica della medicina, dove centrali erano l’ascolto, l’animismo, la magia? Ripercorrendo le storie e le memorie delle persone comuni raccolte nel libro del medico prussiamo Johan Anmuth, vissuto nel Settecento, un periodo storico di grande trasformazione, dove vengono poste le premesse per lo sviluppo della scienza moderna e della medicina come arte della cura di un corpo fattosi oggetto. Grazie a questo confronto immaginario, a questo vero e proprio viaggio nel passato attraverso le fantasie di altri personaggi, Eva trova il coraggio di scegliere per se stessa. E la scelta non è di poco conto, perché ciò che si gioca è la generazione della vita. 

The Book of Vision
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THE BOOK OF VISION: L’UNIVERSO FEMMINILE

Certamente un punto di partenza molto interessante ma forse troppo ambizioso sul piano narrativo. D’altro canto quand’è che passiamo dalla filosofia alla drammaturgia? Quando delle premesse, delle idee in libertà diventano materiale per costruire una storia in grado di turbare l’animo dello spettatore, sino a spingerlo a porsi delle domande capaci cambiare la propria visione dell’esistenza? Quando conosciamo molto bene ciò di cui scriviamo e sopra ogni cosa: il nostro protagonista. In questo caso il film pare peccare di uno sguardo troppo dall’esterno sull’universo femminile, anzi, non dovremmo neppure utilizzare questa espressione perché il fulcro dell’azione è Eva, che al contrario rimane sullo sfondo, tratteggiata velocemente come gli altri personaggi. 

The Book of Vision
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THE BOOK OF VISION: I RIFERIMENTI CINEMATOGRAFICI

Perché accade? Forse per dare più spazio all’universo fantastico dove si esprime al meglio il virtuosismo di Hintermann, che nel pressbook apre indubbiamente scenari quando afferma: “È come se Barry Lyndon decidesse improvvisamente di lanciarsi nello spazio: come nel fumetto ‘The League of Extraordinary Gentlemen’, le qualità straordinarie degli uomini hanno la forza di viaggiare nel tempo”? Forse perché fin troppo grande era il desiderio di esprimere e convogliare i riferimenti con cui era cresciuto: I Goonies, Labyrinth, La Storia Infinita, Ritorno al Futuro? Forse per colpa della fortuna mediatica di una serie come The Knick? Carlo S. Hintermann voleva fare e ha fatto molte cose, questo gli va riconosciuto, ma è venuto meno a un punto fermo del cinema, come arte della narrazione audiovisiva: il patto con lo spettatore. Nonostante gli occhi pieni di meraviglia per i suoi artifici il nostro viaggio non è stato affatto straordinario.

Carlotta Petracci

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.