Enrique Irazoqui, il cinema e Pasolini

Ha prestato il volto a Gesù nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini, stringendo con lui un legame profondo. A poche ore dalla morte, Marcello Faletra descrive carattere e pensiero di Enrique Irazoqui.

Marcello Faletra ed Enrique Irazoqui. Archivio Marcello Faletra
Marcello Faletra ed Enrique Irazoqui. Archivio Marcello Faletra

Il Pasolini di Abel Ferrara è da buttare”, così sentenziò Enrique Irazoqui (Barcellona, 1944 – 2020) all’uscita del film (2014). Le ragioni di questo rifiuto erano due principalmente: un attore sbagliato che fa film d’azione e la mancanza d’introspezione psicologica. “È un film adattato alle formule cinematografiche americane”. Quando gli ho chiesto cosa intendesse per “formule americane” mi ha risposto così: “Il nervosismo di Pasolini era tutto interiore, quello di Ferrara è tutto esteriore, tutto azione…”.
Era in pensione da molti anni. Aveva insegnato letteratura spagnola negli Stati Uniti dove oggi vivono i suoi figli. Si era ritirato a Cadaques con Ans, la moglie, nel sud della Spagna, una bella cittadina che si apre come una bocca aperta sul mare al confine con la Francia, la stessa città di Dalí. Aveva un carattere deciso, evitava qualsiasi espressione che potesse essere ambigua. Gli piacevano i “sì” e i “no” secchi, ma non escludeva il dubbio su certi argomenti di filosofia o problemi legati all’anarchismo. D’altra parte, certe esagerazioni fanno parte di un forte carattere come il suo che non si ritraeva in una disputa. Lo interessavano principalmente i temi che si possono condividere con un Buddha, o con un Nietzsche… o con Pasolini. E quando lo conobbe – non sapendo chi era – rimase indifferente, incerto. Fu Elsa Morante che lo portò da Pasolini. Enrique stava facendo un tour in Italia per raccogliere fondi per la resistenza antifranchista. Fu così che conobbe la Morante, Moravia, Fortini, Leonetti e altri intellettuali. Ma l’incontro con Pasolini fu decisivo, che da due anni cercava invano un volto che potesse rappresentare Gesù nel suo Il vangelo secondo Matteo.

Fino all’ultimo è rimasto un militante. La stagione antifranchista lo aveva temprato per il resto della sua vita”.

All’inizio Enrique, che aveva 19 anni, rifiutò di recitare la parte di Gesù. Era un ateo e un anarchico e non rientrava nelle sue intenzioni recitare quel ruolo, nonostante il denaro consistente che gli era stato promesso. Ma dopo ripetute insistenze accettò. I soldi che avrebbe guadagnato sarebbero andati a sostegno di un giornale antifranchista e di militanti in prigione. Durante le riprese ebbe modo di conoscere e capire non solo il Pasolini regista, ma anche il Pasolini tormentato, dubbioso, poeta, indagatore delle passioni e della miseria. Infine conobbe un Pasolini amico, come “se l’avessi conosciuto da sempre”.
Ho conosciuto Enrique una sera a Palermo con Franco Maresco che lo aveva invitato a tenere un incontro col pubblico. Il giorno successivo ci vedemmo nel suo albergo e poi andammo a cena. Parlava bene l’italiano. Sua madre era veneta di origine ebraica. Questa circostanza lo ha portato a far propria una certa idea di nomadismo dell’identità: “Sono spagnolo, ebreo, italiano e sono stato pure americano… insomma sono un ebreo anarchico”. Un nome come una terra che oscilla “tra quattro o cinque mondi” come recita un libro di Octavio Paz, che Enrique amava molto, e di cui condivideva l’idea che la libertà umana è possibile solo con lo smantellamento del capitalismo colonialista, i cui esiti disastrosi degli ultimi trent’anni sono sotto gli occhi di tutti. Fino all’ultimo non ha mai smesso di indicare le cause dei mali del mondo. In una conversazione mi ricordava l’importanza che riveste ancora oggi il collettivismo spagnolo, dove le terre appartenevano a tutti e la moneta era stata abolita, prima della reazione fascista di Franco.

Enrique Irazoqui. Archivio Marcello Faletra
Enrique Irazoqui. Archivio Marcello Faletra

IL MILITANTE IRAZOQUI

Fino all’ultimo è rimasto un militante. La stagione antifranchista lo aveva temprato per il resto della sua vita. Ciò nonostante, non era un personaggio tragico. Il riso di Enrique appariva d’un colpo come un satiro. Ma era un riso dolce, illuminato, che seguiva la fragilità della felicità. Era un riso che sospendeva ogni giudizio per aprirsi all’improvviso ad altro, anche al gioco. La letteratura era per lui il luogo privilegiato per silurare tutte le menzogne del mondo. In una mail mi scriveva che “gli uomini possono assomigliare agli dei, ma loro non assomiglieranno mai a noi. Questa è la loro alterità irriducibile che ci affascina”. Non era credente, ma credeva negli uomini che oscillano tra il sacro e il profano. Il sacro per lui era il mondo del lavoro, dello sfruttamento, era il mondo del sacrificio cui gli uomini sono costretti e a cui gli dei spesso concedono il loro volto; il profano era l’uscita da questo universo concentrazionario.
E di Paul Valéry amava l’espressione “la cosa più profonda è la pelle”, quella stessa pelle che nei racconti di Pasolini si apre al mondo come una ferita, ma anche come un volto crudele e arrabbiato. E per questa stessa ragione amava la crudeltà dei film di Maresco, dove la verità del mondo appare come un’apocalisse, d’un colpo, senza mediazioni, senza la burocrazia del bello che scontorna il tragico per servirlo in un piatto “apprezzabile”. Non ha mai creduto nel “bello”. Anzi, mi disse, che “da qualche anno il mondo puzza di bello, rifilato come aspirina contro le devastazioni del pianeta”.
Soffriva di cuore. Era sopravvissuto a due infarti. Adesso, il tempo per Enrique si è immobilizzato in quell’istante in cui la sua irreversibilità, compiendosi, acquista una specie d’eternità.

Marcello Faletra

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.