Cinema: a Giulio Mastromauro il David 2020 per il miglior corto. L’intervista

I bambini vedono e sentono tutto ma spesso vengono trascurati emotivamente dagli adulti, che li escludono dalle situazioni pensando di proteggerli. Il cortometraggio “Inverno” racconta queste emozioni. Ed è il Migliore Cortometraggio ai David 2020.

Inverno
Inverno

Inverno di Giulio Mastromauro è una stagione dell’anima. Lascia spazio alla Primavera ma resta incisa in ognuno di noi. Con questo film Mastromauro si aggiudica il David di Donatello 2020 come Migliore Cortometraggio. Il progetto nasce da un’emozione privata e personale e che abbraccia l’universalità delle persone. Guardando ai bambini e agli adulti, alla capacità dei primi di assorbire tutto e dei secondi di cadere troppo spesso nella trappola della protezione. La cerimonia dei David si svolge l’8 maggio in diretta su Rai 1 con la conduzione di Carlo Conti. Per questa edizione “particolare” non è previsto alcun red carpet né ospiti in studio. La cerimonia sarà del tutto differente, ma si ricorderà molto più delle altre, dando in questo momento un segnale forte al e dal mondo del cinema italiano. Il cinema che non si ferma e che come dice Mastromauro in questa intervista, è composto da persone che vivono un mestiere “di alti euforici e bassi patologici”.

Quanto c’è di veramente autobiografico in “Inverno”?
Ci sono tutti i ricordi di me bambino, non tanto di situazioni specifiche quanto di emozioni e di stati d’animo. Parlo di silenzi, di apprensione, di tensione. Tutte situazioni ed emozioni che nel corto si sentono, si avvertono e che sono l’elemento più autobiografico. Cercavo un luogo reale all’interno del quale raccontare queste mie emozioni e l’ho trovato nel mondo dei giostrai circensi. Un mondo fatto di gente splendida, pura. Con loro ho ritrovato quei valori che in qualche modo forse si sono un po’ persi in altri contesti sociali. La famiglia in quel luogo, la sua unità, è un valore ancora molto sentito.

È un corto malinconico?
Io sono classe 1983 e come tutta la mia generazione ho vissuto molto più gli spazi esterni e sono cresciuto con il mito dei giostrai, dei luna park. La giostra è un luogo pieno di contrasti: tanta gioia, tanta allegria ma anche tanta nostalgia, tante difficoltà che si devono affrontare. I giostrai devono anche dissipare i giudizi della gente. Lo sguardo rivolto a loro è sempre un po’ sospettoso. Spesso sono ritratti come realtà di zingari, di nomadi ma in senso dispregiativo. Io ho cercato di raccontarli al meglio in questa storia senza cadere nella vera finzione. Non volevo si percepisse come una storia finta. Ho voluto ambientare la mia storia lì perché ho avuto modo di conoscere molte persone che appartengono a quel contesto e le trovo persone sincere, piene di umanità.

In genere l’estate è la stagione in cui si imbattono i registi. Cosa rappresenta per te cinematograficamente l’inverno?
Il titolo è arrivato quasi prima della storia. L’inverno che volevo raccontare è una vera stagione dell’anima. Forse solo chi ha vissuto un dolore così, come quello che si vede nel corto, può capire fino in fondo. Non che altri non abbiano strumenti per capire, però io ho cercato attraverso il film di dare forma al dolore, l’ho elaborato e l’ho reinterpretato. Ho cercato di guardarlo e raccontarlo con gli occhi di chi lo ha vissuto. È stato quindi il titolo a cercarmi e non è legato alla stagione in senso letterale, è una metafora di ciò che una perdita lascia dentro. L’inverno arriva e logora. Logora gli spazi e gli ambienti. All’inverno segue la primavera e quindi la rinascita e il desiderio stesso della rinascita, però inevitabilmente l’inverno lascia dei segni e questi segni una persona li porterà sempre con sé.

Timo, il tuo protagonista, è un bambino ma in realtà è forse il più adulto di tutti…
È un’osservazione molto interessante. Io racconto il punto di vista di una famiglia e di quanto i bambini vengano un po’ anche sottovalutati. È come se in qualche modo si pensasse che il dolore è un’emozione che appartiene solo agli adulti, che solo loro siano in grado di percepirlo, affrontarlo, raccontarlo. Invece i bambini hanno gli stessi strumenti degli adulti anzi con meno sovrastrutture, ciò che gli arriva però non viene filtrato. Il bambino guarda l’adulto cercando delle risposte perché non ha molta esperienza, cerca di decifrarne i comportamenti. A tutti i bambini è capitato di cercare nei genitori, nei grandi l’approvazione, la conferma, il consenso di qualcosa. Una delle mission del corto era quella di raccontare quanto i bambini abbiano bisogno di sostegno più che mai in momenti di dolore, e anche di risposte che non cambieranno la sostanza però li faranno sentire meno soli.

Giulio Mastromauro
Giulio Mastromauro

“Inverno” è il cortometraggio che ha vinto il David di Donatello 2020. Cosa vuol dire ricevere questo premio in un periodo storico così assurdo?
Io mi sento fortunato ad avere vinto un premio così importante. Sono stato anche sorpreso e felice che l’Accademia abbia scelto di premiare un corto così personale, così intimo. Anche se in molti mi hanno fatto notare che è più universale di quanto io creda. Sono quindi doppiamente contento perché volevo raccontare una storia mia che fosse anche di altri. È questo l’unico obiettivo che ho. Quello di fare film per le persone, per il pubblico. Forse il primo complimento avuto per il corto l’ho ricevuto tra la chiusura del montaggio e il mix del suono, quando mi hanno chiesto ‘ma questa famiglia dove l’hai trovata?’. In realtà non è una famiglia, sono quattro attori di provenienze diverse, con esperienze diverse. Mi ha fatto piacere sapere che siamo stati tutti tanto bravi da fare in modo che la gente pensasse ai personaggi come a persone reali.

Chiudiamo con una nota divertente. In genere sul red carpet di un premio viene chiesto in modo scherzoso “dove metterai questa statuetta?”, tu hai già un’idea?
È una domanda difficilissima! Ha un valore talmente grande, inestimabile…. Voglio poterla guardare tutti i giorni perché quella statuetta sarà importante soprattutto nei momenti più difficili, quelli di sconforto. Il nostro è un mestiere di alti euforici e bassi patologici, quindi sicuramente starà in bella vista in modo da ricordare a me stesso che è questa la mia strada, è questo quello che voglio fare.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.