10 film (più uno) per conoscere meglio gli Stati Uniti

Il cinema americano che racconta storie dalla guerra civile a inizio Anni Novanta attraverso alcuni film divenuti cult. Stili del tutto diversi, da Soderbergh a Oliver Stone, da Woody Allen a Quentin Tarantino.

A trent’anni dall’uscita di Balla coi lupi, che rispolverò la leggenda del Far West, vi proponiamo una selezione di film che raccontano l’America dalla guerra civile agli Anni Novanta, fra violenza, passioni, sfumature etniche e religiose. Undici film per provare a capire un Paese che dal 1945, nel bene e nel male, tiene sospesa sull’Europa e sul mondo la sua longa manus.

Niccolò Lucarelli

1. STEVEN SODERBERGH ‒ SESSO, BUGIE E VIDEOTAPE

Il sesso vissuto in maniera problematica come punto di vista attraverso cui riflettere sulle debolezze e le ipocrisie dell’individuo, sulla difficoltà ad accettare i confini della quotidianità. La provincia americana fa da sfondo alla vicenda di una matura coppia sposata (Andie MacDowell e Peter Gallagher), la cui routine è sconvolta dalla visita di un ex compagno di college (James Spader, per l’occasione Palma d’Oro a Cannes come miglior attore); l’uomo ha infatti una strana vita sessuale, trovando piacere nell’ascoltare e registrare su videocassetta le confessioni intime delle donne, le loro fantasie, ma anche le loro fragilità e frustrazioni. Uno strano personaggio che s’inserirà nell’ipocrisia familiare della donna, aprendole gli occhi sul marito e la sorella, ma soprattutto su se stessa. Non ci sono eroi o antieroi, ognuno ha le sue macchie e i suoi raggi di sole, e, in mezzo, il gusto per il rischio. Opera a suo modo cecoviana, dal ritmo lento ma funzionale a interpretare le atmosfere psicologiche affrontate; Soderbergh non è autore moralista e si limita a sollevare il velo sullo smarrimento e l’incomprensione fra esseri umani che sperano di trovare nel sesso una facile panacea, in mancanza di quella fiducia, in sé e negli altri, vanamente inseguita. Un film a tratti claustrofobico, denso di solitudine come certe tele di Edward Hopper, cui fanno da contrasto gli scorci assolati di Baton Rouge.

2. OLIVER STONE ‒ WALL STREET

Il lato più cinico e affarista della società americana in un lucido ritratto, a sfondo leggermente idealista, che coglie l’edonismo reaganiano nelle sue manifestazioni di avidità, ostentazione di ricchezza, collusioni politico-finanziarie, e quel clima di arrivismo acutamente approfondito anche da Bret Easton Ellis in romanzi come American Psycho. Michael Douglas/Gordon Gekko conosce la Borsa come le sue tasche, ma soprattutto sa capire e anticipare le mosse altrui, anche utilizzando informazioni riservate. Charlie Sheen/Bud Fox è un giovane broker ambizioso, che ha per Gekko un’autentica ammirazione; quando riesce a diventare suo collaboratore, si apre per lui il mondo dell’alta finanza, dell’avidità; e, insieme, arriva quel senso d’impunità che la ricchezza sfrenata inevitabilmente genera. Ma il rispetto per il padre, operaio manutentore presso una compagnia aerea, porterà Fox a “tornare alle origini”. Stone realizza un efficace ritratto del sogno americano e dei suoi eccessi, criticandolo non dal punto di vista politico, bensì sociale: il denaro sembra aver cancellato il senso più vero dei rapporti, improntandoli all’ipocrisia. La stupenda fotografia di Robert Richardson regala scorci suggestivi di Central Park, di Manhattan, delle spiagge degli Hamptons, a voler significare l’indifferente maestosità della natura davanti alle meschinità degli esseri umani.

3. QUENTIN TARANTINO ‒ PULP FICTION

Il mondo del crimine visto dal suo lato più grottesco, fra crisi mistiche e comportamenti scatologici, violenza gratuita e paradossale solidarietà fra delinquenti. Tarantino dirige un autentico “teatro del crimine”, fra killer, spacciatori, scommesse clandestine, eroinomani, soldi da recuperare. Un cast d’eccezione (Samuel L. Jackson, John Travolta, Tim Roth, Harvey Keitel e Uma Thurman fra gli altri) per un film costruito come un gioco a incastri di situazioni (compreso un flashback) che sposta avanti e indietro le lancette dell’orologio, ed è anche un’amaramente ironica riflessione su come le situazioni della vita possono cambiare in maniera improvvisa e repentina, anche per il semplice caso, per un incontro sbagliato. Tecnicamente, la non linearità della narrazione fece scuola, ma nessuno ha ancora raggiunto le altezze di Tarantino, il cui “marchio di fabbrica” sono quei dialoghi brillanti che, nello spazio di poche frasi, passano dal surreale al quotidiano, dall’intellettuale al volgare. Miserie e bizzarrie della “zona grigia” americana degli Anni Novanta, raccontate però con uno stile cinematografico innovativo, che omaggia molti maestri del passato, a cominciare dal Federico Fellini di 8 e mezzo nella straordinaria scena del ballo a due Travolta/Thurman, sulle note dell’intramontabile Chuck Berry. Sullo sfondo, una Los Angeles pigra, solare, simile alla Roma dei film “poliziotteschi” italiani degli Anni Settanta, di cui Tarantino è autentico fan.

4. SAM MENDES ‒ AMERICAN BEAUTY

Ipocrisie, frustrazioni, morbosità, ma anche voglia di vivere, nell’America degli Anni Novanta, sorprendentemente non troppo diversa da quella dei tempi di Kennedy e McCarthy. Cinque meritati Oscar per un film profondo, elegante, poetico, che scioglie un inno alla bellezza della vita. Lester Burnham (Kevin Spacey) è un borghese medio insoddisfatto della monotonia della propria esistenza e desideroso di riscoprire l’intimità con la moglie Carolyn. Ormai insofferente alle convenzioni, lascia il lavoro d’impiegato per un posto di commesso al fast food, ma in compenso è ora libero di dedicarsi a se stesso, e cerca invano di far capire anche alla moglie, agente immobiliare in carriera, quanto sia importante per lui questa fase della vita. Non avrà il suo sostegno, tantomeno quello della figlia Jane, adolescente problematica che stringe amicizia con il bizzarro figlio del vicino di casa, ufficiale dei marines in pensione, e che ha sospetta il figlio sia omosessuale. L’amicizia fra lui e Lester (entrambi fumano marijuana) innescherà equivoci dai tragici risvolti, così come la strana attrazione che Angela (Mena Suvari), amica di Jane, prova per Lester, acuirà la distanza fra padre e figlia, nonostante i tentativi del primo di aprire un dialogo.
Sessualità, materialismo, pregiudizi, ricerca di amore e libertà dipanano una vicenda in cui, per tramite di Lester, Sam Mendes compone un inno dostoevskiano alla bellezza che può salvare il mondo, che consola dalla morte e nel segno della quale la vita è degna di essere vissuta.

5. ROBERT ALTMAN ‒ AMERICA OGGI

Da una selezione di racconti di Raymond Carver, Altman tocca i nervi scoperti di quell’America che “tira la carretta”, sorta di lato B del mondo dorato dei grandi finanzieri di Wall Street. Esiste anche un “dietro le quinte” dove la fatica e l’umiliazione sono il pane quotidiano. Otto storie che sono altrettanti squarci di luce sulla zona grigia della società, quella dell’American dream in formato ridotto, dell’America provinciale, sognatrice e a volte disperata: casalinghe, cameriere, cantanti jazz, genitori falliti sono alcuni dei personaggi di questo affresco cinematografico dal sapore teatrale.
Una quotidianità che in alcuni casi sfiora lo squallore e in altri lascia emergere, con occhio impietoso, la miseria materiale e morale di chi vive ai margini, costretto nella precarietà, anche affettiva; esistenze diverse eppure uguali nella sostanza, nell’amarezza che quotidianamente depositano sul fondo dell’anima, somiglianze da cui Altman trae una coralità a tratti poetica, a tratti tragicomica, a tratti decisamente sconsolante, con quella sensazione d’impotenza nel riprendere in mano le redini della propria vita che sembra caratterizzare tutti i personaggi. Ma non ci sono giudizi morali sui protagonisti, semmai una latente accusa a un sistema socio-culturale che non ha pietà per chi cade. Sullo sfondo, una Los Angeles fredda e buia, e, al di fuori, paesaggi di sterminata grandezza in cui la natura fa da padrona, indifferente alle vicende umane.

6. KEVIN COSTNER ‒ BALLA COI LUPI

Con il suo Balla coi lupi, Kevin Costner realizzò un toccante omaggio alla civiltà dei Nativi Americani e un affresco degli Stati Uniti subito dopo la guerra civile, quando la mitica Frontiera Occidentale era un qualcosa di estremamente fluido. Un ufficiale dell’esercito nordista (Costner), dopo un atto eroico in battaglia, viene decorato e ottiene di scegliere la propria destinazione operativa. Chiede di essere destinato in un remoto presidio della frontiera dell’Ovest, nelle praterie del Nebraska. Una scelta dettata dal volersi lasciare alle spalle l’orrore della guerra, ma in questo isolamento farà la conoscenza di una tribù Sioux, minacciata dall’avanzata delle Giacche Blu. Affascinato da quella cultura, e ben sapendo che presto scomparirà, l’ufficiale sceglie di vivere con la tribù, un gesto di “ribellione” che gli costerà i gradi. Con un’attenta ricerca storica e antropologica (l’utilizzo di attori Nativi, così come le scene recitate nella loro lingua), il film è un accurato ritratto, senza retorica o demagogia, della cultura dei Nativi, il cui profondo rapporto con la natura è amplificato dalla fotografia di Dean Semler, con paesaggi apparentabili alle raffinate tele di Charles Marion Russell, Carl Oscar Borg o Thomas Moran, che nella seconda metà dell’Ottocento immortalarono il vasto e turbolento mondo della Frontiera, attraverso uno stile pittorico non privo di senso epico.

7. WOODY ALLEN ‒ HANNAH E LE SUE SORELLE

Intrighi di coppia a sfondo familiare caratterizzano questo poetico, bizzarramente romantico film di Allen, che per una volta lascia da parte la sua magistrale e pungente ironia yiddish per uno sguardo denso di affettuosa comprensione sulle difficoltà della vita quotidiana, fra aspirazioni letterarie, gelosie personali, delusioni sentimentali e crisi religiose. Un affresco efficace e intelligente della società contemporanea, premiato con tre Oscar per la sceneggiatura originale e i migliori attori non protagonisti (Michael Caine e Dianne Wiest).
Il lieto fine, o comunque lo stemperamento delle tensioni e la soluzione alle frustrazioni, non indebolisce un film psicologicamente acuto, che ha nelle personalità femminili i suoi pilastri, capaci, anche grazie alla solidarietà di genere, di barcamenarsi nel caos di uomini per i quali resteranno sempre imprevedibili e misteriose. Uomini, da parte loro, impantananti in crisi d’ipocondria, velleità artistiche e incertezze sentimentali. Chiave del film la bravura di Allen nel “materializzare” il desiderio, non soltanto erotico ma anche e soprattutto spirituale, che va dal legame di coppia alla sfera affettiva familiare alla complicità fra donne; una ricerca continua dell’altro, che diventa anche un percorso di maturazione del sé. Una commedia sofisticata, gradevolmente intellettuale, che riesce però a rimanere ancorata alla realtà, un piccolo ma ben congegnato caleidoscopio di simmetrie “sbagliate” eppure necessarie, unica arma per parare i colpi della vita.

8. STANLEY KUBRICK ‒ EYES WIDE SHUT

Dal racconto di Arthur Schnitzler Doppio sogno il compianto Stanley Kubrick trae un capolavoro sul filo della realtà e dell’immaginazione, costruito come un labirinto denso di trabocchetti e giochi di specchi. La partecipazione a un’ambigua festa di compleanno spinge una moglie a confessare al marito alcune sue fantasie sessuali a sfondo extraconiugale. Sconvolto, l’uomo, affermato medico, viene travolto da un turbine di episodi legati al sesso: una dichiarazione da parte della figlia di un suo paziente deceduto, l’incontro con una prostituta malata di AIDS, una festa privata dove il sesso è utilizzato come un rituale di affiliazione esoterica di stampo pagano antico. Ne uscirà profondamente turbato, dopo aver visto da vicino le differenti gradazioni della sfera sessuale, le sue implicazioni morali, l’ebbrezza che porta con sé e le vertigini che causa. Il sesso costantemente accompagnato dall’idea della morte (Eros e Thanatos), a sua volta elemento speculare della vita. Ma, soprattutto, il sesso come momento di allontanamento dalla propria mente e, paradossalmente, dal proprio corpo, un’esperienza che sfiora Jung e Freud ma più ancora ricorda le pitture surrealiste di Paul Delvaux, cui certe scene del film rendono implicito omaggio.

9. PERCY ADLON ‒ BAGDAD CAFÈ

L’America vista con gli occhi dei turisti, in un surreale viaggio di scoperta di se stessi nel deserto del Mojave (caro a hippy e sognatori), in una torrida estate di metà Anni Ottanta. Dopo un litigio con il consorte, Jasmin, matura donna tedesca dalle doti empatiche, abbandona il marito e s’incammina nel deserto; arriverà in un’imprecisata località fra l’Arizona e il Nevada. Qui incontra Brenda, proprietaria del bizzarro Bagdad Cafè e del motel annesso. Pochi i turisti di passaggio, e le giornate scorrono pigre, ma Brenda è assorbita dalle cure all’impegnativa, numerosa famiglia. Intorno, un “coro” di figure surreali quali camionisti in transito, un pittore Nativo che vive nelle vicinanze, una prostituta che non parla mai, un campeggiatore. Per Jasmin si tratta di un mondo sconosciuto, di cui mai aveva sospettato l’esistenza, quando viveva in Germania. E sarà proprio il suo arrivo a stravolgere l’atmosfera ovattata del locale. Una favola sull’incontro fra culture diverse così come di individui che, per scelta o per le circostanze, sono rimasti ai margini; senza moralismi, Adlon traccia un sentiero per scoprire se stessi attraverso gli altri. Il film scorre lento, intriso di silenzio, proprio come le atmosfere dei luoghi che racconta, ma è un poetico e piacevole ritratto dell’America profonda e periferica, quella stessa immortalata da certe fotografie di Stephanie Cardon e dagli scritti di William Least Heat-Moon, quell’America circondata di vuoto che si può riempire con la curiosità di scoprirne i confini.

10. MICHAEL CIMINO ‒ IL CACCIATORE

Forse il meno spettacolare in quanto a episodi bellici, ma probabilmente il più poetico e doloroso film sul Vietnam, il capolavoro di Cimino racconta i risvolti umani e interiori di una delle tante guerre sbagliate del Novecento, scegliendo un punto di vista assai particolare: quello di un gruppo di richiamati al fronte dalle lontane origini esteuropee, operai dell’acciaio a Clairton, cittadina industriale della Pennsylvania, che ancora conservano usi e costumi degli avi, come la fede di rito ortodosso, il senso della famiglia, la caccia come rito d’iniziazione e di vicinanza alla natura. Un lungo e intenso prologo a quello che sarà il tragico “dopo” funge da splendido ritratto di un mondo che, una volta giunti in Vietnam, andrà in pezzi; a livello visivo, è stridente il contrasto tra la giungla vietnamita e i panorami della Pennsylvania, che i campi lunghi della fotografia di Vilmos Zsigmond fanno apprezzare nella loro differente suggestività. Un film a carattere letterario, che approfondisce la psicologia dei personaggi, in particolare il dualismo fra lo spavaldo Nick (Christopher Walken) e il prudente Michael (Robert De Niro), divisi dall’amore per Linda (Meryl Streep). Il parallelismo fra la caccia, la guerra e la vita trova nella roulette russa ‒ cui sono sottoposti i prigionieri americani in Vietnam ‒ il suo punto di dolorosa sintesi: la vita in fondo è una caccia e la morte non è troppo diversa dalla vita. Un persistente senso di perdita aleggia sulla vicenda: si perde l’idealismo, la fiducia, e il volto ghignante di De Niro con la pistola puntata alla tempia non è troppo dissimile dal celebre Urlo di Munch.

WOODY ALLEN ‒ RADIO DAYS

Gli anni d’oro della radio nei ricordi di chi, fra il 1935 e il 1944, era un bambino e guardava il mondo con occhi incantati, perdendosi con la fantasia nelle avventure del Vendicatore Mascherato, eroe di una popolare saga radiofonica. Ma ognuno dei familiari ha il suo programma preferito, un flusso di parole che rivela un mondo non visto ma ascoltato e immaginato. La radio diventa così la valvola di sfogo dal ménage familiare e lavorativo, uno sfogo comunque benevolo e mai amaro; il film è infatti anche un affettuoso ritratto del piccolo mondo familiare con i suoi pregi e i suoi difetti, che ha il suo centro nel quartiere dove abita un microcosmo di bizzarri vicini (gustoso cammeo di Judith Malina). Fra autobiografia e piccoli e grandi eventi storici (dall’invasione aliena suscitata da una nota trasmissione di Orson Welles agli sceneggiati d’avventura all’annuncio del bombardamento di Pearl Harbor), la voce narrante dell’ormai adulto protagonista (alter ego dello stesso Allen) accompagna gli spettatori nella dimensione di un mondo familiare ingenuo e sognatore, che, pur in mezzo alle difficoltà della vita quotidiana, non perde la sua coesione. Pur velata di poetica malinconia, l’atmosfera è quella di una commedia che sprizza gioia di vivere. E volti e voci dei suoi ricordi lontani, pur diventando sempre più flebili, rimangono persistentemente vivi, sbiadendo ma non cancellandosi, con la stessa forza degli orologi di Salvador Dalí. Quasi dieci anni dopo Manhattan, Allen si conferma poetico cantore della città di New York sul filo della memoria, avvicinandosi per certi versi alla Romagna felliniana di Amarcord.

 

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.