Intervista a Hélène Delmaire, artista che ha collaborato al film Ritratto della giovane in fiamme

Intervista a Hélène Delmaire, l’artista che ha collaborato con Céline Sciamma per la realizzazione del suo ultimo film. Colei che ha dipinto le opere che vediamo nel film e che ha dato una dimensione ancora più intima ed eterna ai personaggi del racconto.

Cinema: intervista all’artista Hélène Delmaire

Premiato al Festival di Cannes 2019 per la Migliore Sceneggiatura e con la Queer Palm, nonché designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, Ritratto della giovane in fiamme (in originale Portrait de la jeune fille en feu) mette in scena l’incontro tra due donne apparentemente opposte in tutto, accomunate dall’esigenza di scoperta e libertà, in un microcosmo in cui c’è molta solidarietà femminile lontano dal resto della società sin troppo maschilista. Céline Sciamma ambienta il suo film alla fine del 1700 e costruisce un mix perfetto tra il guardare e il guardarsi, tra i colori del mare e della terra, tra l’arte e l’amore. Sciamma, per la realizzazione di Ritratto della giovane in fiamme, si rivolge a un’artista, per avere una maggiore credibilità di resa e di dipinti che vengono costruiti scena dopo scena assumendo anche una funzione centrale nella storia. È qui che entra in scena Hélène Delmaire, pittrice francese che la regista racconta di avere scoperto su Instagram. Dal sodalizio tra le due prende forma uno dei film più belli del 2019, uscito nelle sale italiane con Lucky Red. Un film sulla memoria dell’amore e sulla potenza comunicativa dell’arte qui espressa in primis in pittura, ma anche in letteratura e musica. Del film, dei colori e della sua idea di pittura ne abbiamo parlato con la stessa Hélène Delmaire.

Come è avvenuto il primo incontro con Céline Sciamma?
È venuta semplicemente nel mio studio d’arte e abbiamo chiacchierato per alcune ore. Siamo andate subito d’accordo e credo che entrambe ci siamo sentite sulla stessa lunghezza d’onda. Poi mi ha fatto mandare la sceneggiatura e i suoi precedenti film e abbiamo iniziato a lavorare da lì. 

Cosa hai amato del suo film e delle donne che racconta?
Mi è piaciuta la spinta / trazione tra libertà e dovere, e il modo in cui ogni personaggio lotta nel gestirlo, andando quasi in direzioni opposte. Il personaggio di Héloïse passa dalla ribellione all’accettazione mentre risveglia in Marianne l’idea che è possibile andare contro ciò che la società impone, sia nella vita personale sia nella visione artistica. Mi piace anche il rapporto con Sophie. Sophie, sebbene è una domestica, è anche un’artista, come si vede dai suoi ricami. Rappresenta la forza e l’intelligenza delle donne contadine. Assurdo pensare che questo tipo di realtà, di conoscenza del mondo naturale sia stato visto come stregoneria. È il lato un po’’eco-femminista del film. 

Cinema: intervista all’artista Hélène Delmaire
Cinema: intervista all’artista Hélène Delmaire

Quanti dipinti hai fatto per il film? Quale è il più importante per te oggi?
Ho realizzato molte versioni dei due ritratti con l’abito verde, uno per ogni scena diversa. Poi ci sono i vari schizzi a carboncino e gesso, la miniatura, Heloïse e il suo bambino, ecc. Il più significativo per me è forse il dipinto del titolo che si vede nella prima scena del film. È quello su cui ho avuto più libertà e mi sono divertiva molto. Per me è il dipinto con più emozione. È l’incarnazione non solo dell’amore di Marienne per qualcuno, ma anche di un momento chiave della sua vita, personalmente e artisticamente. 

Per questo film hai dipinto la scena di un aborto. Nessuno lo aveva fatto prima. Cosa hai provato?
È stato davvero emozionante. È l’ultimo dipinto che ho fatto sul set ed è stato tutto dipinto di corsa, come fa la stessa Marianne, a tarda notte. Penso che sia un punto importante da sottolineare nel mondo di oggi, quando i diritti delle donne sono ancora minacciati così frequentemente, anche nei nostri cosiddetti “paesi sviluppati”. La contraccezione e l’aborto sicuro sono purtroppo lungi dall’essere un dato di fatto per molte donne. 

Guardando i tuoi dipinti mi viene in mente la vulnerabilità e il mistero dell’essere donna. Quale è il fine, lo scopo della tua arte, dei tuoi quadri?
Credo fortemente nell’empatia e nel diritto a essere vulnerabile, che è un argomento tabù nel nostro mondo. Le tematiche che sono tradizionalmente viste come femminili sono crudelmente carenti dei nostri valori fondamentali: intelligenze intra e interpersonali, empatia, cura degli altri e del nostro ambiente. Siamo a un punto di collasso ecologico, cosa che mi preoccupa molto. Quest’ansia è probabilmente incanalata nei miei quadri. Lasciare andare la mia malinconia e la mia disperazione al mondo attraverso la pittura è anche una forma di terapia.

Quale è il colore che ti rappresenta di più?
Tutti i colori sono belli quando li disponi nel modo giusto, specialmente quelli che la gente vede brutti come marroni e grigi. Ingrandiscono gli altri. Tendo a preferire colori un po’ soprannaturali come il turchese. L’azzurro della malinconia mi rappresenta molto, suppongo. 

Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.