Martin Eden è il figlio della cultura del narcisismo. L’intervista al regista Pietro Marcello

Lo abbiamo incontrato nell’ambito della Viennale 2019 e gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo film Martin Eden. Ecco l’intervista

Pietro Marcello
Pietro Marcello

Una storia semplice diventa un film. Abbiamo incontrato Pietro Marcello, regista, all’Istituto Italiano di Cultura di Vienna, dove è stato presentato il suo Martin Edennell’ambito del programma che l’istituzione ospita in occasione della Viennale. E lo abbiamo intervistato, con una chiacchierata fiume sul film e sul cinema…

Da dov’è nata l’idea di fare un film su Martin Eden?
Fu Maurizio Braucci – lo sceneggiatore – a darmi il libro, quando facevamo militanza politica insieme. Martin Edenè una storia riscatto sociale: un giovane che si emancipa attraverso la cultura, ma poi resta vittima dell’industria culturale e del proprio individualismo. È una storia semplice, e, pertanto, avrebbe potuto essere ambientata ovunque. Da Oakland noi abbiamo deciso di trasporla in un posto che ci appartiene, e cioè Napoli.

Di che si tratta?
Per quanto la storia sia semplice, il libro ha tuttavia una certa complessità. È una profezia a tinte fosche di quello che poi sarebbe stato il novecento. Nel libro si parla di Spencer, che è stato un filosofo e biologo contemporaneo di Darwin. Un buon biologo, ma ha scritto cose terribili sull’evoluzione della specie. Dopo Spencer, abbiamo avuto Nietzsche, Mussolini, Hitler, tutte le dittature e i disastri del novecento. Il libro già preannunciava determinate cose, ma allo stesso tempo è un discorso molto contemporaneo. Martin è un eroe negativo, è figlio della cultura del narcisismo, come diceva Christopher Lasch. È lo stesso fenomeno che si osserva oggi con gli influencers, le rock-stars, che poi ad un certo punto si lasciano andare. Lui, in più, tradisce la classe di appartenenza.

Anche il riscatto sociale e il tradimento della classe di appartenenza sono temi attuali?
Diciamo che oggi la lotta di classe non esiste più. La lotta di classe la fanno i paesi dominanti che opprimono i paesi poveri – prendi il Kurdistan, ad esempio. Il tradimento della classe di appartenenza però esiste ancora. Nel nostro caso, Martin la tradisce, perché finché racconta la sua gente, il suo mondo, lui è lì con loro. Poi si emancipa attraverso lo studio e perde il suo rapporto con la realtà. Il film inizia con Enrico Malatesta, leader del movimento anarchico italiano, del volontarismo etico. L’ individuo è possibile solo insieme al socialismo. Senza il socialismo l’individualismo è solamente capitalismo mascherato. “Non si può fare a meno del socialismo”, dice il suo mentore a Martin. Sarà pure una minestra ripassata, ma è così. Il socialismo è quello che realizziamo noi in questa stanza, quando una bottiglia d’acqua la dividiamo tra tutti quelli che hanno sete. È la base della società. Per questo all’ inizio c’è il libertario Malatesta, perché io difendo l’individuo. Io sono per l’individuo, sono libertario. Però so che l’individuo, senza il socialismo, è solo capitalismo e barbarie.

Quando Martin è a cena a casa della fidanzata…
Quella è una critica ai neoliberisti di oggi, di quelli che dicono di amare il socialismo, ma poi si vendono al capitalismo. L’Europa, ad esempio, è stata realizzata seguendo logiche economiche, e non sulla base dei principi del manifesto di Ventotene. Il risultato è che, dalla Brexit a Salvini e Le Pen, non si capisce più niente. Si parla di fascismo come se fosse una cosa normale. Si è persa la memoria storica.

Nei tuoi film lavori molto con immagini d’archivio. A cosa si deve questa scelta, e da dove provengo solitamente le immagini che usi?
Delle immagini di archivio ho fatto ampio uso perché volevo narrare il novecento. Si tratta di immagini potenti, mi piace poi montare a contrappunto tutto insieme. Le immagini provengono dalle fonti più disparate: tanto da archivi privati, quanto da archivi europei. La scena in cui vengono bruciati i libri, ad esempio, è un video di epoca nazista. Si tratta di libri a stampo socialista, incompatibili con le idee del regime, tra di essi c’era anche Martin Eden.

Jack London afferma che una delle ragioni per cui ha scritto Martin Edenè l’attacco all’individualismo, che non è mai stato capito dai suoi critici. Cos’è che invece non è stato capito della tua opera?
Il film è molto legato al libro nei contenuti, poi chiaramente ci sono delle differenze. Ma nei contenuti ci siamo attenuti molto al libro. Per cui l’osservazione di London, può essere trasposta anche al film. Il film, comunque, non si può elevare più in alto del romanzo. Il cinema è un’arte impura, non si può paragonare alla scrittura, alla pittura. Quelle sono arte nobili. Il cinema è un po’ cialtrone. Poi noi cerchiamo di elevarlo più in alto, ma nella nostra società il cinema si fa per intrattenimento. Non ha una vocazione di necessità – didattica ed educativa, ad esempio – anche se dovrebbe averla.

In che modo il cinema dovrebbe assolvere la sua funzione didattica ed educativa?
Martin Eden, ad esempio, mi piacerebbe portarlo nelle scuole, perché per me è un film per l’educazione sentimentale dei giovani, così come lo è il romanzo.

Sei soddisfatto del risultato?
Il risultato va bene. Ma l’importante è porsi delle domande riguardo al futuro, e anche riguardo al cinema: che cos’è, dove va, e dove va la nostra società. Il cinema è stato uno strumento potente, quando è stato capace di stare vicino alla nostra società. Il neorealismo è stato importante per ricostruire il paese perché la raccontava, la società. Oggi, invece, siamo tutti divisi. Ci vuole militanza politica. Non c’è un obbiettivo comune, non c’è coalizione. Ciò che manca sono necessità e militanza. Bisogna fare gruppo, crescere insieme. L’unico obbiettivo sono i giovani, bisogna stare con loro.

Pensi che anche oggi il cinema possa avere un ruolo in questo?
Nel cinema ci sono ancora luoghi inesplorati e possibilità di crescita. Ma questo dipende anche da come viene educato uno spettatore alla visione. Se sono i mediatori dell’industria culturale a decidere cosa va al cinema, lo spettatore vede quei film lì. Il cinema muto ha raggiunto le vette più alte come settima arte. Poi, con il suono, è stato messo a servizio della propaganda e delle dittature. È diventata un’arte azzoppata, non ha avuto un’evoluzione naturale. Sono pochi i film nella storia del cinema che raggiungono vette altissime. È importante, in ogni caso, che un film abbia un’anima, che lasci qualcosa. Non mi piacciono i film perfetti, fatti a tavolino dagli strutturalisti e dagli sceneggiatori.

Hai dei progetti futuri?
Per il momento, no. Se non avrò necessità di fare cinema, mi dedicherò all’insegnamento. Vorrei lavorare con i ragazzi. Penso che oggi sia importante partire dai giovani: bisogna pensare a un nuovo modo di fare le cose, a un nuovo cinema.

Claudia Sodano

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Claudia Sodano
Claudia Sodano è nata a Napoli e vive a Vienna dal 2017. Affianca all'attività di ricerca scientifica nel campo della medicina la passione per l'arte, di cui scrive da sempre, spinta da un desiderio di conoscenza e approfondimento. Si dedica in particolar modo al cinema e all' arte contemporanea, approfittando del vivace clima culturale della capitale austriaca. Collabora inoltre con l'agenzia di stampa messicana Notimex/InfoEcos.