Stanley e me. Katharina Kubrick a Ebraica ricorda il padre e i dietro le quinte dei suoi film

Space. The final fronter è il focus della 12esima edizione di Ebraica che ha come massimo momento di connubio tra le arti e le scienze con l’omaggio a 2001: Odissea nello spazio di Kubrick e l’incontro con la figlia del regista.

L'incontro con Katharina Kubrick a Ebraica, 2019
L'incontro con Katharina Kubrick a Ebraica, 2019

Avevo appena quattro anni. Io e mia madre c’eravamo trasferite a vivere in California, Stanley mi prese sulle sue gambe e mi disse: ‘chiamami papà’. Molti anni dopo mi trovavo sul set di Eyes Wide Shut con lui e feci l’errore di chiamarlo ‘papà’. Stanley mi prese da parte e disse categorico: non chiamarmi mai più papà sul set”. Con questo ricordo riguardante Stanley Kubrick la figlia Katharina inizia il suo incontro con il pubblico a Ebraica – Festival Internazionale di Cultura. Ad accompagnarla nei racconti e nei ricordi sul padre e sul lavoro insieme è Antonio Monda, giornalista, critico cinematografico e direttore artistico della Festa del Cinema di Roma. Sono trascorsi cinquant’anni dall’uscita in sala di 2001: Odissea nello spazio, “il film di fantascienza che non è mai invecchiato” – come incalza giustamente Monda – e circa venti dalla scomparsa del regista americano, uno di quelli che ha fatto grande il cinema ed è destinato a non passare mai di “moda”. Katharina Kubrick per tutto il tempo dell’incontro non parla del padre come “papà”, lo chiama per nome, “Stanley”. Segno di grande ammirazione e devozione di una figlia nei confronti di un padre ma anche di una spettatrice nei confronti di un immenso regista e autore. “Il primo ricordo cinematografico che ho di Stanley riguarda Lolita e i suoi attori che venivano spesso a casa, mentre la prima volta che ricordi di essere stata su un suo set riguarda Dottor Stranamore. Fu molto divertente, lì ebbi la possibilità di tirare la torta in faccia a un attore”. Poche parole e per nulla di vanto, anche se bastano per “invidiare” una donna che ha vissuto da vicinissimo, da dentro una parte fondamentale del cinema americano e inglese. Stanley Kubrick, nato e cresciuto a New York nel Bronx, ha iniziato il suo percorso artistico come fotografo. Poi a un certo è scappato dalla Grande Mela e dagli States stabilendosi a Londra dove sceglie di restare per il resto della sua vita. “È successo proprio quando stava girando Lolita. Molte riprese del film furono fatte lì, in Inghilterra. Sembra strano a dirsi ma gli piacevano il clima, le persone del posto, il set e soprattutto gli piaceva non essere a Hollywood”.

2001 ODISSEA NELLO SPAZIO, GRANDE FESTA

Un mese fa il Festival di Cannes, ora Ebraica e anche il Design Museum di Londra. Tutti festeggiano 2001: Odissea nello spazio. Il film diretto da Kubrick ha iniziato il suo viaggio nel futuro un anno prima che l’Apollo 11 venisse spedito sulla luna e forse anche per questo Kubrick rientra a tutti gli effetti tra i visionari del xx secolo. Katharina Kubrick su 2001: Odissea nello spazio racconta: “quando Stanley stava guardando l’allunaggio come tutti noi e ha visto come la terra si vedeva dall’alto, da così lontano e sbuffò: ‘mannaggia, abbiamo sbagliato il colore’.” Antonio Monda, mosso dal suo spirito di critico cinematografico, non si è sottratto a chiedere qualche curiosità riguardo la mezz’ora iniziale del film. “Stanley aveva portato dei fotografi in Africa per fare delle foto di quei paesaggi, poi quelle foto con una tecnica del tutto innovativa, simile a quella che oggi si applica sui cartelli stradali, sono state proiettate nello studio in cui si girava. È stato un momento di vera avanguardia”. Per quanto riguarda il walzer che conduce al passaggio tra la terra e lo spazio aggiunge: “Alex North aveva composto la musica anche per questa scena però era venuto fuori un lavoro fin troppo generico e Stanley, che ascoltava sempre musica, adorava il walzer. Credo che in questa scena abbia immaginato sin da subito talmente tanto lirismo da simulare un movimento girevole simile al walzer”.

L'incontro con Katharina Kubrick a Ebraica, 2019
L’incontro con Katharina Kubrick a Ebraica, 2019

ARANCIA MECCANICA COME TOLSTOJ

Un film dall’incipit cinematografico degno di un romanzo di Tolstoj”. Così Antonio Monda introduce una clip di Arancia Meccanica. “Leggendo il libro (di Anthony Burgess, ndr) si ha la sensazione che il Governo al potere sia un Governo di sinistra, nel film invece si ha l’impressione che si tratti di un Governo di destra. È la mia impressione?”, chiede il critico a Katharina Kubrick. “Stanley ha lasciato i dialoghi così come sono nel romanzo. È vero nel film c’è la sensazione di un ragazzo distruttore, vicino molto più a un ambiente di destra. Un personaggio cruento. Su questo film forse c’è qualcosa che tu non sai. La scena in cui Alex è chiuso in una stanza dove viene torturato con l’accompagnamento di una musica altissima, assordante e in cui cerca poi di lanciarsi dalla finestra è stata girata in un country club vicino casa nostra. Stanley prese una delle sue vecchie macchine da presa e con quella replicò la caduta dalla finestra. Quello che vedete altro non è che la ripresa della sua macchina da presa lanciata fuori dalla finestra come fosse il personaggio”. 

EYES WIDE SHUT, L’ULTIMO KUBRICK

Uno dei film più belli e importanti di Kubrick, anche se non quello dal maggiore incasso, è Eyes Wide Shut uscito alcuni mesi dopo la sua scomparsa. Su questo ultimo capitolo cinematografico del regista la figlia Kathrina chiude il suo incontro col pubblico: “il film è esattamente come lo voleva lui. Lui aveva già portato l’ultima versione a New York perché fosse esaminata dai capi degli Studios. C’erano solo un paio di brani musicali che non erano stati sistemati del tutto, ma il film era pronto quando lui è venuto a mancare. Ricordo che era molto nervoso perché la sua creatura, il suo film veniva mandato lontano per essere giudicato da persone importanti. Quando io lo sentii per chiedergli come era andata era assolutamente contento perché era andato tutto bene, e poi tre giorni dopo morì. In quel momento per noi cambiò tutto e i produttori si resero conto che poteva esserci un problema con alcune scene che potevano essere vietate. Nessuna parte del film però è stata tagliata. La soluzione meno sofferta che fu trovata fu quella di inserire alcune immagini digitali davanti alcune scene che disturbavano il censore americano”.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.