Il signor diavolo. La favola nera e contadina di Pupi Avati al cinema

Pupi Avati torna alle origini della sua filmografia con un racconto già suo e in cui tutto funziona perfettamente. Il Maestro mostra la sacralità del male e si prepara – sempre con Rai Cinema – a un progetto su Dante Alighieri.

Filippo Franchini, Chiara Sani, Chiara Caselli
Filippo Franchini, Chiara Sani, Chiara Caselli

Carlo è un bambino che ha perso improvvisamente il migliore amico a seguito di una malattia improvvisa e fulminante. Si trattava veramente di malattia? Carlo pur di rivedere l’amico compie un gesto blasfemo, da vero anticristo. Nel farlo non ha quasi paura. La paura sopraggiunge solo in un secondo momento e lì non può fare altro che chiedere aiuto ai suoi genitori. Carlo è il protagonista di “Il signor diavolo”, il ritorno al genere horror del Maestro Pupi Avati. Con questo film, con questo personaggio e con tutti gli altri che fanno parte del racconto, il regista restituisce agli spettatori un grande interrogativo: cosa ci fa paura veramente? Siamo consapevoli che il male è intorno a noi? Ovunque e in chiunque. “Il signor diavolo”, tratto dall’omonimo libro di Avati, arriva nelle sale cinematografiche il 22 agosto con 01Distribution, aderendo alla campagna Moviement – Al cinema tutto l’anno. Per quanto questa operazione sia necessaria per le nostre sale, mettere questo film in una stagione così calda e in genere nefasta per il cinema italiana è un po’ penalizzante. Ma il motivo è semplice. Ci troviamo di fronte al miglior Pupi Avati degli ultimi anni e davanti a un vero film di genere, perfettamente concepito e costruito, da essere unico e fortemente identitario. “Tornare a quelle atmosfere, a quegli stessi luoghi, con alcuni degli stessi interpreti di allora, ha avuto su di me un esito terapeutico, un riaffacciarsi del cinema in tutte le sue sfrontate potenzialità. È evidente che già nello scriverlo abbiamo avvertito una sensazione di libertà, di riaprirsi di quel mondo sconosciuto e spaventevole che ha dato forza e garantito sopravvivenza a titoli di una mia filmografia ormai remota”, scrive nelle note di regia.

LA SACRALITÀ DEL MALE

Autunno 1952. Nel nord est è in corso l’istruttoria di un processo sull’omicidio di un adolescente, considerato dalla fantasia popolare indemoniato. Furio Momenté, ispettore del Ministero, parte per Venezia leggendo i verbali degli interrogatori. Carlo, l’omicida, è un quattordicenne che ha per amico Paolino. La loro vita è serena fino all’arrivo di Emilio, un essere deforme figlio unico di una possidente terriera che avrebbe sbranato a morsi la sorellina. Paolino, per farsi bello, lo umilia pubblicamente suscitando la sua ira: Emilio, furioso, mette in mostra una dentatura da fiera. Durante la cerimonia delle Prime Comunioni, Paolino nel momento di ricevere l’ostia, viene spintonato da Emilio. La particola cade al suolo costringendo Paolino a pestarla. Di qui l’inizio di una serie di eventi sconvolgenti. “Il signor diavolo” riporta Pupi Avati all’inizio della carriera. Restituisce agli spettatori un cinema così bello a cui le ultime generazioni non sono abituate. “Il signor diavolo” apre a una serie di suggestioni. Dalle dicerie del piccolo Paese alle figure centrali del passato, quali il sacrestano e il chierichetto. Dalla favola contadina sporca, quella che si ascoltava riuniti attorno a un focolare, alla paura atavica del buio. “Il signor diavolo” è un vero gotico, ovvero usando le parole dello stesso Avati: “un film che suppone e prevede una sacralità”. Qui tutto è sacro. Ogni movimento, parola, silenzio ha qualcosa di sacro, di ancestrale. Chi avrebbe mai immaginato che nel 2019 l’horror italiano potesse esistere e avere un aspetto così perfetto da tenere altissima la tensione dello spettatore?

ESTETICA E DETTAGLI

“Il signor diavolo”, inoltre, ha un’estetica scrupolosa. La fotografia non solo cala in modo azzeccato nell’atmosfera degli anni 50 ma restituisce sensazioni campestri da grande artista. Guardare le immagini della natura sul grande schermo equivale a essere in un museo davanti ad un paesaggio che ritrae un posto sconosciuto ma al contempo familiare. E non finisce qui. In “Il signor diavolo” i dettagli sono tantissimi e importantissimi: la forfora sulla giacca dell’addetto del ministero che ne delinea la storia; le calze strappate della Signora di Venezia (la nostra Dark Lady); il cognome di Paolino – Osti, che già torna in precedenti film di Pupi Avati. Un altro aspetto da non sottovalutare è il grande “conflitto” che il regista e gli altri sceneggiatori istaurano lungo tutto il racconto. Il male prevale sul bene? La religione prevale sulla politica? L’essere umano è colpevole delle proprie scelte o è il destino a guidarlo? Ebbene si, con “Il signor diavolo” Pupi Avati (e gli altri che hanno partecipato alla sua realizzazione) hanno fatto un grande miracolo di genere che forse in pochi si aspettavano e che si spera in tanti vedranno.

Margherita Bordino

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.