The Operative: una nuova visione delle donne nel film di Yuval Adler

Da Virginia Woolf a Rachel Currin, spia del Mossad nel film di Yuval Adler. Una nuova visione delle donne, presentata alla Berlinale.

Berlinale
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Nel saggio Le tre ghinee Virginia Woolf affronta il tema della differenza femminile, sostenendo che l’educazione delle donne non debba essere una copia di quella maschile, votata all’arte di dominare sugli altri, di governare, di uccidere, di accumulare terra e capitale, che le confina in una posizione subordinata e complice, al contrario deve ispirare una società capace di prevenire la guerra, valorizzando la pace, la libertà, i rapporti umani e tutte le arti.

IL PRIMO FEMMINISMO DELLA WOOLF

Una riflessione tipica del primo femminismo, che pone le donne in continuità con il modello materno, assecondando anche una distinzione sociale tra sfera pubblica e privata: la prima di pertinenza maschile, la seconda femminile, e che soprattutto sottolinea la profonda diversità tra uomini e donne, da un punto di vista psicologico e culturale. Ma perché richiamare il pensiero di Virginia Woolf per analizzare un personaggio femminile atipico, come Rachel Currin (Diane Kruger), spia del Mossad, nel thriller di spionaggio The Operative di Yuval Adler, presentato fuori concorso alla 69ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino? Che cosa la distingue dall’attrice inglese Charlie Ross (Florence Pugh), coinvolta da un affascinante sconosciuto (Alexander Skarsgård), in un complicato intrigo internazionale, in The Little Drummer Girl di John le Carré, portato sul piccolo schermo da Park Chan-wook, di cui abbiamo visto le prime due puntate alla 13ª edizione della Festa del Cinema di Roma? Mentre Charlie è intelligente, scaltra, attratta dalla politica e apertamente femminista (si ricordi la sua affermazione:“I refuse to be a slave to the patriarchy”), ma perfettamente integrata all’interno dell’universo estetizzante di Park Chan-wook e di un thriller di spionaggio dall’intreccio molto complesso e che non rinuncia a nessun espediente del genere (non a caso comincia con l’esplosione di una bomba), Rachel è un donna reale, non una femme fatale, che si confronta con le difficoltà di un lavoro in cui è alto il rischio di perdersi, tra identità fittizie e menzogne. Come ha notato Diane Kruger in conferenza stampa: “Rachel non uccide, non è un killer”, non è assimilabile ad altri protagonisti del genere come James Bond o Jason Bourne, con cui comunque condivide una condizione apolide, bensì rimane fedele alla propria natura, per quanto incarni, secondo la definizione di Jean S. Bolen ne Le dee dentro la donna.

UNA NUOVA ATENA

Una nuova psicologia al femminile, l’archetipo di Atena, la classica figlia del Padre, razionale e votata all’azione. Secondo questa interpretazione il film comincia in maniera paradigmatica, a due terzi della narrazione, con l’inattesa telefonata di Rachel a Thomas Hirsch (Martin Freeman) – amico, mentore e agente inglese del Mossad che l’ha introdotta all’interno dell’intelligence israeliana – con la frase in codice: “Mio padre è morto. Di nuovo”. Scomparsa a Londra durante il funerale del padre (scelta che mette immediatamente a tacere un approfondimento psicologico della loro relazione, e con essa del personaggio), Rachel riappare misteriosamente generando molti interrogativi. Che cosa le è successo? La scelta della telefonata iniziale, rispettosa dei canoni del genere, è un ottimo aggancio per ricostruire attraverso lunghi flashback con temporalità differenti, la sua storia, ovvero quella di una donna ricercata dal Mossad e divenuta accidentalmente una spia per l’operazione Business as Usual. Come afferma Yuval Adler: “What we wanted to create was a kind of accidental spy, not somebody who’s is ideological or Jewish – it’s somebody who kind of rolled into this thing because there’s something about this life where you simulate the life, it was perfect for her psychologically” (dall’intervista pubblicata su Variety). Esattamente come Diane Kruger e il regista stesso, Rachel non appartiene a nessun territorio: non ha relazioni, non ha famiglia, anche se veniamo a sapere che la madre era tedesca, che ha vissuto in America e in Canada, che parla più lingue, accetta con facilità un lavoro di copertura, l’insegnante d’inglese, ed è disposta a muoversi solitaria da un luogo all’altro.

IL ROMANZO THE ENGLISH TEACHER

La sua identità viene costantemente riformulata. E il film, tratto dal romanzo The English Teacher, dell’ex agente del Mossad Yiftach Reicher Atir, più che dare spazio ad una trama adrenalinica, fatta di azione, tensione, suspense, intrighi spionistici e colpi di scena, affronta con la perizia di un procedural proprio questo tema: che cosa significa diventare invisibili? “The film is not really about Mossad or about Israel – it’s really a film about a woman who’s recruited into an intelligence outfit. The story is Mossad, but the film really examines this concept of espionage” (dall’intervista a Yuval Adler pubblicata su Variety). Come nel libro, Adler si dedica all’esplorazione della vita della spia dal suo punto di vista. Quell’idea di sentirsi a casa in un luogo come Tehran, dove, come sostiene Farhad Razavi (Cas Anvar), l’uomo che deve sorvegliare (dirigente di una società di componenti elettroniche, a cui il Mossad vuole estorcere informazioni per mettere in crisi il sistema nucleare iraniano) e con cui ha un coinvolgimento sentimentale, “la segretezza è una seconda natura”. La calma è l’aspetto più atipico e, allo stesso tempo, sintomatico di questo thriller. Le fiammate non mancano, come la sparatoria in ascensore, il tentativo di stupro, i testacoda in mezzo alla folla, ma la componente drammatica è pervasiva. Diane Kruger riduce la sua recitazione all’osso, la sua Rachel è un personaggio dalle molte sfumature ma dalle pochissime espressioni, ambivalente: determinata e confusa, fredda e vulnerabile, umana e sempre pronta a mentire e dissimulare, esattamente come potrebbe essere una donna reale nei panni di una spia. La presenza di una protagonista femminile determina quindi dei cambiamenti nell’affrontare il genere, una serie di scelte drammaturgiche che armonizzino con la sua psicologia e con le situazioni critiche che possono accadere ad una donna.

Carlotta Petracci

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.