Un’artista a pois. La storia di Yayoi Kusama in un documentario

Dal 4 marzo al cinema con Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema, diretto da Heather Lenz, c’è Kusama – Infinity. Un documentario che racconta (e in cui si racconta) l’artista donna più venduta al mondo.

Yayoi Kusama, Infinity
Yayoi Kusama, Infinity

Io converto l’energia della vita nei punti dell’universo”, dice la voce di Yayoi Kusama all’inizio del film Kusama – Infinity. Una sola frase, di poche parole, che contiene al suo interno tutta l’essenza, l’esperienza, la creatività di questa artista che ha scelto i colori forti per contrastare ogni negatività del mondo. Su ogni sua tela, grande o piccola, c’è un’idea diversa, un sentimento diverso, una sensazione o un’emozione che corre veloce e lascia spazio già al prossimo lavoro. Il documentario Kusama – Infinity mostra tutti questi chiaroscuri, queste dimensioni della sua carriera, della sua vita e delle sue ambizioni rincorse e a volte strappate via.

LE ORIGINI DELL’ARTISTA GIAPPONESE

Yayoi Kusama è nata a Matsumoto City nel 1929. Ultima di quattro fratelli, sin da piccola desidera diventare una pittrice e dall’età di 10 anni inizia a fare arte. I puntini, i pois che l’hanno resa famosa in tutto il mondo sono presenti sin dal principio, sin da quegli anni. La madre era contraria ai suoi disegni, alla sua arte e quindi le strappava ogni cosa. Da qui la sua necessità di essere veloce, di concludere in fretta ogni disegno. Un’arte frenetica e caotica che deriva da un trauma dell’infanzia, da una famiglia non semplice. I genitori non avevano una buona relazione. Il padre aveva dovuto rinunciare al suo cognome per mandare avanti quello della moglie e non avendo alcun potere in casa frequentava altre donne. Yayoi bambina veniva mandata a spiarlo. Un trauma infantile che inevitabilmente si porta dietro per tutta la vita.

DAL SUCCESSO ALLA MALATTIA MENTALE

La carriera di Kusama è fatta di due momenti diversi. Il primo riguarda il “sogno americano” in cui trova una sua strada, fa notare il proprio talento e si mette in gioco in anni abbastanza movimentati per l’arte (gli stessi della factory di Warhol). Un secondo momento è in Giappone. Ormai famosa in Occidente Yayoi Kusama sceglie di tornare nel suo Paese ma qui nessuno sa della sua grandiosità e il suo talento non è riconosciuto. Si tratta di un nuovo inizio, di una partenza da zero. Quando torna in Giappone è ormai una donna di mezza età e ha davanti a sé un mondo che sembra cento volte arretrato rispetto a quello che si è lasciata alle spalle. I giornalisti la trattano in modo abbastanza fastidioso, quasi rappresentasse per il Giappone uno scandalo, una vergogna. Un momento molto amaro della sua vita, che si tradusse con una forte depressione, la spinse al suicidio. In un ospedale e nell’arte-terapia che ritrova il piacere del vivere e del dipingere. Questo momento buio dura quasi 20 anni, in cui è come se fosse stata cancellata dalla storia. Solo nel 1989, una retrospettiva fatta a New York, al Center of International Contemporary Arts, rimette Yayoi Kusama al “suo posto”, legittimandola nuovamente. E il 1993 rappresenta la data della sua rinascita. Nonostante vivesse ancora in un centro psichiatrico, il suo lavoro fu ospitato dalla Biennale di Venezia per la prima mostra personale nel padiglione del Giappone. Ricevuta, riconosciuta, apprezzata dal suo Paese e all’estero Yayoi Kusama torna al suo splendore.

RITRATTO DI UNA DONNA IN SOLITUDINE

Kusama – Infinity mostra la sua arte, i sui dipinti a copertura e intramezzo di interviste di galleristi, esperti d’arte, amici e Yayoi stessa. Viene fuori un ritratto cinematografico lineare e suggestivo, una storia colorata ma sofferta che mostra il percorso tortuoso di una grande artista e di una donna fragile che sia nel momento del successo sia in quello del dolore ha sofferto di grande solitudine. Una solitudine strettamente connessa con la sua arte e creatività. “Dal punto di vista di chi crea tutto è una scommessa, un salto nell’ignoto”.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.

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