Dopo il successo del film “Lo sciacallo – Nightcrawler”, il regista e scrittore Dan Gilroy scrittura nuovamente Jake Gyllenhaal e Rene Russo e si lancia in una medesima satira noir, questa volta incentrata sulla figura dei critici d’arte e su possibili quadri maledetti. “Velvet Buzzsaw” è disponibile dal 1° febbraio su Netflix.

In un contesto abbastanza eterogeneo e noto, ovvero nella Los Angeles di oggi, alcuni galleristi, esperti d’arte e un critico si barcamenano tra giudizi, opinioni personali, mostre in allestimento, fin tanto che un signore anziano muore e lascia nel suo appartamento una quantità infinita di dipinti. Su di lui nessuna informazione, solo una indicazione: bruciare quei dipinti e mai e poi mai destinarli al commercio e alla vendita. Velvet Buzzsaw, diretto da Dan Gilroy e presentato al Sundance Film Festival, è una piccola bomba a orologeria. Un film che sulla carta aveva tutte le premesse per essere una chicca cinematografica. Un lavoro che, per intenderci, avrebbe potuto avere una strana e stretta connessione con il mondo di David Lynch. E invece, è un film riuscito a metà.

L’ARTE È ESCLUSIVA?

Morf Vandewalt è un critico d’arte, uno tra i più temuti nel panorama californiano. È un uomo per alcuni versi sicuro di se, per altri insicuro e instabile. Non ama che il suo lavoro, i suoi articoli siano messi in discussione. Nella sua vita ormai troppo ordinaria arriva una donna e con lei i quadri di un artista sconosciuto. La donna, sua amica e amante, è Josephine, assistente della gallerista Rhodora, ed è lei ad avere trovato i quadri, anche se non racconta la totale verità. Velvet Buzzsaw non è solo un thriller ma anche un dramma. Un film che si interroga sul valore dell’arte, che si prende gioco del mondo dell’arte contemporanea mostrandone tic e paradossi. Quello del film è un mondo elusivo ed esclusivo per il quale nella prima parte si potrebbe provare invidia, mentre nella seconda si può solo essere contenti di non appartenere a una tale final destination. Velvet Buzzsaw è uno dei film più chiacchierati dall’edizione 2019 del Sundance Film Festival e poterlo avere a disposizione pochi giorni dopo su Netflix è un grandissimo regalo, in particolare per i cinefili.

QUELLO CHE NON VA

Da sempre il Sundance è il festival che scova film appetitosi, nuovi, dinamici e conferma spessissimo grandi talenti. Velvet Buzzsaw si pone a metà di questa “strada”. È originale, interessante, molto visivo (per i colori e per le espressioni dei personaggi), ha un fascino misterioso. Al tempo stesso è privo di quell’appeal che l’arte in genere ha, e sicuramente è conseguenza di una sceneggiatura che parte in quinta per poi scalare e perdere la giusta direzione. Un film molto interessante anche per l’accento che pone su un mondo fatto di ricchezza, gusto, ambizione e che si interroga sul senso contemporaneo dell’arte.
Le difficoltà oggettive del film non riguardano la mancata bravura del suo regista o degli interpreti o del team. È una difficoltà che riguarda l’arte. Dan Gilroy vuole creare un effetto straordinario attraverso un artista inesistente. Se il “morto” in questione fosse stato un autore “reale” su cui inventare una storia travagliata e noir, forse l’esito sarebbe stato differente. Nel film ci troviamo di fronte a un artista di cui non sappiamo nulla e possiamo solo scorgere attraverso le sue opera l’ansia, l’angoscia e il terrore. Un tormento visivo quasi da incubo.

Dan Gilroy, Velvet Buzzsaw (2019)
Dan Gilroy, Velvet Buzzsaw (2019)

NO ALLA MERCIFICAZIONE, SÌ AL REALE

Vitril Dease non è un vero artista, ma una figura di pura finzione, eppure in Velvet Buzzsaw sono tantissimi i riferimenti alla realtà. Nel film si scopre che l’artista mescolava i fluidi corporei con la vernice e per questo i suoi dipinti sono diventati mezzo per il suo spirito per vendicarsi di tutti coloro che guardano all’arte in modo superficiale. Questo è un riferimento a tutti quegli artisti che hanno utilizzato i propri fluidi per la realizzazione delle loro opere, come Andres Serrano o Marc Quinn. C’è anche qualche riferimento a Jeff Koons, è proprio un personaggio a ricordarlo. Solo un piccolo indizio: a interpretarlo in questo film è un attore gigantesco, per la seconda volta in un progetto di Netflix. Il regista Gilroy intende la sua pellicola come una critica profonda alla mercificazione dell’arte contemporanea. Il lato thriller di questa storia anche triste, visto che riguarda la solitudine di un uomo, ha l’obiettivo di “punire” tutti coloro che traggono un eclatante profitto dal lavoro di un artista, dal suo essere tormentato, dalla sua morte. Gilroy è contro l’arte che sfrutta il dolore del singolo.
Tutta l’arte è pericolosa”, dice la gallerista Rhodora quando i suoi amici e rivali iniziano a perdere la vita inspiegabilmente.

Margherita Bordino

www.netflix.com

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.

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