See Know Evil: il documentario di Charlie Curran Su Davide Sorrenti

Il documentario sul fotografo italiano che ha conquistato l’America di Charlie Curran

See Know Evil
See Know Evil

Gli anni Ottanta e i loro eccessi. Le riviste patinate, le top model, Cindy Crawford e Claudia Schiffer, lo yuppismo. Il culto del corpo. Una prima versione dell’androginia. C’è un’immagine che li cancella completamente: Naomi Campbel in Girl 6 di Spike Lee (1996), che indossa l’iconica t-shirt “Models Suck” della SKE crew. Dall’altra parte dell’oceano, la nostra, il fenomeno riguarda principalmente l’Inghilterra, patria degli style magazine più famosi: The Face, I-D, Dazed & Confused. In Italia si diffonde il fascino indolente ed emaciato di Kate Moss, si guarda alle campagne di Calvin Klein, si piange per la morte di Kurt Cobain, il downtown di New York, nell’immaginario collettivo, coincide definitivamente con la street culture – metropolitana, graffiti, skate – il pallore di Billy Corgan degli Smashing Pumpkins diventa la regola. Difficilmente però si comprende cosa stia accadendo. Si parla dei Novanta come degli anni dell’“io debole”, afflitti da un profondo nichilismo, ma si vive tutto a distanza e di ritorno. Sono in pochi a recepire la trasformazione innescata dalla cultura giovanile, rapidamente fagocitata dalla moda mainstream.

IL RIBELLE CHE VENDE

Il “ribelle vende” tuonano, circa un decennio dopo, Joseph Heath e Andrew Potter. A guidare il consumismo non è il conformismo, bensì la logica della distinzione. Non è un caso che siano la musica e la moda, le responsabili dei cambiamenti degli anni Novanta, con le loro nuove forme di rappresentazione e bellezza tragica. Alcuni fotografi abbandonano il glamour per il realismo, richiamandosi all’attitudine documentaria di Larry Clark e Nan Goldin. Tra questi, non solo le “star” come Terry Richardson e Juergen Teller, ma anche i più underground: Corinne Day (nota per aver scoperto Kate Moss) a Londra e Davide Sorrenti a New York, che i media in breve tempo etichettano come i fautori dell’“heroin chic”: un’estetica in cui magrezza, spigolosità, volti consunti, occhi tumefatti dal trucco e mollezza esistenziale celebrano l’abitudine al consumo di droghe. In particolare l’eroina, come ricorda Trainspotting, il cui ritorno ammantato di coolness e spogliato dello stigma della marginalità, interessa soprattutto la cultura giovanile e il mondo della moda. Nel documentario di Charlie Curran See Know Evil, ovvero SKE, la crew di writer fondata dal fotografo italiano Davide Sorrenti (Napoli, 1976- New York 1997), si racconta, attraverso la vita del suo protagonista, questo periodo storico, in cui viene accantonata l’idea di bellezza impossibile del decennio precedente. Il documentario, sebbene convenzionale nella struttura narrativa (l’utilizzo dell’animazione e una certa sensibilità di montaggio non sono sufficienti ad oltrepassare il racconto puramente biografico in favore di uno sguardo più autoriale), disseppellisce parte dell’ingente archivio della famiglia Sorrenti, “the Corleones of fashion photography”, cercando di spiegare come in soli due anni Davide sia diventato il rappresentante privilegiato di una generazione di teenager (Davide a causa della talassemia ha infatti l’aspetto di un adolescente) portatrice di nuovi valori, grazie anche alla relazione con Jamie (James) King, a quindici anni top model e addicted di eroina. Negli anni Novanta, diversamente dal passato, le icone che riempiono le pagine degli style magazine sono persone vere, con uno stile di vita che ispira (ed è ispirato) dalla controcultura.

LE SOTTOCULTURE

Hip hop, grunge, street, thug, la SKE crew di Davide Sorrenti somma e veicola tutti gli aspetti della youth culture, con un’attitudine prep-school gangster. Il loft nell’East Village è il loro ritrovo, come in Kids di Larry Clark: luogo intimo e privato, ma anche crocevia delle amicizie più disparate e dei party più cool. È il nuovo glamour che viene documentato da Interview, Detour e dalla rivista grunge per eccellenza, Ray Gun. L’opposizione all’establishment si fonda sulla brotherhood. È a suo modo un movimento, ma non come negli Cinquanta, Sessanta o Settanta. Si avvicina all’idea di mindstyle, alle comunità di stile e di pensiero. Non c’è politica bensì appartenenza. Come dimostra il costante bisogno di imprimere una forma (grafica o fotografica) alla propria identità, di costruire un mondo. Gli adesivi e le magliette “Models Suck” sono una trovata stylish e virale, un modo per ironizzare sulla vita di Davide, un ragazzo dallo spirito punk costantemente circondato da modelle, e contemporaneamente per criticare la moda in favore dello stile, un sistema che non li rappresenta ma che stanno contribuendo a rinnovare. Il documentario però non si concentra solo sugli aspetti di costume (il carisma e il candore di Davide bucano lo schermo sin dalle prime immagini rubate a una casting interview di Richard Avedon; Milla Jovovich lo definisce “la quintessenza del b-boy”), le testimonianze della madre Francesca, del fratello Mario, della sorella Vanina e della stessa Jamie, restituiscono i momenti più intimi della vita di Davide facendo da contrappunto emotivo alla parabola che conduce l’“heroin chic” dal glamour all’oblio.

FASHION

La moda, da Kate Moss a Gisele Bündchen, icona di una bellezza nuovamente sana. La morte di Davide rappresenta un punto di non ritorno. A nulla serve ricordare l’attacco di Corinne Day al concetto stesso di “heroin chic” diffuso dai media, che rischia di offuscare l’autenticità e l’artisticità di quel approccio alla fotografia. Nella memoria resta indelebile il discorso del Presidente Clinton, la sua condanna al cinismo del sistema moda: “The glorification of heroin is not creative, it’s destructive. It’s not beautiful, it’s ugly. And this is not about art, it’s about life and death. And glorifying death is not good for any society”.

Carlotta Petracci

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.

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