A Ghost Story. Il film di David Lowery

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Tra le pellicole rispolverate dalla rubrica “Lost in Projection” c’è anche il lungometraggio del 2017 firmato da David Lowery. Una riflessione senza scampo sulla caducità dell’esistenza.

M e C sono una giovane coppia che si ama. Vivono in una casa in periferia da cui M vorrebbe andarsene ma C, sentendosi inspiegabilmente legato a quel luogo, non vuole trasferirsi. Una notte C muore in un incidente d’auto proprio di fronte all’abitazione. Risvegliatosi all’obitorio, il suo fantasma si alza dal lettino e, ignorando il portale di luce che si apre di fronte a lui, attraversa campi e strade per tornare a casa. Da quel momento, l’anima di C assisterà impotente al lutto di M e, dopo il suo trasferimento, infesterà l’appartamento a cui è indissolubilmente legato.
Whatever hour you woke there was a door shutting”. Con questa citazione tratta da A Haunted House di Virginia Woolf si apre il poetico ed estatico lungometraggio di David Lowery. Già autore nel 2013 di Senza santi in Paradiso, il giovane regista americano realizza anche questa volta un ottimo film indipendente dai tratti decisamente atipici per il panorama hollywoodiano. Lirico, iconico e silenzioso, con dialoghi ridotti al minimo e lunghissime inquadrature fisse, A Ghost Story sembra palesare nella sua forma e sostanza la forte influenza del cinema asiatico contemporaneo di Tsai Ming-liang e Kim Ki-duk, ma anche l’anelito cosmico e la trascendenza delle migliori opere di Terrence Malick.

TEMPO E NICHILISMO

I rari movimenti di camera rispecchiano l’immobilismo del protagonista C (Casey Affleck) che, dopo la morte, non può fare altro che assistere impotente al dolore della compagna M (Rooney Mara) e allo scorrere inesorabile del tempo in quella casa che non ha mai voluto lasciare. Pochi i piani sequenza: limitati al momento dell’incidente e al ritorno di C dalla camera mortuaria all’abitazione. Pochi i suoni: un rumore di fondo, una specie di ronzio, accompagna il silenzio assordante che circonda lo spirito rimasto solo ad assistere alla storia del luogo. Ricordi, avvenimenti, nuovi inquilini si susseguono senza sosta lungo un arco temporale infinito, proiettando C dal passato al futuro al presente in una sorta di muto viaggio caleidoscopico. Grazie a un eccellente montaggio, Lowery mescola i differenti piani temporali in un intreccio di mirabile equilibrio, mentre la fotografia fredda ed eterea di Andrew Droz Palermo accosta veri e propri paesaggi emotivi, astraendo le immagini fino a trasformarle in “ritratti universali”.
Girato in un nostalgico formato 4:3 ad angoli smussati, A Ghost Story ci regala un solo, lungo monologo, una sorta di manifesto, proclamato a gran voce da uno degli inquilini della casa (interpretato da Will Oldham/Bonnie ‘Prince’ Billy). In esso il nichilismo sotteso all’opera di Lowery emerge con forza: nulla rimane della breve vita umana, né delle sue più mirabili e immortali creazioni; il tempo cosmico inghiotte ogni cosa, facendo dell’uomo la rappresentazione stessa dell’impermanenza e della caducità.

Giulia Pezzoli

USA, 2017 | drammatico, fantastico | 92’ | regia: David Lowery

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #45

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Giulia Pezzoli
Giulia Pezzoli (Bologna 1978) si occupa di arte contemporanea dal 2003. Ha lavorato per la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, per la 50esima Biennale d'Arte di Venezia, per il Centro d'Arte Contemporanea di Villa Manin e per il MAMbo di Bologna per cui tutt'ora lavora. Scrive d'arte e di cinema da diversi anni.