Alfonso Cuaron presenta Roma alla Mostra di Venezia: storia di un Cristo donna

Dopo il grande successo di Gravity torna a Venezia il regista messicano Alfonso Cuaron. Questa volta il suo progetto è prodotto da Netflix ed è totalmente in bianco e nero. Un film seduttivo tutto al femminile.

Alcune still dal film di Alfonso Cuaron

Dopo la “rigidità” del Festival di Cannes nei confronti di Netflix era inevitabile trovare in “cartellone” alla Mostra del Cinema di Venezia il film di Cuaron, Roma, che potrebbe alla fine anche avere una distribuzione cinematografica. Intanto il film viene accolto da forti applausi e commozione da parte della stampa. In bianco e nero, ambientato a Città del Messico, il film è quasi un amarcord. Roma è parte dai ricordi di infanzia del regista Alfonso Cuaron che firma anche sceneggiatura e direzione della fotografia. “Quando è stato l’ultima volta che avete visto un film di Bergman? Importante non è dove vedere il film ma vedere il film”, dice il regista in riferimento alla questione Netflix. Sul film, invece aggiunge, “ho voluto ricostruire la mia infanzia. Un omaggio ad una cicatrice del passato ma con gli occhi del presente”.

LA VIA CRUCIS DI UNA DONNA POPOLARE

Roma,intesa ovviamente non come la capitale d’Italia ma riferita al quartiere omonimo di Città del Messico, racconta un anno turbolento della vita di una famiglia borghese. Sono gli anni 70, precisamente il 1971. La narrazione si snoda attraverso le vicende della domestica Cleo (Yalitza Aparicio) e della sua collaboratrice Adela (Nancy García García), entrambe di discendenza mixteca a lavoro per una piccola famiglia altolocata guidata da Sofia (Marina de Tavira), madre di quattro figli, che deve fare i conti con l’assenza del marito. Cleo ama questi bambini come fossero suoi. Con loro è calorosa e premurosa, ma una notizia improvvisa e inattesa rischia di mettere a repentaglio l’equilibrio nel suo lavoro e nei suoi rapporti personali. Cleo è un Cristo al femminile. Vive una via crucis lenta, disperata e distratta e mantiene il suo ruolo di guida, più che di protagonista, in un film che si fa ritratto di vita vera, toccante e familiare.

Alcune still dal film di Alfonso Cuaron

L’ACQUA SALVIFICA

Nostalgia e piani sequenza sono per Alfonso Cuaron la chiave di Roma, che permette allo spettatore di entrare nella sua vita passata, nei suoi ricordi, che in un modo o nell’altro conducono a un finale amaro. Dopo Hollywood e la vittoria del Premio Oscar, è evidente il bisogno di Cuaron di confrontarsi con qualcosa di più intimo e viscerale. Roma è un film fluido. Nel senso che l’acqua è elemento fondante ed essenziale di questa storia, un elemento salvifico. L’acqua è ricorre spesso nella sua cinematografia, basti pensare ai finali di I figli degli uomini e Gravity, o l’ultima inquadratura di Y tu mama tambie ncon Maribel Verdù che si immerge nel mare insieme alla macchina da presa. Roma è un film, se non propriamente brillante, essenziale e penetrante che meriterebbe di stare nel palmares (e già!). Si tratta di un film fatalista (per i curiosi la notte di Capodanno riserva un grande indizio) ma al tempo stesso universale. È soprattutto una storia di memoria e di ricordi che fanno male, ma anche di donne forti, di madri, di nonne che racconta un’idea di famiglia matriarcale universale nella quale tutti possiamo riconoscerci.

      Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.