Il critico bolognese commenta i due capitoli del film di Paolo Sorrentino su Berlusconi. Rilevandone la tendenza all’amarcord e a una “pietas” forse troppo accentuata.

29 aprile 2018
Mi sono precipitato, come tanti, a vedere Loro 1 di Paolo Sorrentino, in attesa di Loro 2, che dovrebbe uscire a breve scadenza, e come tutti ho constatato la curiosa spaccatura in due del film, tra la completa assenza del nume ispiratore dell’intera impresa, Berlusconi, nella prima parte, mentre nella seconda c’è fin troppo, e col verificarsi del solito fenomeno inevitabile. Quando un “cattivo”, un “genio del male”, come appunto intende essere presentato Berlusconi, è però interpretato da un attore di qualità, in questo caso Toni Servillo, scatta un rovesciamento, cioè il personaggio in partenza condannato diventa invece gradevole, perfino simpatico.
Servillo dà al Berlusca il faccione ilare di una maschera dell’arte, di un Bertoldo, di un “villano arguto”, cinico, astuto, nei consigli di pratica e disinvolta furbizia che dà a un nipotino, invitandolo anche a immaginare la presenza nella baia sarda dove sorge la principesca dimora delle vacanze, di una nave del consociato, in furberia e ribalderia, Putin. Ma la cosa più strana è l’indietreggiamento, l’“amarcord” che ci porta a un amore vetusto del Diavolo, con Veronica Lario, nel segno di un nostalgico ritrovato affetto. Accentuato anche in questo caso dalla bravura dell’interprete, Elena Sofia Ricci. Sembra quasi di assistere a una variante del nuovo affetto ricucito tra Albano e Romina, siamo insomma in pieno kitsch, in un clima affettuoso e sentimentale che è in netto contrasto con la prima parte del film, dove Berlusconi è presente solo come perfida esalazione, come ispiratore occulto di una ridda satanica di perversioni, coiti, sodomie, nefandezze di ogni tipo, cui gli attori, anche se di vaglia, come Riccardo Scamarcio e Fabrizio Bentivoglio, danno corpo ma ridotti a maschere, a entità precarie, quasi a comparse sfuggenti, senza che il regista gli dia spago, agio di muoversi in modi sciolti e personalizzati.
Il racconto si sbriciola in una serie di sketch, quasi venendo meno alla ragione istituzionale del genere narrativo, che non dovrebbe mai mancare di rispettare un filo conduttore, una trama, mentre in questo caso la narrazione dà luogo a tante performance, pronte a calarsi in altrettanti video, ma di quelli brevi, più adatti a una galleria d’arte che a una sala cinematografia, dove il pubblico è abituato a esigere una certa consequenzialità, mentre se entra in una galleria d’arte accetta di lanciare brevi occhiate a qualche monitor. Il dio ispiratore di questo Sorrentino, che come ne La grande bellezza o in Youth procede per lampi e illuminazioni, è ovviamente Fellini, ma con un grado di smobilitazione di qualsivoglia spunto narrativo assai più spinto, tanto che lo spettatore si trova sottoposto a un bombardamento di scene, alcune magari anche forti, come quando il regista fa un uso improvviso e impensato di comparse di animali, la pecora subito in primo piano all’inizio del film, o la rapida e scomposta cavalcata di un rinoceronte su una spiaggia. È un centone di frammenti, di illuminazioni, prendere o lasciare, alcuni forti e incisivi, altri monotoni, ripetitivi, o addirittura senza capo né coda. Resta da chiedersi come sarà la continuazione, il Loro 2. A quale chiave si ispirerà il regista, riuscirà a evitare la ripetizione, il ricadere in meriti e difetti, reggerà la visione, o avremo soltanto un’antologia di pezzi, che magari ogni spettatore potrebbe tagliuzzare ad libitum e portarseli a casa?

13 maggio 2018
Naturalmente ho sentito il dovere di precipitarmi a vedere pure la seconda parte dell’affresco concepito da Sorrentino, il Loro 2 di cui pure si fa fatica a cogliere la necessità artistica, in quanto in sostanza è una ripetizione della parte precedente. O forse era meglio intitolarlo a un “lui”, pomposo, ieratico, scurrile, in quanto la controfigura di Berlusconi vi compare fin dall’inizio, purtroppo affidata alla maestria di Toni Servillo, con l’effetto, già da me rilevato in precedenza, di rendere simpatico il faccione del despota, facendolo corrispondere quasi a una arguta maschera dell’arte, a un furbo Bertoldo, sempre padrone dei suoi riflessi, con all’intorno solo una schiera di ombre senza alcuna emergenza, affondate in un noioso moltiplicarsi di scene di sesso e di droga. Dispiace vedere che anche un eccellente attore come Riccardo Scamarcio viene malamente speso nel tentativo di assumere qualche protagonismo accanto alla statura dominante del padrone, cui pretende di dare astuti consigli o di trarre favori in modi maldestri, che l’altro blocca con prontezza di riflessi. Dallo stuolo delle “olgiatine” prive di personalità emerge solo la giovane interpretata da Kasia Smutniak, l’unica che ha il coraggio di contestare il tiranno obiettandogli che il suo fiato puzza di vecchio e di dentiera.
Poi anche in questa seconda parte ricompare il duetto tra Berlusconi e Veronica Lario (sempre interpretata dall’ottima Elena Sofia Ricci), come se il dialogo già impostato nella prima parte continuasse ininterrotto, e ancora una volta affidato alla nostalgia, al ritorno di fiamma. Già in precedenza notavo che siamo come al rinnovarsi di una coppia sentimentale e kitsch, alla maniera di Albano e Romina. Qui più che mai Sorrentino si guarda bene dal pronunciare condanne, o almeno la disputa che si apre tra i due è senza esclusione di colpi. Il tutto parte dal momento in cui la moglie denunciò urbi et orbi che il marito era impazzito al seguito di un incontenibile erotismo senile, quello che in effetti ha contribuito a destabilizzarlo e a fargli perdere consistenti quote di consenso popolare. Ma il tiranno ha modo di rispondere, obiettando che in definitiva, quando lui l’ha presa tra le sue braccia, Veronica altro non era che una “velina”, una potenziale “olggettina”, pronta ad attaccarsi a lui per avere soldi e protezione. Infatti le ricorda che una grande vecchia della scena come la Borboni dichiarava di considerarsi fortunata in quanto la sua sordità le impediva di recepire la pessima recitazione dell’aspirante attrice. Al che Veronica si vendica ricordando quella che resta davvero la colpa fondamentale di Berlusconi, l’essersi fatto ricco riciclando i soldi della mafia nel costruire una città satellite alle porte di Milano, col famoso personaggio posto a controllarlo assumendo la fantomatica qualifica di stalliere, e con Dell’Utri nella veste di paziente tessitore dei collegamenti. Ma in sostanza tutta questa sequenza è intonata a un “amarcord”, a note di tristezza, quasi di virgiliane “lacrimae rerum”, di pianti dei due l’uno sulle spalle dell’altro. Poi c’è un finale che ci porta al terremoto dell’Aquila, tanto sfruttato a fini propagandistici dalla retorica berlusconiana, ma anche qui Sorrentino non colpisce. In fondo, a confermare la vacuità delle assicurazioni provenienti dall’allora capo del governo sarebbe bastato mostrare come i balconi delle casette tanto vantate siano crollati al primo uso. Invece il leader maximo è colto quando compie il gesto caritatevole di dare a una povera sinistrata la dentiera andata perduta nella fuga dal crollo.
Infine, c’è una scena in cui mi pare che appaia tutto il debito enorme che il nostro regista ha nei confronti dell’ombra che lo assilla e lo assedia, il genio di Fellini. Anche qui, il processo al creatore di FI è sospeso, con buona pace di tutti gli oppositori di sinistra. Appare una sequenza generica, improntata a una “pietas” quasi senza soggetto, infatti si vedono i pompieri che, con una scala di fortuna, calano a terra una enorme statua di Cristo, come ostia, vittima sacrificale delle nostre colpe. È quasi una citazione dell’inizio stesso del capolavoro felliniano, della Dolce vita, con quei due elicotteri dai quali pende proprio l’immagine di un Cristo portato a sorvolare, a benedire o condannare una Roma divenuta del tutto simile a una Gomorra.

Renato Barilli

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AutorePaolo Sorrentino
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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.