A Cannes il film “Dopo la guerra” di Annarita Zambrano racconta le colpe dei padri e dello Stato

Le colpe che si tramandano di padre in figlio, di fratello in sorella. È questo il messaggio forte e chiaro che lancia Annarita Zambrano, presente in Un Certain Regard con Dopo la guerra.

Una scena di Dopo la Guerra di Annarita Zambrano
Una scena di Dopo la Guerra di Annarita Zambrano

Un film co-produzione tra Francia, Belgio e Italia. Un’opera prima severa con lo Stato. Un’opera che ha molto del Pasolini militante e di un tipo di regia colta e lineare. Annarita Zambrano rappresenta l’Italia, insieme a Sergio Castellitto, nella competizione del 70esimo Festival di Cannes. Il suo è un progetto dalla lunga gestazione, almeno nel belpaese… che ha trovato molta più accoglienza di sviluppo superata la frontiera. Fanno parte del cast: Giuseppe Battiston e Barbora Bobulova.

LA TRAMA DEL FILM

Bologna, 2002. La protesta contro la riforma del lavoro esplode nelle università. L’assassinio di un giusvalorista riapre vecchie ferite politiche tra Italia e Francia. Marco, ex-militante di sinistra, condannato per omicidio e rifugiato in Francia da 20 anni grazie alla Dottrina Mitterand, che permetteva agli ex terroristi di trovare asilo oltre Alpe, è sospettato di essere il mandante dell’attentato. Quando il governo Italiano ne chiede l’estradizione Marco decide di scappare con Viola, sua figlia adolescente. La sua vita precipita, portando nel baratro anche quella della sua famiglia italiana, che, da un giorno all’altro, si ritrova costretta a pagare per le sue colpe passate. Dopo la guerra è una storia passata ma attuale. Ambientata in un passato molto presente e ricollegata a un fatto storico. È la storia di un dramma di famiglia. Una tragedia ben sfumata che ha molto del cinema impegnato. Non è un film politico. È un film sulla società, sul popolo, sulle persone. Fatti e volti si mischiano in una trama che ha dei tratti molto universali. “È una tragedia sull’umano che prende spunto da un episodio politico”, dice Annarita Zambrano. “Il padre e lo Stato sono la stessa cosa. Pasolini nelle sue Lettere luterane parlava del mistero del teatro tragico, delle colpe dei padri che ricadono sui figli. Per lui erano le colpe del fascismo a ricadere sulle persone. Oggi sono i figli di queste persone che ci hanno trasmesso questa colpa del terrorismo. C’è sempre un passaggio! Lo Stato è sempre identificabile con il padre. Bisogna, per crescere, tra virgolette uccidere il padre per essere liberi, ma questo non lo dico io. Viene dalla tradizione classica, dalla tradizione cattolica. Viviamo in un mondo che non abbiamo creato noi e che possiamo solo subire”.

IL PRESENTE RITORNA NEL FILM

La Zambrano porta sulla Croisette di Cannes una “tragedia greca”, o meglio, un film dallo stesso fascino. La regista mostra attraverso i suoi personaggi come la vergogna della società omerica è la stessa di quella contemporanea. È una società che sconta le colpe dei padri, dei fratelli, dello Stato. Un evento ciclico e forse incessante. In Dopo la guerra tutto prende il via dagli anni del terrorismo, della violenza, delle proteste. Dagli anni che hanno condizionato la politica italiana del divenire. E poi si sposta all’inizio del 2000, degli anni nuovi. “Il film si concentra su quello che resta di quel periodo, degli anni del terrorismo”, commenta la Zambrano. La regista è accompagnata a Cannes da Barbora Bobulova, la donna che subisce le colpe del fratello. “Per me è stata una sfida interpretare questa storia, questo personaggio. Non ho vissuto questa storia essendo cresciuta in un altro Paese e anche se vivo in Italia da vent’anni mi sono dovuta documentare. È un personaggio molto bello. È un personaggio che subisce questo atto di cui non è colpevole in prima persona, ma ha anche lei le sue colpe, quelle di voler dimenticare questa grande ferita”, afferma l’attrice. La Bobulova è estranea ai fatti italiani, ma non a questo tipo di personaggi. Personaggi che si trovano addosso responsabilità, pensieri e agitazioni non proprie. Nel film della Zambrano ha dei tratti simili alla donna del boss interpretata in Anime nere di Francesco Munzi. Entrambi sono due ruoli drammatici, incastrati in una situazione non voluta, non cercata ma capitata, quasi costretta.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.