Moonlight. Un racconto di periferia al cinema

Miglior film drammatico ai Golden Globe e 8 candidature agli Oscar 2017. “Moonlight”, in arrivo il 16 febbraio sui grandi schermi italiani, narra vent’anni di vita di un ragazzo afroamericano nella periferia di Miami. E segna il ritorno al cinema di Barry Jenkins otto anni dopo il dramma sentimentale “Medicine For Melancholy”, tanto amato dalla critica. Dall’infanzia all’età adulta, una analisi di carattere e personalità.

Barry Jenkins, Moonlight (2016)
Barry Jenkins, Moonlight (2016)

Little, Chiron e Black. Tre capitoli per tre momenti di vita. È questa la struttura di Moonlight, diretto da Barry Jenkins, regista e sceneggiatore di nuovo sul grande schermo dopo Medicine For Melancholy, che otto anni fa conquistò la critica internazionale. Moonlight, il difficile percorso di crescita del piccolo Chiron, nasce all’interno di una scuola di arte drammatica e prende le mosse dal drammaturgo Tarell Alvin McCraney, uno tra gli scrittori più interessanti legati all’universo afro-americano. Il progetto, capitato per caso tra le mani della produttrice Adele Romanski e di Barry Jenkins, è stato valutato dal regista come l’idea più solida e interessante. Moonlight rievoca l’adolescenza sia di McCraney sia di Jenkins. Gli anni della loro formazione sono incredibilmente simili ed entrambi hanno scelto di raccontare, da grandi, la loro storia attraverso l’arte. “Tarell era stato bravissimo a descrivere cosa significhi essere un ragazzino di colore povero che cresce in un quartiere di case popolari di Miami. Avevo la sensazione che potesse aiutare anche me a tirar fuori alcuni dei miei ricordi di infanzia e a portarli sullo schermo, filtrati dalla voce meravigliosa di Tarell”, spiega lo stesso Jenkins.

Barry Jenkins, Moonlight (2016)
Barry Jenkins, Moonlight (2016)

UNA VITA, TRE CAPITOLI

Alex R. Hibbert è il primo attore chiamato a interpretare Chiron, “il piccolo”.  Il bambino vive nella periferia di Miami, in una comunità di colore. È timido e insicuro. Protetto non dalla madre – prostituta e drogata –, ma dallo spacciatore del “quartiere”. Silenzioso e quasi invisibile, il piccolo Chiron non si sa difendere dagli altri bambini che lo perseguitano e picchiano. Non è diverso dagli altri, eppure gli altri lo beffano e prendono in giro per i modi forse un po’ “delicati” di muoversi e agire.
Ashton Sanders è il Chiron adolescente. Un ragazzo sempre molto silenzioso che va per la sua strada. Non si conosce affatto e non si sforza per correggere o migliorare il mondo che lo circonda. Il rapporto con la madre peggiora a causa della droga, il suo “padrino” non c’è più, e il suo unico punto di riferimento è Teresa, la compagna dello spacciatore. Chiron ha paura dei suoi compagni, anche se non fa nulla di male per “richiamare” la loro attenzione. L’unico della scuola che gli dà confidenza è Kevin. Tra i due succede qualcosa che però non è destinato a fiorire, di certo non alla luce del sole. Chiron trova il coraggio di difendersi in seguito a una serie di pugni ingiustificati, finendo in un riformatorio e forse al sicuro, lontano dai bulli con cui è cresciuto fino a quel momento.
Trevante Rhodes interpreta il Chiron adulto e consapevole, forse, di se stesso. In riformatorio ad Atlanta conosce uno spacciatore e, una volta uscito, segue le sue “orme”. Compie gli errori del passato, della gente che lo circondava. Chiron però non è felice o realizzato. Si spinge avanti con forza, percorre la sua vita come se non fosse la sua. Fin quando un giorno riceve la telefonata di Kevin. I due non si vedono da circa dieci anni. Una telefonata improvvisa e inaspettata che porta Chiron a un silenzio ancora più profondo. Segue un incontro tra i due che termina con gli stessi gesti e la stessa innocenza del passato, come se il tempo scorresse senza portare soluzioni o miglioramenti.

VERSO GLI OSCAR

Barry Jenkins, per mezzo di tre capitoli distinti, mostra la vita di Chiron, un ragazzo come tanti e, senza pretese, dimostra che alcuni episodi del percorso di crescita di ogni persona si fondono tra loro, definendo identità e destino di ognuno. Moonlight ha un’ottima regia, aiutata da una fotografia a suo modo calorosa e accogliente, oltre che pulita. La musica è perfetta e riempie i moltissimi spazi di vuoto e silenzio. Un film che, muto, avrebbe reso e comunicato maggiormente, in quanto l’interpretazione dei tre protagonisti e di tutti gli altri personaggi – tra cui Naomie Harris – è talmente curata da sembrare reale e sincera, disturbata dal vivere quotidiano di una povera periferia americana.

Margherita Bordino

Berry Jenkins – Moonlight
USA 2016
Drammatico, 111’
A24, Plan B Entertainment

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.