Immaturi. Con il vuoto intorno

La scorsa settimana abbiamo parlato del declino dei cinepanettoni. Battiamo il ferro, allora. Perché qui la questione della commedia va affrontata con rigore. E un film indecente come “Immaturi” è un buon pretesto.

Paolo Genovese - Immaturi. Il viaggio

Immaturabili imbecilli. E talmente sfigati da sfondare al botteghino. In pochi giorni di programmazione rastrellano oltre 6 milioni di euro in più di 600 sale. C’era d’aspettarselo, al Malpaese piace il bamboccione perdente senza American Dream e d’altra parte il sequel “del prodotto” nasceva dai 15milioni di euro del primo. Dove però, almeno, serpeggiava un’idea. Qui invece infanghiamo nel vuoto pneumatico.
Si ride per alcuni vetriolici siparietti Mattioli-Memphis? O talune isterico-esternazioni di Ambra la cleptomane ex sessuomane? Per non parlare della commozione suscitata dalla Caprioli pallida e malata? Per favore: allontaniamoci dal buonismo della risatina/lacrimuccia del “volemose bene” e riflettiamo che questo è il minimo sindacale della commedia. E quasi sotto zona giustificativa del costo del biglietto, specie se al cine ci si va in famiglia e di sera.  Non basta seppellire cinepanettoni e similari, pensando che poi la “salvezza” dell’italian comedy risieda altrove.

La notizia è che se quell’altrove nel 2012 si chiama Immaturi (o Benvenuti al Sud, Nord e dintorni, che poi sono remake..) siamo messi molto, ma molto male. Sia nella nostra realtà da rappresentare, sia nel cine-specchio che peggio la riflette. Il dialettismo, i regionalismi, gli accenti e le inflessioni caserecce e pecorecce sembrano l’unica e spavalda risorsa dell’italico sor(riso) in gag. Certo, funzionano da sempre per insaporire i contorni dell’intreccio, ma dovrebbero sorreggere l’impalcatura della vis in commedia.
Fuori da Immaturiland c’è un mondo di commedie, quelle vere, quelle scritte, sapientemente strutturate su qualunque materiale etno-socio-politico-culturale si voglia purché profondamente umano. Sono testi a prova di bomba. E di accenti, dialetti, ammiccamenti borgatari che non solo la Capitale coinvolgono. La verifica? Semplice: ridiamo anche davanti a un film straniero doppiato, se il testo all’origine vale. Troppo facile riesumare i classici Wilder, Capra, Lubitch o Woody Allen passando random per neo cult(ori) della raffinatezza (anche) comica dei Coen, Reitman, Payne, Patrice Leconte, Aki Kaurismaki per non profanare il sacro British Humour dei vari Mike Leigh, Stephen Frears e persino Ken Loach nei loro rovesci della tragedia. Pochi nomi tra un mare magnum fertile, alcuni giganteschi, tutti istintivi. Perché quei testi e quei film restano in memoria.

Paolo Genovese - Immaturi. Il viaggio

Guardando in casa nostra, oltre Fantozzi e Nostra Signora Commedia all’italiana generata dalle Loro Eminenze “in penna” Age & Scarpelli, Zavattini, Petraglia… e “in regia” Monicelli, Comencini, Risi, Scola, Germi… e prescindendo dai personalismi (comici) di Moretti, Benigni, Verdone e pochi altri, rimane ben poco.
La commedia si nutre di cattiveria, cinismo, invettiva e sarcasmo, e solo talvolta di grottesco e surreale: fa dunque tristezza come certa cine-scuola toscana si sia rammollita in nome della “felicità”. Rileggiamoci Guittone D’Arezzo e Cecco Angiolieri, mentre si rotolano nella tomba. Forse un titolo occorreva dieci anni fa, sbancando il box office e trionfando nei mercati internazionali (il sintomo dell’anti-dialettismo..): era Pani e tulipani di Silvio Soldini. Non vi era cinismo, ma si muoveva con garbo tra gli anfratti della fiaba ironica.
Prima di comprare “quel” biglietto d’immaturità pensiamo se il medesimo tragico effetto non lo si otterrebbe gratis sul proprio divano, in libero tv-zapping. Allora, forse, potremmo iniziare a desiderare “altro” dal cinema, e questo sarebbe già un progresso.

Anna Maria Pasetti

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Paolo Genovese – Immaturi
Italia / 2011 / 108’


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Anna Maria Pasetti
Giornalista e critico cinematografico, collabora con Il Fatto Quotidiano, Alias, Ciak, Rolling Stone e Vivilcinema e Filmcronache. Dopo la laurea in lingue con specializzazione in Semiotica del cinema all’Università Cattolica di Milano ha conseguito il Master “Film and Television Studies” alla University of London sotto la guida di Laura Mulvey. Ha partecipato a varie pubblicazioni universitarie, tra cui “Il consumo di generi di intrattenimento e di cinema dagli anni ’30 alla metà degli anni ’60 in Italia” in Spettatori – Forme di consumo e pubblici del cinema in Italia (1930-1960) a cura di M.G. Fanchi ed E. Mosconi (ed Bianco & Nero, 2002) e “L’IMAX Virtual (cinema) Experience” in Terre Incognite. Lo spettatore italiano e le nuove forme dell’esperienza di visione del film a cura di Francesco Casetti e M.G. Fanchi (ed Carocci, 2006). Ha spaziato in vari ruoli nel mondo produttivo, finendo poi nel Programma MEDIA e alla rivista Box Office, dove ha iniziato l’attività giornalistica. Sta continuando studi di approfondimento dedicati al “cinema al femminile” e al cinema britannico in generale.