Verso nuove forme di didattica. Dobrila Denegri ci racconta il Performing Fest di Catanzaro
Dopo il successo della sua prima edizione, torna nel capoluogo calabrese il festival interamente dedicato alle arti performative. E una delle curatrici ci racconta la genesi e l’evoluzione di questo progetto che coinvolge gli studenti e anima la città
È tutto pronto per la nuova edizione del festival Performing che, dal 7 al 14 marzo 2026, giunge nuovamente nel capoluogo calabrese con workshop, talk, concerti e, ovviamente, performance.
Nata nel 2025 in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, la rassegna si appresta a trasformare il polo fieristico Giovanni Colosimo in una vera e propria fucina di sperimentazioni multidisciplinari.
Così come è avvenuto per il suo debutto, anche questa volta la docente e critica d’arte Dobrila Denegri sarà all’interno del board curatoriale della manifestazione favorendo il dialogo tra gli studenti delle accademie coinvolte e artisti del calibro di Alfredo Jaar e Victoria Vesna.
A rivelarci qualche anticipazione sull’evento è la curatrice stessa.

L’intervista a Dobrila Denegri, curatrice del festival Performing a Catanzaro
Performing Fest è arrivato alla sua seconda edizione. Come ti senti?
Come se dovessi tirare le somme e al contempo pianificare i prossimi passi, direi. Ci stiamo avvicinando alla conclusione di un percorso di due anni che abbiamo intrapreso grazie ai fondi del PNRR. Il progetto Performing è stato concepito e curato in modo corale, sviluppandosiattraverso una moltitudine di iniziative volte all’internazionalizzazione: dalla didattica e dai viaggi studio alle conferenze; dagli incontri ai convegni; dalle mostre alle sfilate di moda; per arrivare a performance, pubblicazioni, e molto altro ancora.
Da quali urgenze è partito il festival l’anno scorso e quali obiettivi si prefigge questa volta?
Come curatrice ho contribuito a questo grande progetto seguendo due linee guida, due domande principali: come può oggi la periferia, attraverso il concetto di “Global South”, agire al pari del centro? E quale contro-narrazione può offrire il “Global South”, in termini culturali, rispetto a quella promulgata dai neofascismi, dalle autocrazie e da altre forme di prepotenza della politica mainstream? Alcuni artisti che ho coinvolto, come Daniela Ortiz, Nezaket Ekici, Branko Milisković, Donna Kukama e Lerato Shadi, affrontano tematiche quali le asimmetrie di potere, le disuguaglianze e il postcolonialismo.
Nel 2025 avete debuttato a Catanzaro, portando in scena figure centrali dell’arte performativa come Orlan e Rosa José Galindo. Cosa dobbiamo aspettarci dalla nuova edizione?
Anche oggi, come allora, con Simona Gavioli portiamo artisti di rilievo, quali Alfredo Jaar e Victoria Vesna. Allo stesso tempo, attraverso la sezione New Gen, curata con Simone Bergantini, stiamo dedicando molta attenzione agli studenti che vorremmo diventassero sempre più presenti.

Che valore ha un evento del genere per l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro e per il territorio stesso?
Enorme! Progetti curati da Simona Caramia, Giuseppe Negro, Giacomo Costa, e altri, hanno letteralmente invaso la città trasformandola in un palcoscenico diffuso. Questo ha avuto un impatto significativo sulla visibilità dell’Accademia che, comunque, ha sempre agito come importante attore sociale e simbolo di inclusione ed emancipazione.
Rispetto al 2025, il festival non sarà più fruibile in giro per la città, ma verrà spostato al Polo fieristico Giovanni Colosimo. Come mai questa scelta?
Sarà una nuova sfida per tutti! Il polo fieristico è gestito dal Teatro Politeama e ci darà la possibilità di creare una sorta di villaggio delle arti. Musica, arte, cinema, teatro, realtà virtuale: la performatività in tutte le sue sfaccettature, dunque. Una maratona che inizierà il 7 e finirà il 14 marzo con la performance di una delle pioniere di Art & Science, Victoria Vesna, che coreograferà una cena a base di oro concepita per un viaggio intergalattico!
Cosa significa oggi “performare” e come vedi il futuro dell’arte performativa?
Al festival, proprio con te, Elena Giulia Rossi, Sonia Golemme, parleremo della performatività degli algoritmi, in relazione al lavoro di Brian Eno e al documentario “Eno”, diretto da Gary Hustwit, che presentiamo. Come dice Marina Abramović, la performance “è la più diretta forma di comunicazione artistica”, quindi, credo che inglobi sempre di più tutte le potenzialità delle nuove tecnologie, ma in modo consapevole, critico o sovversivo.
Quale potrebbe essere il futuro del festival? Cosa ti auspichi per il prossimo anno?
Di ricevere l’attenzione e il supporto che abbiamo dimostrato di meritare. In fondo, queste forme di didattica “espansa” sono la norma nelle accademie dei grandi centri culturali. Quello che vorrei è che i nostri e gli studenti in generale abbiano sempre più occasioni di crescita collettiva, che li sostengano nel sentirsi i protagonisti del proprio tempo.
Valerio Veneruso
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