Se cambia la forma di attenzione, cambia anche la performance. Ecco come
In un momento storico cronicamente online e immateriale, la performance esplora nuovi sentieri, per fronteggiare anche un nuovo tipo di attenzione. Una ricognizione di artisti e critici che affrontano il tema
Che ne è della contemplazione delle opere nell’epoca del post-internet? Per certi versi è stata sostituita dalla concentrazione, necessaria a capire l’arte research-based: quella che ha come base gli esperimenti di analisi e critica del contesto sociale o esistenziale nata con artisti come Hans Haacke o Carolee Schneeman e proseguita con eredi quali Antoni Muntadas, Renée Green, il collettivo Center for Land Use Interpretation (Los Angeles, 1994), Map Office (Hong Kong, 1997), Multiplicity (Milano, 2000) tra gli altri: tutti artisti che indagano contesti storico-politici e le cui opere richiedono, per essere pienamente comprese, una forte attenzione ai testi su cui sono fondate. È l’arte che non può vivere senza le lunghe didascalie che troviamo sempre più spesso nelle mostre.
Attenzione e performance oggi
Dall’altra parte, però, viviamo in una versione nuova e crepitante di stimoli della società dello spettacolo, un contesto sensoriale che ci distrae costantemente e che domanda opere, o piuttosto operazioni sceniche, che sappiano attirare l’attenzione in modo appunto spettacolare. Anche per questo si è estesa la pratica della performance, e con essa l’accavallarsi del suo statuto con quello della danza, del teatro, del soundscape. In generale, notiamo che i nuovi musei sono stati spesso progettati per essere macchine adatte al movimento dei corpi, come dimostrano il rifacimento del MoMA (2014) e, in Italia, il MAXXI di Roma, non a caso inaugurato con una performance di danza da Sasha Waltz (2009). Oggi la corporeità si muove in modo spettacolare, ricordando le serate futuriste in cui, ad esempio, venne bruciata una bandiera austriaca in un teatro facendo cadere in platea brandelli di fuoco (1914), ma anche in maniera accattivante ed elegante: i tempi della masturbazione nascosta di Vito Acconci o delle prime coreografie minimali di Marina Abramovic e Ulay sono lontani. Ora persino le azioni più movimentate, come alcune tra le Constructed Situations di Tino Sehgal, non si appoggiano sullo scandalo, come molte delle azioni che fecero la fama del Judson Theatre negli anni 1962/4, né sull’essenzialità del Teatro Povero o sulla crudeltà del Living Theatre. L’eredità di Antonin Artaud è andata in pensione per favorire linguaggi più digeribili, anche se non per questo meno politici: pensiamo ai lavori di Tania Bruguera, provocatori ma dalla regia godibile persino quando implica il carcere (per lei). La performance di oggi tende comunque a una certa piacevolezza, lontana dall’essenzialità di Simone Forti o Trisha Brown. I casi di Cally Spooner o di Alexandra Pirici, nonché la versione rinnovata di una veterana come Joan Jonas, ci propongono movimenti aggraziati, costumi e colori di scena accattivanti. E così tendono a fare i numerosi reenactment che sono diventati comuni dagli Anni Duemila.
La fisicità come verità nella performance contemporanea
Questo genere di produzione artistica sembrerebbe soddisfare due caratteristiche salienti del nostro tempo, in primis la necessità di forti stimoli alla nostra percezione, tali da stare al passo con la frequentazione dei social fatta di rapidità, banner che disturbano l’attenzione e micronizzazione dei tempi di visione. Ma c’è anche qualcosa di più profondo: nel tempo della scarsa credibilità delle immagini online, vedere corpi e a volte poterli toccare o interagire con essi ci offre un senso di verità inoppugnabile di cui abbiamo un estremo bisogno.
E del resto, da sempre la testimonianza del vero passa attraverso il corpo, dalla Crocefissione di Cristo al rogo che uccise Giordano Bruno. Senza quei sacrifici fisici, le parole dei grandi predicatori o anche di molti scienziati sarebbero rimaste allo stato di ipotesi, perdendo quella assoluta testimonianza di convinzione che sta proprio nel mostrare la carne. Alla fine delle grandi narrazioni storiche resta questo: la fiducia in ciò che si può toccare e un proliferare rizomatico di linguaggi, apparentati tra loro ma non disposti a farsi tendenza unitaria, secondo un trend prefigurato già dal testo profetico Millepiani di Deleuze e Guattari.
Attenzione e performance in alcuni nuovi libri
Per tutto quanto detto sopra non è un caso, credo che stiano proliferando saggi che si occupano di performance, seppure da prospettive e con profondità argomentativa diversa. È necessario ricordare l’ultimo, denso libro di Claire Bishop, che col suo tipico tono assertivo ed estremamente informato argomenta su questi temi nel suo Attenzione disordinata, appena tradotto in Italia da Johan and Levi. Sapida come sempre, Bishop non si innamora di ciò che scrive ma propone il suo libro come un necessario strumento di riflessione sulle nuove modalità di percepire e quindi di fare arte. Vanno segnalati anche Stato di incanto – Danza, non-danza, post-danza e performance art di Teresa Macrì (Postmediabook, 2025) e l’antologia intelligente intitolata Performance+Pedagogia a cura di Roberta Bernasconi, Giulia Crisci e Alessandro Tollari (Luca Sossella Editore, 2025), focalizzata soprattutto sull’imparare la grammatica della fisicità e, nel caso per esempio di bell hooks, disimparare parti della tradizione, sempre nell’ottica di un pensiero critico che si fa immagine, corporeità e politica.
Angela Vettese
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