Ecco com’è andato il festival Fabbrica Europa di Firenze che nel 2023 ha fatto 30 anni

Giunto all’edizione del terzo decennale, tra settembre e ottobre 2023 il festival ha conquistato spazi diversi, anche non teatrali, viaggiando tra danza, musica e performance con coerenza e disinvoltura

Per la sua trentesima edizione, Fabbrica Europa ha portato a Firenze 56 eventi e 100 artisti, per un mese all’insegna delle arti performative, in scena in spazi eterogenei della città, dal teatro del Maggio fiorentino alla Manifattura Tabacchi.
Cominciando dall’apertura, affidata al regista Romeo Castellucci, con Domani. Lo guardo per la terza volta ormai e mi sembra sempre un albero di betulla: è magro, lunghissimo, con foglie rade. Chi lo porta in giro come fosse il sostegno della sua deambulazione cieca, o un trofeo sopravvissuto a chissà quale tempesta, è una brasiliana dal corpo monumentale. Ana Lucia Barbosa si libera del trench verde per lasciar trapelare l’abito strapazzato e un po’ lurido come i capelli appiccicosi che ricadono sulle sue spalle. I piedi nudi e sporchi, sotto gambe gonfie, procedono a fatica nel magnifico salone della Palazzina Reale di Firenze. Piccolo particolare, che in nessun modo è tale, quella scarpetta da bambino di cinque o sei anni; funge da tappo all’albero reciso o da successivo camminamento magari traballante, ma implacabile.

Su Domani di Romeo Castellucci

L’autore della performance, considerato il regista italiano più famoso nel mondo, chiude o apre le sue speranze con i tre giri lungo il perimetro dell’attrice non vedente (dunque ci vede benissimo) che si ferma solo per appiccicarsi al grande vetro dai riquadri in legno che divide il salone, le lacrime agli occhi, o per reclinarsi su stessa e piangere.  Il titolo Domani potrebbe suonare profetico ma beffardo: Castellucci, al debutto del maggio 2022 alla Triennale di Milano, lo riportava alla dispositio in epoca romana, cioè alla combinazione d’immagini efficaci solo per allettare la vista, ben sapendo (grazie al Libro degli emblemi di Andrea Alciato del 1531) che talvolta questi “muti emblemi” significano quanto le parole. Oggi più che mai quella scarpetta povera e chi la trascina squarciano scenari di guerre infinite, dove indumenti infantili si trovano tra le macerie dei morti; ci parla di natura offesa, contaminata e di dolore inguaribile per chi vive in estrema indigenza o in malattia. Sostenuti dalla musica di natura ma a tratti terrorizzante di Scott Gibbons, i venti minuti di Domani fanno male; entrano in empatia con il pubblico e per i soli ottimisti promettono una prole che da “domani” potrebbe non esistere più. 

ROMEO CASTELLUCCI, DOMANI, photo: Monia Pavoni
ROMEO CASTELLUCCI, DOMANI, photo: Monia Pavoni

Su Isadora Duncan di Jérôme Bel

Curioso che il lungo tour dell’azione performativa minimale di Castellucci l’abbia posta a tu per tu con Isadora Duncan di Jérôme Bel, il coreografo francese che più di ogni altro, almeno tra gli artisti della sua generazione (1964), si è occupato dello spazio scenico non come luogo del corpo e per il corpo danzante, bensì come habitat semiotico. Intensi i suoi ritratti di artisti viventi tra i quali rifulge Véronique Doisneau (2009). Anche l’Elisabeth Schwarzt calata nei panni di post-post Isadorable (le seguaci sopravvissute alla Duncan si chiamarono Isadorables e fecero proseliti nel mondo, come gli apostoli) si racconta, anzi danza. Questa volta però il ritratto Isadora Duncan (2020) attinge alla memoria, a Ma vie, l’autobiografia della danzatrice libera e a piedi scalzi, più famosa, scomparsa nel 1927, e dunque la trasmissione della sua avventura creativa avviene per bocca di un’intrattenitrice. Seduta a un tavolino l’esperta Chiara Gallerani invita la Schwarz a mostrare movimenti e frammenti di danze duncaniane. Poi sfonda la quarta parete: chiama sul palco spettatori ansiosi di ripetere le movenze della Schwarz e questa ennesima astuzia ci ricorda quanto la Duncan avesse a cuore l’insegnamento, la creazione di scuole che formassero non solo danzatrici (soprattutto) nuove ma anche persone nuove. Dettaglio geniale che forse cede un poco alla noia, anche perché la francese Schwarz molto seria e austera, sembra non possedere le potenti stigmate espressive di un’Isadorable doc come fu l’americana Annabelle Gamson. Scomparsa nell’agosto di quest’anno, a 94 anni.

JEROME BEL ISADORA DUNCAN, photo: Monia Pavoni
JEROME BEL ISADORA DUNCAN, photo: Monia Pavoni

Su Variazioni su Giona di Julie Ann Anzilotti 

Non si presta a nessun confronto, ed è una fortuna, la danza e la Weltanschaaung di Julie Ann Anzilotti. Nel duetto Variazioni su Giona, seconda riflessione sul Libro dell’eponimo profeta biblico, la coreografa a capo della Compagnia XE si confronta ancora una volta con i temi etici che le sono cari attraverso la lettura a chiare lettere del testo, sempre disgiunta dal movimento della coppia formata da Paola Bedoni e Paolo Piancastelli. Ai due formidabili danzatori sembra vietato cadere nella trappola di qualche passo a due per prediligere accostamenti inaspettati e irriverenti, semmai incisi sulla musica composta da Steven Brown e Luc Van Lieshout, il primo sax tenore e già front-man dei leggendari Tuxedomoon. La dicotomia dello spettacolo in cui Giona finisce nel ventre di un grande pesce come Geppetto nella balena, crea una possibilità di doppia fruizione per gli spettatori e talvolta si spezza nell’illusione di un’intesa tra danza e parola, ma sempre con l’aiuto di qualche costume o di qualche oggetto. La danzatrice si avvolge in un manto plastificato e si può immaginare che sia il riemergere dai marosi del profeta. La stessa indossa poi una sorta di alta corona o scultura blu con pennacchi che scappano fuori e la fantasia corre verso il successo di Giona nell’ottenere il perdono divino. Nel tripudio finale con la crescita di un ricino, qui alberello colorato, si può pensare si tratti della gioia del profeta e nel repentino ritiro del fogliame dalla scena alla sua desolazione cui fa seguito una rinnovata consapevolezza, non più ribelle. Serve, è naturale, invertire le carte da noi imbandite; resta tuttavia la pienezza di una danza di salti e inchini e dalla gestualità sorprendente e inattesa. Resta altresì l’eleganza dell’insieme grazie al nitore di un fondale (di Tiziana Draghi) solo attraversato al centro della sua lunghezza da una striscia d’oro che accoglie proiezioni di corpi disegnati e diventa grigio-azzurrina, grazie all’originalità degli oggetti di scena (tutti di Monica Sarsini), e alla raffinatezza dei costumi (di Loretta Mugnai) quotidiani, mai banali. 

XE ANZILOTTI FLORIDA, photo: Monia Pavoni
XE ANZILOTTI FLORIDA, photo: Monia Pavoni

Sui lavori di Alexandre Fandard e Leïla Ka 

Manca invece la musica dal vivo nel duplice solo a specchio dei francesi Leïla Ka e Alexandre Fandard, ultima tappa della nostra incursione a Fabbrica Europa. Se faire la belle e Comme un symbole, sono entrambi sur place e potrebbero essere complementari. Nel primo solo la danzatrice in camicia da notte traduce la locuzione francese che sta per scappare, darsi alla fuga, in un intenso “monologo” gestuale in cui il corpo vibra, visibilmente soffre, s’acqueta e si tormenta non senza una certa gentilezza che può esplodere nel silenzio in un urlo muto oppure no. Il suo compagno altissimo e in abiti che vorrebbero essere “da potenziale terrorista”, o da “eterno escluso in terra francese”, appare assai più legnoso, difetta in questa sua tipologia umana da banlieue parigina ogni forma di morbidezza; ma anche qui le braccia vorrebbero essere ali per scappar via. Non si ricorre mai alla didascalia e la gestualità, soprattutto femminile, è accattivante; meno, ma come potrebbe essere il contrario, nelle circostanze descritte, quella maschile.

Marinella Guatterini

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Marinella Guatterini

Marinella Guatterini

Avrei voluto diventare un critico di arte visiva. Invece negli Anni Ottanta mi sono ritrovata a iniziare un lungo percorso di scrittura critica nell’ambito coreutico. La mia formazione composita si è rivelata utile per mettere meglio a fuoco la complessità…

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