Tema attualissimo, blockchain e NFT stanno entrando a far parte anche del panorama performativo. Come dimostra l’ultimo progetto della performer Francesca Fini.

Francesca Fini, artista pluridisciplinare, performer e attivista, è tra le prime cyber artiste italiane. Ospite di festival e programmazioni internazionali, è stata tra i protagonisti dell’iconica prima edizione della International Performance Art Week di Venezia e ben due volte artista residente al Bob Wilson’s Watermill Center di New York.
Non nuova alla sperimentazione con le tecnologie digitali, il suo progetto più recente è una piattaforma, De Pink, pronta ad accogliere riflessioni attorno alle possibilità della performance di confrontarsi con le potenzialità del web. De Pink, che certo nasce anche dalla situazione in cui versa attualmente lo spettacolo dal vivo, è soprattutto l’occasione per l’artista di creare una propria presenza all’interno dell’universo della blockchain e della crypto art, che sta rivoluzionando il mercato dell’arte.
Il primo lavoro, firmato dall’artista stessa, Pink Noise, è stato presentato nella sua prima parte il 7 aprile (ed è ancora visionabile sulla piattaforma), mentre la seconda parte è attesa per stasera, 9 aprile. Abbiamo affrontato tutti questi temi con l’artista.

INTERVISTA A FRANCESCA FINI

Tecnologia, video e digitale sono il tuo campo di indagine. In questo contesto pandemico la necessità di veicolare il performativo attraverso canali digitali diventa una necessità. Come nasce il progetto De Pink, che ospita come prima performance in più tappe Pink Noise? Come intercetta la tua indagine artistica e la realtà odierna? 
Ho cercato di trovare il modo per sviluppare un format di spettacolo digitale che non fosse una semplice e pretestuosa condivisione di contenuti digitali pensati per il mondo analogico e poi riversati in quello digitale per necessità. Anche nel nostro settore, infatti, le persone si sono trovate impreparate nei confronti del mondo digitale e dello streaming. Ci siamo trovati tutti di fronte all’impossibilità di riunirci nelle gallerie, nei teatri, nei cinema: questo ha prodotto come conseguenza tutto un riversarsi sul web in maniera spesso maldestra. Al di là di questo, trovo che sia importante trovare uno sbocco per esprimersi, per condividere il proprio lavoro, per farsi sentire, o anche semplicemente per dimostrare che si è ancora vivi: questa pandemia rappresenta, dal punto di vista del mio lavoro, la condizione in cui cercare di sviluppare modalità nuove di fruizione, di distribuzione, dello spettacolo digitale.

A cosa ti riferisci nel concreto?
Queste modalità non devono necessariamente sostituire lo spettacolo dal vivo, in presenza; che ricomincerà, riprenderà, supereremo la pandemia e si ritornerà nei teatri e nelle gallerie. È quello che mi auguro, perché mi manca tantissimo, però sarebbe bene comunque, parallelamente, sviluppare anche una distribuzione di questi contenuti attraverso format nuovi, intriganti, interattivi, in modo tale da poter mantenere queste due dimensioni parallele. Nessuna deve sostituire l’altra. Non c’è una lotta o una gara tra il digitale e lo spettacolo in presenza. Non c’è una guerra. Sono due elementi che possono assolutamente convivere, integrarsi, collaborare. La pandemia secondo me ci ha dato questa opportunità. Non a caso assistiamo oggi all’esplosione dell’arte digitale, con gli NFT (Not Fungible Token) e la blockchain; un aspetto sviluppatosi in questo contesto pandemico e con cui il mondo dell’arte contemporanea dovrà in qualche modo negoziare.

Con chi hai lavorato, se ci sono state collaborazioni?
Pink Noise è davvero un’opera fatta solo ed esclusivamente da me, uno one woman show. L’ho pensata, realizzata, sviluppata in maniera assolutamente autonoma: autoriale in tutto e per tutto. Così come la piattaforma De Pink che l’accoglie.

Francesca Fini, Pink Noise, 2021. Courtesy l'artista
Francesca Fini, Pink Noise, 2021. Courtesy l’artista

IL PROGETTO DI FRANCESCA FINI

La prima tappa è già online e la seconda è in programma il 9 aprile. Quali modalità di interazione con lo spettatore sono previste oltre a quelle già sperimentate, che vanno dalla realtà aumentata all’integrare lo spettatore nel processo di manipolazione della performance (sonora e visuale)?
Ci sarà sempre la realtà aumentata, ormai un “must” di tutte le mie opere. Per esempio adesso sto pensando a una mostra fatta solo con pannelli di realtà aumentata, pensata quindi per una galleria che non ha bisogno dei monitor. La realtà aumentata, infatti, è un dispositivo straordinario per poter veicolare i contenuti, risolve miliardi di problemi anche semplicemente espositivi; è un elemento che integrerò molto, anche in vista del fatto che presto gireranno sempre di più gli occhiali per la realtà aumentata, che sostituiranno un po’ i cellulari. È una possibilità che va studiata. In questo caso la utilizzo in modo particolare, c’è un video interattivo che dev’essere visto attraverso il filtro del cellulare, perché nel video compaiono dal vivo dei QR code, e questi attivano degli elementi video che si sovrappongono, in realtà aumentata, al video stesso. Ci sarà poi una sorta di collage interattivo: una serie di immagini e video distribuiti sul desktop dell’utente, che dovrà produrre il suo proprio collage, il suo puzzle, facendo delle foto per poi inviarmele. E ci saranno elementi performativi, video-performativi, animazioni, come nella performance precedente. Il format sarà lo stesso della prima tappa del progetto: un’interfaccia che guiderà l’utente nella fruizione del lavoro.

Crypto art, blockchain, bitcoin come nuova moneta del mercato dell’arte… sono temi più che mai attuali ma ancora poco (o per niente?) trattati in relazione alla performance. Quale è la tua sfida? Cosa proponi?
Sono dei temi attualissimi. Si sta assistendo a una piccola rivoluzione. La blockchain è un sistema che permette al creatore di diventare totalmente proprietario della sua opera e di venderla autonomamente come se fosse conio, moneta sonante nel mercato della criptovaluta. Il mondo dell’arte contemporanea la sta osservando in modo scettico, non si è attivato ancora in maniera efficace, ma è una vera e propria rivoluzione copernicana e antropologica. L’intermediazione è importante quando è un’intermediazione colta, alta, che deve cercare di inserire movimenti, artisti, in un contesto e storicizzarlo o teorizzarlo; il problema è che quando questa intermediazione si fa pesante si toglie spazio al creatore. Ecco, il bastone sta tornando nelle mani del creatore: questa è una piccola rivoluzione. Ancora fatichiamo a rendercene conto ma lo è, perché tutto può diventare criptovaluta, a questo punto. Significa che si può creare un mercato. Penso per esempio ai Paesi in via di sviluppo, in cui c’è una generazione di persone giovani totalmente capace di entrare in rete e creare, ma spesso ai margini della società. La blockchain dà un’opportunità enorme, perché scavalca il classismo, il settarismo, di certe società.

Quale mercato per la crypto art? In quanto attivista, quali possibilità vi riconosci? È vero che si tratta di una possibilità di democratizzazione del mercato dell’arte o non sarà piuttosto un ennesimo tentacolo del mercato capitalista?
Interessantissima questione. Democrazia e mercato non possono essere scollegati fra loro, vanno di pari passo. Bisogna sempre cercare di giocare tenendosi in bilico tra queste due forze, perché, se ci pensi, la democrazia è nata proprio con il mercato, con la borghesia, nel momento in cui venivano creati dei valori diversi dalla nobiltà di sangue, valori acquisiti, tipici della società aristocratica e quindi non democratica. Se a questi valori sostituisci altri valori, che sono quelli tipici della società borghese, l’intelligenza, il lavoro, l’ambizione, ecc., allora la società cambia, dà spazio ad altre forze. Mercato, capitalismo e democrazia, quindi, vanno a braccetto: a volte si scontrano in maniera conflittuale, altre volte collaborano. Bisogna tenersi nel mezzo in maniera estremamente intelligente e io credo che gli artisti che si occupano di digitale siano svegli: sapranno valutare le diverse situazioni.

Francesca Fini, Pink Noise, 2021. Courtesy l'artista
Francesca Fini, Pink Noise, 2021. Courtesy l’artista

BLOCKCHAIN E ARTI PERFORMATIVE

Che cosa ti aspetti?
Di fatto c’è già un grosso dibattito in corso, su questo fenomeno degli NFT, proprio tra i maker, gli artisti digitali che avevano già un loro seguito prima degli NFT. Sicuramente c’è una democratizzazione, perché qualsiasi ragazzo che ha talento si può collegare in rete, pubblicare il suo pezzo e magari entrare nel radar di un collezionista, sopravvivere e vivere del suo lavoro. Allo stesso tempo, si tratta di un mercato ancora agli inizi, un mercato “beta”, farraginoso. Ci sono ancora dei problemi da superare: uno pratico, su tutti, è la gas fee ogni volta che fai una transazione. Pubblicare un’opera digitale nella blockchain è una transazione economica, e quindi implica un dispendio di energie, che significa dei computer collegati tra loro: la rete è decentralizzata, sono privati cittadini quelli che tengono in piedi la blockchain. La gas fee della moneta che in questo momento è usata per le transazioni nell’arte digitale, l’Ethereum, è molto alta. Quindi, da una parte sì, c’è un processo di democratizzazione, perché viene offerta una grossa opportunità, ma dall’altra se non si hanno dei soldi da investire si torna al problema della chiusura elitaristica. Proprio per questo motivo, però, si stanno creando monete alternative per pubblicare gli NFT; vi sono delle monete che sono molto più accessibili, come il Tezos o il Wave, per esempio. Il mercato si sta ponendo questo stesso problema, sta cercando di aggiustarsi, perché il mercato sono gli stessi utenti, e loro sanno che non tutti possono avere 200 euro da spendere ogni volta che devono pubblicare qualcosa (questi sono i costi). Di fatto è un mercato che si auto-aggiusta e si auto-sistema, perché è un mercato dal basso. Si troveranno delle alternative all’Ethereum (adesso, per esempio, sta uscendo l’Ethereum 2.0). Io sono molto fiduciosa, perché tutto questo, che è in divenire, è nato proprio per democraticizzare il mercato.

Hai già venduto alcune delle opere digitali che hai messo in vendita su Pink Noise attraverso il sistema di blockchain, come “residui” delle performance ospitate da De Pink?
Sì, alcune lo ho già vendute, le prime però in modo più tradizionale; le opere che sono state realizzate durante Pink Noise 01 sono state caricate sulla blockchain attraverso il sistema Verysart, che è una piattaforma che ti permette di autenticare, rilasciare delle edizioni limitate, certificazioni ai collezionisti. Adesso sono passata agli NFT. Ho venduto alcune stampe del guscio della Venere di Milo manipolata in 3D e trasformata in sculture di realtà aumentata. Queste stampe hanno l’immagine di questo guscio e sotto il QR code che attiva la realtà aumentata. Ne ho già vendute parecchie. Con il denaro che sto raccogliendo finanzierò opere di altri artisti. Farò un bando in cui inviterò degli artisti a propormi un progetto pensato appositamente per la piattaforma De Pink; in cambio avranno un piccolo rimborso, oltre alla presenza sulla piattaforma.

La prima tappa affronta il tema della bellezza, perché lo hai scelto come nota di inizio di questo progetto? Quale futuro pensi o desideri abbia De Pink e/o Pink Noise?
È un invito a pregustare e ad aspettare con ansia una bellezza che arriverà. Come artista, sento che la necessità della bellezza sia fondamentale, e non parlo di bellezza in quanto armoniosità estetica, ma come qualcosa di forte, che in arte ti colpisce e ti coinvolge. Ora che stiamo cercando di uscire da questa situazione che ci ha praticamente tenuti paralizzati per un anno, abbiamo un grandissimo bisogno di bellezza, di scosse, di tornare a vivere. Per me questa è la bellezza: la vita, la libertà, il potersi esprimere liberamente, il potersi toccare, abbracciare, il poter esprimere i propri sentimenti. Abbiamo assolutamente bisogno di questa scossa.
Mi auguro che questo progetto vada avanti, trovi la collaborazione di altri artisti e diventi una piattaforma di collaborazione, per pensare a nuove forme estremamente artigianali e sperimentali di spettacolo digitale. Non ho pretesa di insegnare come si fa. È talmente artigianale, underground, che sono contenta se, nella nicchia della nicchia, qualcuno risponderà e vorrà propormi qualcosa. In questo caso, significa che ci sarà un seguito. Che non è soltanto il mio linguaggio, ma anche quello di altri.

Chiara Pirri

www.de-pink.com

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AutoreFrancesca Fini
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Chiara Pirri
Chiara Pirri (Roma, 1989), residente a Parigi, è studiosa, giornalista e curatrice, attiva nel campo dei linguaggi coreografici contemporanei e delle pratiche performative, in dialogo con le arti visive e multimediali. È capo redattrice Arti Performative per Artribune e dal 2016 collabora con Romaeuropa Festival. Ha curato progetti di comunicazione multimediale per festival e istituzioni come Drodesera - Centrale Fies, Museo MACRO di Roma, Istantanee festival. In Francia cura progetti artistici per aziende e istituzioni (Unesco, Dior, Renault, Loewe, Kering…) attraverso collaborazioni internazionali.