Arte dal vivo dopo la quarantena. Cosa succederà?

Facciamo finta che la quarantena che stiamo vivendo da settimane non sia la precauzione imposta da un’emergenza sanitaria ma una vacanza che il mondo si è preso per permettersi di perdere tempo in ragionamenti su temi a scelta. Facciamolo per gioco, ma anche per permetterci momenti di riflessione pura e semplice, non condizionati dalle influenze negative legate a questo periodo tremendo. E proviamo a ragionare sul futuro delle arti dal vivo.

Gaga Online. Photo © Gadi Dagon. Courtesy Festival Oriente Occidente
Gaga Online. Photo © Gadi Dagon. Courtesy Festival Oriente Occidente

Questo mese di fermo totale ha portato il mondo dell’arte dal vivo a reagire con grande vitalità. Le regole del gioco prevedono che non si possa uscire dalle abitazioni, quindi proprio da lì è nata una piccola rivoluzione che si è avvalsa del mezzo a portata di mano – già molto utilizzato in altri settori ma molto più timidamente dal teatro contemporaneo: la comunicazione digitale. Le iniziative sono innumerevoli: il Teatro di Roma ha lanciato un palinsesto di attività online con letture, tutorial e talk, Triennale Milano propone ogni giorno Decameron, una serie di dirette Instagram in cui artisti di vari campi sono invitati a raccontarsi o a sviluppare una personale narrazione su un tema, Festival Oriente Occidente propone una selezione di lezioni con grandi maestri e podcast di approfondimento culturale, Romaeuropa esplora il materiale di archivio delle passate edizioni con interviste video e radiofoniche, il Piccolo Teatro di Milano attiva PiccoloTV, oltre quaranta video online degli spettacoli più significativi della sua storia. Lo scenario è decisamente positivo e molto partecipato: ma una volta finita la quarantena, cosa accadrà?

Triennale Milano Decameron. Goldschmied e Chiari. Photo © Gianluca Di Ioia
Triennale Milano Decameron. Goldschmied e Chiari. Photo © Gianluca Di Ioia

ARTE DAL VIVO E MEZZI DIGITALI

È plausibile pensare che nel futuro prossimo si inizi a ripensare alla creazione di performance e spettacoli tenendo presente la fruizione digitale, anche per un motivo molto semplice: stiamo vivendo un’emergenza sanitaria che porta con sé una serie di nuove abitudini. Quando sarà di nuovo possibile frequentare e condividere gli spazi teatrali si dovrà comunque ripensare a come abitarli, per garantire una distanza minima fra gli spettatori e fra gli artisti, ad esempio. Questa nuova norma influenzerà anche i contenuti: il contesto nel quale il mondo sta vivendo ora condizionerà sicuramente il pensiero, l’azione e quindi il prodotto artistico. In uno scenario come questo, in cui il cambiamento è necessario, l’introduzione di nuove modalità di fruizione delle arti performative può trovare terreno fertile.
Dovremo forse aspettarci che tutto ciò che abbiamo finora immaginato come fruibile solo dal vivo diventi lentamente virtuale? La digitalizzazione di un’opera, oltre che essere facilmente monetizzabile, potrebbe massimalizzare il guadagno, potendo raggiungere un numero di spettatori esponenzialmente maggiore di quello che ne contiene una platea. Sembra a tutti gli effetti una strada percorribile: in un dibattito sul tema lanciato su Facebook in molti hanno espresso opinioni in linea, proponendo ad esempio di realizzare una piattaforma streaming dedicata esclusivamente agli spettacoli teatrali, nella quale è possibile acquistare il video dello spettacolo esattamente come succede per i film. Il punto però è proprio questo: si può acquistare il video dello spettacolo, ma questo sostituisce la realtà di una messa in scena? Stiamo parlando di un settore che si riassume nell’espressione “arte dal vivo”, dicitura che sottintende necessariamente che il prodotto artistico nasca dal lavoro di persone che hanno necessità di comunicare con altre in un contesto che permetta uno scambio vivo, reale, che esiste solo nel momento in cui accade. Ed è proprio questa peculiarità che rende quest’arte diversa dalle altre: essendo soggetta a una serie di circostanze imprevedibili a priori, il risultato ha sempre una variabile, ha un margine di cambiamento che lo rende ogni volta diverso, che lo rende quindi vivo. Pertanto, se tutto questo venisse fissato in un video sempre uguale e ripetibile, cesserebbe di essere teatro. Questa è una prerogativa da tenere presente con estrema attenzione, tuttavia non esclude a prescindere che l’ampliamento dell’aspetto digitale, soprattutto dal punto di vista della comunicazione, porti con sé una serie di aspetti positivi. Potenziare la promozione digitale dell’arte dal vivo potrebbe essere una piccola chiave di volta per incrementare il coinvolgimento di un pubblico più vasto e generalista, da rendere partecipe di un mondo con il quale non è sempre facile entrare in contatto.

Alain Platel, Coup fatal. Photo © Chris Van der Burght. Courtesy REf per #laculturaincasa
Alain Platel, Coup fatal. Photo © Chris Van der Burght. Courtesy REf per #laculturaincasa

L’IMPORTANZA DEL CONTATTO

Spesso l’offerta artistica supera la richiesta: per molti teatri, rassegne o iniziative legate all’arte dal vivo la mancanza di pubblico è un problema cruciale, ed è un dato rilevante che moltissime istituzioni abbiano iniziato a impiegare forze enormi nella creazione di un’audience interessata e fidelizzata alle proposte artistiche, con risultati non sempre soddisfacenti. A questo fenomeno si lega un malcontento piuttosto diffuso, soprattutto fra gli artisti non ancora del tutto affermati, nei confronti degli enti, dei pochi soldi, del fatto di non essere riconosciuti come lavoratori “veri”. Ora invece, in un momento in cui il cammino si è fermato per cause di forza maggiore, sembra che le necessità di chi si occupa di spettacolo abbiano preso una direzione diametralmente opposta: è come se fosse riemerso dagli abissi ciò che conta sinceramente nel lavoro di un artista, cioè comunicare con le persone. Questa invasione di iniziative digitali urla a gran voce un estremo bisogno di connessione con l’altro, di veicolare un messaggio, di corporeità: in questa situazione estrema è prevalsa la capacità di reagire e di trovare soluzioni, senza perdite di tempo. Facciamo in modo che questo slancio non rimanga un bell’esempio di istinto di sopravvivenza destinato a scemare col tempo, usiamolo piuttosto come carburante per ripartire più forti, più uniti: rafforzare il dialogo e la collaborazione fra tutti gli addetti ai lavori sarà fondamentale per ricostruire l’ambiente del contemporaneo, a prescindere da quale forma e da quali nuove abitudini esso assumerà.
È complesso figurare scenari futuri in una situazione come quella che stiamo vivendo, nella quale si naviga a vista per qualsiasi cosa e dove il senso di precarietà è diventato di casa. Ma per fortuna riusciamo ancora a usare il nostro tempo per il piacere del ragionamento puro e semplice, nonostante la coltre di nebbia che questo tremendo e delicato periodo porta con sé.

Giada Vailati

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Giada Vailati
Classe 1994, studia danza dall’età di nove anni, terminati gli studi classici frequenta l’accademia Dancehaus di Susanna Beltrami, diplomandosi in danza contemporanea e teatro. Nel 2018 viene selezionata per un master in danza contemporanea e somatic approach presso La Biennale di Venezia, lavorando con la coreografa Marie Chouinard e partecipando ad un suo spettacolo di repertorio. Lavora come danzatrice e performer con diverse compagnie italiane ed internazionali fra cui l’israeliana Public Movement, è membro fondatore di Cult of Magic, collettivo di artisti che opera nell’ambito musicale e performativo e collabora come critica di danza e di teatro per 1977magazine e per Artribune.