Per chi non mastica di musica, di club, di balli potrà sembrare un mondo lontanissimo. Ma se vi dicessimo che il voguing affonda le sue radici fra cinema muto e riviste patinate?

Do you want me to say who I am and all that?. Comincia in questo modo Paris is Burning di Jennie Livingston. Con la leggendaria Pepper LaBeija che guarda dritto in macchina, rivolgendosi alla regista e al pubblico. “Bring the camera closer, Mr DeMille. I’m ready for my close-up”. Due battute che raccontano un mondo. Citando la diva del muto caduta in rovina Norma Desmond in Sunset Boulevard (1950) di Billy Wilder. Rievocando il sogno di quell’immaginario hollywoodiano. Lasciando intuire la relazione che il voguing intrattiene con le immagini e la cultura mediale.

IL BALLO COME ANTIDOTO

Mentre le nuove generazioni si entusiasmano seguendo le vicende di Pose su Netflix, che introduce una storia di finzione dentro quel mondo favoloso e ai margini, raccontato con crudo realismo, diversi decenni prima dalla Livingston, riportando all’attenzione del pubblico la cultura ballroom e l’originalità della resistenza della comunità queer e transgender di colore newyorchese, occorre ricordare che non si tratta di semplice nostalgia.
Esiste una relazione storica e ambientale, che spinge a domandarsi: cos’è cambiato? Reagan ieri, Trump oggi. Sembra quasi che le “culture war” tornino con ferocia, nei balli sfrenati, non tanto di Pose, che racconta, con estrema fedeltà, anche estetica, le origini del fenomeno e del suo immaginario legato alla disco e all’Old Way, bensì in quel susseguirsi frenetico di duckwalk, piroette e cadute che contraddistingue il Vogue Femme e il Vogue Dramatic. Le condizioni sociali sono diverse. La strada, la prostituzione, l’omofobia, Harlem, i pier, Washington Park, le ball come simbolo di chiusura e ricerca della salvezza in un sogno non costituiscono più gli elementi distintivi della scena. Nonostante ciò, la discriminazione è rimasta e la reazione proviene ancora una volta dalla musica, dal potere seduttivo e trasformativo del corpo, dalla lotta contro l’AIDS e dalle battaglie che debordano dalle passerelle delle ball al web.

Screenshot da Paris is Burning (1991) di Jennie Livingston
Screenshot da Paris is Burning (1991) di Jennie Livingston

IL VOGUING IERI…

Tra la fine degli Anni Ottanta e i primi Novanta, quando diventa un fenomeno popolare grazie anche a Vogue di Madonna (frequentatrice del Sound Factory, quindi attenta a ciò che emerge dall’underground nero e latino), il voguing subisce molte trasformazioni. L’idea centrale, oltre che caposaldo della queer theory, di decostruire i generi e creare la propria identità, però rimane.
La struttura delle House, seconda famiglia, spazio di crescita, libertà espressiva e critica aperta al concetto di Home, fonte di soprusi e violenza, è ancora presente. Ma sul fronte della danza e della musica c’è un’accelerazione verso il futuro. Persino Vjuan Allure – il primo dj e producer ad avere reinterpretato il classico The Ha Dance dei Masters At Work; ad avere raccolto l’eredità di Junior Vasquez al Sound Factory; della scena di Washington D.C.; dell’approccio più beat-drive di DJ Sedrick, più legato a sua volta al sound di Baltimora, Chicago, della techno di Detroit – sembra lontano nel tempo.

Screenshot da Pose, serie Netflix su ballroom e voguing
Screenshot da Pose, serie Netflix su ballroom e voguing

… E OGGI

Col nuovo millennio l’aggressività prende il sopravvento. Hip hop, R&B, deep house, ancora una volta Baltimora e Jersey Club, i bpm salgono a 130-140, le voci smettono di sedurre, urlano e si distorcono, i crash metallici, con il loro richiamo industrial, si susseguono ravvicinati, i rework di The Ha Dance sono innumerevoli. Un producer di riferimento all’interno della scena è MikeQ (Fade To Mind, Qween Beat), tanto quanto Kevin JZ Prodigy, con la sua voce ringhiante, mentre per quanto riguarda l’esterno un nome da citare è Divoli S’vere, più vicino alla “Google generation” che al movimento ballroom e alla sua storia.
I suoi pezzi sono free su Soundcloud e YouTube. Prendono le distanze dalla house, sono il prodotto di un rimasticamento di influenze che provengono dal dubstep, dal Jersey Club, da Britney Spears, Rihanna, Beyoncé. Sono più scuri, clubby, hard. È questa la nuova atmosfera che si respira alle ball più famose, tra cui la Latex Ball di New York. Un concentrato di stravaganza, aggressività, accelerazione, competizione, outfit da club kid e orgoglio queer.

Carlotta Petracci

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #51

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.