Intervista doppia Motus e Kinkaleri che raccontano la performance cinematografica al Centro Pecci

Cinema, teatro e arti visive si fondono in questa azione a cura di Motus e Kinkaleri che anima di nuova vita pellicole vecchi e nuove. Ecco come.

©ClaudiaPajewski
©ClaudiaPajewski

Il Museo Pecci di Prato ospita fino al 23 novembre Chroma Keys, una performance – installazione cinematografica ideata da Motus all’interno del progetto Body to be, curato da Kinkaleri. Grazie allo strumento del green- screen il corpo della performer, artista, attivista Silvia Calderoni si insinua come un “alieno” all’interno di spezzoni di film appartenenti a epoche diverse, lasciando al pubblico il compito di “completare la sceneggiatura”. Di performance, cinema, pubblici e festival abbiamo parlato con Kinkaleri e Motus che ci hanno spiegato meglio il loro progetto.

Cosa è Body to be e chi sono stati gli artisti ospiti e i luoghi abitati finora?
Kinkaleri: Body To Be è un progetto sulla performance contemporanea nato nel 2015 per Toscanaincontemporanea, in parallelo a is it my world? (2012) altro format curatoriale di Kinkaleri. Le differenze? Mentre quest’ultimo si colloca in maniera specifica all’interno di spazioK (luogo di lavoro della compagnia nel centro di Prato) attraverso residenze, performance e laboratori, Body To Be si estende nella città andando di volta in volta a collaborare con diverse situazioni, collocandosi in luoghi del panorama urbano con l’intento di estendere e coinvolgere attraverso la performance anche quegli spazi non sempre concepiti per la rappresentazione.

Chi era coinvolto?
Nel 2015 gli artisti invitati sono stati Jerome Bel, Tino Sehgal e Kinkaleri/Tempo Reale presentati all’interno di ContemporaneaFestival15 e collocati rispettivamente al Teatro Fabbricone, all’aperto nel Bastione delle Forche sulle mura della città e allo spazioK. Nel 2016 Cesare Pietroiusti e Invernomuto, con due performance/installazioni collocate nel MacroLottoZero, un quartiere adiacente al centro storico di Prato caratterizzato dalla presenza di cittadini extracomunitari. Nel 2017 sempre al MacroLottoZero sono stati invitati Cristian Chironi e il progetto di scambio di pratiche Nobody’s Business, un progetto interdisciplinare organizzato da un gruppo di artisti che riflette attraverso la performance sul corpo e lo spazio, per arrivare all’edizione del 2019 con l’invito a Motus al Centro Pecci di Prato.

Quali sono gli aspetti della performance contemporanea che volete indagare attraverso il progetto?
Ci interessa il corpo nelle sue relazioni complesse con un mondo sempre più stratificato in autorappresentazioni; la sua unicità, il suo essere irriducibile e titolare di una biografia ineludibile, carica di esperienza… ci interessano i suoi virtuosismi e le sue cadute. Il corpo diventa allora il luogo unico, sempre performante, dove le tensioni, i conflitti, le complessità del contemporaneo emergono in tutta la loro potenza devastante e rigenerante allo stesso tempo. Nel nostro specifico, accendere relazioni tra corpi e spazi in un luogo urbano significa, in ogni fase, approfondire la conoscenza, l’esperienza e la possibilità di porre ancora domande sulla inesplicabile condizione di un corpo sociale in transizione, sciolto in una condizione senza più argini dove poterlo raccogliere in modo rassicurante.

Perché i Motus e Chroma Keys al Pecci?
I Motus hanno stabilito una relazione attiva con la contemporaneità, con i suoi segni visibili e invisibili, nel tentativo di decifrarne le dinamiche e le tensioni, un termometro sempre appoggiato a registrare gli smottamenti di percezione della realtà, cercando di fissarla nella sua forma più chiara e lineare. Chroma Keys nel suo essere fondamentalmente un gioco di riflessi e di sguardi, ci propone la visione di un interstizio tra presenza e rappresentazione, tra virtuosismo e invenzione, tra finzione e finzione. Il corpo in questo caso appare nella sua duplice essenza, pur appartenendo allo stesso segno della rappresentazione, ci mostra che ogni relazione ci ri-guarda, che va coniugata, resa visibile in un altrove dello sguardo che è la nostra capacità di riassemblare la totalità delle cose.

E i film?
La scelta dei film su cui si applica l’operazione Chroma Keys diventa il filo rosso di una presa di posizione, di un terreno di confronto proprio sulla relazione che l’umano applica sulle sue forme di rappresentazione, scoprendole, forse, allo stremo delle forze, sul punto di cadere e risorgere altrove. Il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato ci è sembrato il luogo migliore per raccogliere, in un punto nevralgico della città, una visione che cerca di dare consistenza alle seduzioni e alle inquietudini del nostro tempo.

Il cinema è un grande punto di riferimento nella vostra pratica e poetica, sia per quanto riguarda le opere cinematografiche (i film) che il medium stesso (il video) parte integrante del vostro lavoro. Scrivete nella presentazione che “mai avremmo immaginato di arrivare a un sabotaggio così sfrontato del frame” fino a entrare nei film. Cosa vi ha spinto fin li, che rapporto nuovo create con il cinema in Chroma-Keys?
Motus: Il lavoro nasce nel 2018 come lavoro per lo spazio pubblico per Santarcangelo festival. Abbiamo sabotato il cinema utilizzando il grande schermo installato in piazza per la programmazione di film ad accesso libero. Il cinema è qualcosa con cui ci incontriamo e scontriamo sempre nel nostro lavoro e il meccanismo del green screen (chroma key) lo avevamo già sperimentato con Panorama ma in modo molto diverso.  I titoli di testa danno l’idea che si tratti di un film di Motus, mentre in realtà lo spettatore capisce poco a poco che si tratta di immagini e frammenti che evocano film diversi, legati da una scelta drammaturgica chiara. Spazi desertici, luoghi irriconoscibili, scenari post-apocalittici… il tutto legato alla dimensione del viaggio e della libertà. Si inizia infatti con una citazione di Bela Tarr ma ci sono anche Angelopoulos, Lars Von Trier, Garrel, Hitchcock…

Come si costruisce il susseguirsi dell’uno rispetto all’altro?
Non c’è una narrazione, è un blob, un grande gioco per cinefili e allo stesso tempo uno strumento di meraviglia per i bambini, un lavoro sulla magia del cinema. Per la prima volta un’opera di Motus per un pubblico trasversale e che gioca spesso sull’ironia.

Un’opera cinematografica, performativa e anche installativa…
Il lavoro di Silvia è incredibile, una mimesi continua: cambio di abiti e parrucche ma anche di stati d’animo, susseguirsi di posizioni in un movimento scenico che è di per sé coreografico. Sul piano cinematografico l’immagine di Silvia entra in contatto con paesaggi vuoti, figure umane ma anche animali, a volte è in primo piano, altre è un’immagine piccolissima sullo sfondo… L’installazione ha una forza diversa a seconda del luogo in cui prende forma: la piazza di Santarcangelo, il teatro di Short Theatre, e ora il museo al Pecci che ci permette di amplificare lo spettro del nostro lavoro.

È un esperimento, a tratti ironico a tratti poetico ma anche uno strumento di analisi…
Chroma Keys ci ha permesso di abbordare tematiche che saranno importanti nella drammaturgia di Santarcangelo 2020. Oltre al discorso sullo spazio pubblico e sulle questioni del paesaggio in chiave apocalittica, vi è un primo approccio alla questione del tempo, non solo come fine, che sarà importante nella prossima edizione del festival. 

Chiara Pirri

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Chiara Pirri
Chiara Pirri (Roma, 1989), residente a Parigi, è studiosa, giornalista e curatrice, attiva nel campo dei linguaggi coreografici contemporanei e delle pratiche performative, in dialogo con le arti visive e multimediali. È capo redattrice Arti Performative per Artribune e dal 2016 collabora con Romaeuropa Festival. Ha curato progetti di comunicazione multimediale per festival e istituzioni come Drodesera - Centrale Fies, Museo MACRO di Roma, Istantanee festival. In Francia cura progetti artistici per aziende e istituzioni (Unesco, Dior, Renault, Loewe, Kering…) attraverso collaborazioni internazionali.