Sottrarsi al lavoro troppo intenso. Si parla di ‘quite quitting’ in una mostra a Milano
Paradossalmente è proprio in uno studio di commercialisti che si svolge la mostra in cui Niccolò de Napoli approfondisce il fenomeno per cui sempre più spesso i giovani rifiutano la cultura dell’iperproduzione in favore di una vita più modesta ma con meno stress
Cosa succede quando si smette di credere nel proprio lavoro senza però smettere di farlo? Quando ci sei, ma non del tutto? Su questo tema ragiona Niccolò de Napoli (Cosenza, 1987) nella mostra I’m here, but not entirely yours, prodotta da PROGETTO LUDOVICO e presentata nello Studio Lombard DCA a Milano. Spazio di commercialisti che, specializzato in consulenza strategica per le imprese, accoglie mostre dal 2017 e ben si presta a un ragionamento sul lavoro, sulla presenza consapevole e sulla sottrazione alle responsabilità.

Il lavoro e la repulsione come fratture identitarie nelle opere di Niccolò de Napoli
I’m here, but not entirely yours: il neon azzurro installato all’ingresso, colore che richiama il mondo digital corporate, fa da monito ambivalente. Salite le scale, la tensione tra partecipazione e ritiro si rinnova nell’installazione sonora che diffonde ogni 20 minuti, (lo stesso ritmo delle micro-pause prescritte dalla psicologia del lavoro) una frase tratta dal film Vieni avanti cretino del 1983 interpretato da Lino Banfi: “Your satisfaction is our best reward!”. Sospeso sulle scale, un grande Kayak sottovuoto, a simbolizzare una passione per il tempo personale in natura. Nei vari uffici sono disposte le teche monocromatiche, prodotte dalla società Vitrik, di vetro switchable che si oscura all’avvicinarsi dello spettatore, lo stesso usato per garantire privacy in molti uffici e sale riunioni.

Il Quitting al centro del simposio organizzato da Studio Lombard a Milano
L’almanacco cartaceo trimestrale AES Arts+Economics prodotto da Studio Lombard del mese di gennaio 2026, disponibile durante la mostra, indaga il quitting e i suoi dintorni. Lo scorso ottobre presso la Casa Degli Artisti di Milano si è svolto un simposio promosso dal progetto Quitting, una tavola rotonda che riuniva un gruppo eterogeneo di intellettuali per indagare le ragioni esistenziali che spingono a lasciare il lavoro di curatore e artista spesso schiacciati dal loro stesso sistema, il perché si “è stufi”, perché ci si sente in colpa, l’essere onesti, il tacere.
Niccolò de Napoli e la pratica del Quite quitting allo Studio Lombard di Milano
Il fenomeno ha un nome preciso: quiet quitting. Non licenziarsi, non ribellarsi, ma sottrarsi in modo calibrato e silenzioso all’imperativo del “sii sempre entusiasta, proattivo, coinvolto“. È una resistenza emotiva che Generazione Z e Millennial hanno trasformato in postura generazionale, rifiutando la hustle culture, la cultura dell’iperperformance che ha reso la dedizione illimitata al lavoro una virtù morale e un segno di valore personale.
Similmente il coasting, lo “scivolare in folle, per inerzia con il motore spento”, designa l’occupare un posto senza “abitarlo” davvero. Il quiet quitting è il punto di rottura: il soggetto esegue ancora i gesti della performance attesa, ma ha già trasferito la propria soggettività altrove. È il “preferirei non” di Bartleby lo Scrivano, consapevole, deliberato, politico. Non apatia, ma riappropriazione del confine tra sé e ruolo, tra tempo personale e tempo produttivo, in un contesto iper-focalizzato nell’abolizione dei tempi morti come progetto sistemico. Quitting, coasting, quiet quitting e quiet cracking (“creare una crepa”), diverse sono le terminologie che mappano i fenomeni dello “smettere”. Dropout, più conosciuto, è la rinuncia a un percorso di studio o di carriera prima del suo completamento.
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L’ansia e il capitalismo contemporaneo nella ricerca di de Napoli a Milano
Nel suo Un lavoro perfetto (Marsilio, 2021), l’autrice giapponese Tsumura Kikuko racconta di una donna che, dopo essersi licenziata in seguito a un esaurimento nervoso, si dedica a un lavoro noioso e monotono ma senza ansia. Byung-Chul Han in La scomparsa dei rituali del 2019, individua proprio nella distruzione dei ritmi collettivi, i ritmi del tempo non produttivo, delle pause, come una delle conseguenze più profonde della società della performance, della “fatica nervosa e non muscolare” del nostro tempo. In termini fisheriani, è una risposta alla colonizzazione affettiva del capitalismo contemporaneo, un tentativo di sottrarre almeno una parte dell’orizzonte immaginativo ed emotivo alla logica della produttività.
Il progetto di Niccolò de Napoli forma una mappa di posture soggettive che rispondono allo stesso campo di forze con strategie diverse. Il coasting è inerzia; il quiet quitting è tattica; il quiet cracking è cedimento. Ciò che li accomuna è la stessa pressione di fondo: un sistema che richiede adesione totale e produce, come risposta, forme sempre più articolate di sottrazione silenziosa.
Matilde Crucitti
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