Fare arte tra luce e buio. Succede in una mostra in Veneto ad Arzignano
Nel cuore della provincia vicentina, la galleria Atipografia presenta una mostra collettiva che nasce tra lucori e penombre. Incrociando astrazione e figura, misticismo e alchimia, e dimostrando che si possono fare esposizioni di ricerca anche lontano dai grandi centri
È a dir poco poetico il titolo della mostra in corso alla galleria Atipografia, ad Arzignano: L’ombra delle lucciole, a cura di Alfonso Cariolato e Luigi de Marzi, è una mostra collettiva che riunisce opere differenti – a firma di Mats Bergquist, Marco Tirelli, Silvia Inselvini e Loes van Roozendaal – ma accomunate da un peculiare rapporto con la tensione che si crea tra luce e oscurità: quello spazio terzo in cui la coesistenza degli opposti non è più utopia, ma possibilità.

La mostra “L’ombra delle lucciole” ad Arzignano
Uscire da una logica dicotomica è quindi il primo passo che ci viene richiesto, in quanto spettatori. Il secondo è aggiustare la vista: le opere – ciascuna a modo suo – stressano la compresenza di bagliori e ombre in pittura su tela, a penna, ad encausto. Tecniche diverse per raggiungere un risultato affine, in cui l’eventuale illusione non è che un mezzo per forzare il cambio di prospettiva. Spiegano i curatori: “La pittura è il tentativo di rendere l’apparire del mondo, il fatto che il mondo sia. La luce della pittura riprende il fiat lux (che è la luce originaria, ancora prima della luce stessa del sole)”. C’è quindi qualcosa di primigenio, anche nella volontà di rifuggire quasi del tutto una pittura figurativa: anche in questo si trova quell’energia potenziale di un lucore – quello delle lucciole – che è evidenza biologica del desiderio, e quindi attrazione, instabilità, continuo movimento.

Gli artisti in mostra da Atipografia
Si parla di pittura, dicevamo, ma per chiarirci dobbiamo allargare i confini del medium. Se Marco Tirelli e Loes van Roozendal dipingono su tela (il primo a tempera acrilica e inchiostro, il secondo ad olio e acrilico), Silvia Inselvini (Brescia, 1987) compie una scelta ostinata: i suoi lavori sono stratificazioni di penna a sfera tanto fitte che il tratto scompare insieme al bianco del foglio. Sceglie supporti di carta o – in opere più recenti – in gesso, rivelando le differenze di reazione dei materiali. Talvolta abissi, talaltra specchi, le opere di Inselvini raggiungono un grado di intimità ulteriore quando incontrano il formato libro: in Notturni(2022), il pieno che è anche vuoto si tinge di sfumature mistiche, quasi fosse un breviario preghiere invisibili. C’è dell’ascetico anche nei lavori di Mats Bergquist (Stoccolma, 1960), encausti che indagano le potenzialità e i confini del monocromo in pittura, così come della sua bidimensionalità: le ombre non dipinte, ma generate dall’oggetto stesso, entrano a far parte della complessità di lavori che, presentandosi come icone contemporanee e astratte (memori sicuramente di Malevich), interrogano l’immagine e la percezione. Quelle di Marco Tirelli (Roma, 1956), sono invece ombre sì dipinte, ma generatrici di spazi e oggetti metafisici: soggetti delle sue opere sono ambienti e strumenti del pensiero, più che dello sguardo. Qui l’alternanza tra luce e ombra è catturata nella sua capacità alchemica di modellare la realtà, al confine tra astrazione e figura. Più radicale invece la pittura dell’olandese Loes van Roozendal (Amersfoort, 1996), che parte sì dalla realtà, ma la segmenta, la seleziona e scopre che l’astrazione non è altro che un cambiamento di focus: da abbastanza vicino, nulla è riconoscibile, e tutto è astratto.
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Le mostre di Atipografia ad Arzignano e la vitalità della provincia vicentina
L’ombra delle lucciole è una mostra che, pur sussistente come progetto autonomo e autoportante, si inserisce in un ciclo espositivo più ampio, ideato da Atipografia e iniziato a fine 2025 con la mostra Matermània/Matermanìa. La programmazione, oltre a sottolineare l’interesse della galleria per l’indagine dell’umano a tutto tondo, segnala la possibilità e l’importanza di fare mostre di ricerca anche in galleria, anche in provincia. Ed è proprio la provincialità di progetti come questo a costituire un valore aggiunto: coltivare l’arte contemporanea ai margini, lontano dal centro, può apparire più difficile, ma i frutti possono essere ancora più soddisfacenti. E la provincia vicentina (con altri validi esempi come Filanda a Trissino e Fondazione Bonollo a Thiene) pare saperlo bene.
Alberto Villa
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