Idee dissidenti nell’arte. Quando gli artisti creano modelli differenti
Da Roberto Cuoghi a Mimmo Jodice, da Elena El Asmar a Marco Trinca Colonel: esempi di spazi e progetti alternativi nell’arte da Milano a Polignano a Mare
Lo spunto per scrivere l’ho spesso preso da idee dissidenti. È il modello degli Anni ’70-80, che all’ intellettuale borghese oppone gli operai con gli studenti, “il personale è politico” dell’autocoscienza femminista. Manifestazioni, assemblee, creano, cineforum, gallerie d’arte, dove la sintonia ideale/ideologica produce amicizie, amori, divorzi: il referendum che li legalizza è del 1974.
Le manifestazioni ci sono ancora, ma ai commenti in presenza, dove non è possibile nascondere quando arrossiamo di rabbia o di dolore, si sono sostituiti i messaggi online, che non colpiscono meno, ma si possono cancellare. O limitarci a consenso/rifiuto.
Cosa sta succedendo nell’arte del presente
Nell’arte conta il luogo dove viene esposta o recensita, che sia un museo, uno spazio alternativo, perfino quella pubblicata su giornali e riviste cartacee, viene copiata e inviata su WhatsApp.
Si legge di più? Non credo, ci si ferma ai titoli. Il problema non è criticare questo comportamento, ma inventarne un altro, sapendo che da questa rivoluzione tecnico, economica, bellica, non si torna indietro.
L’arte si intreccia ancora alla fantasia anonima? Non è automatico, perché la notorietà non sempre coincide con l’interpretazione: si è spiazzati anche da opere note, quando emerge la nostra visione ignorante o che non avevamo previsto.
L’avvicinamento agli occhi anonimi, è una pratica di conoscenza che diverge dal senso comune, perché introduce una proprietà variabile, che pur attenuando la disparità tra chi è il reale proprietario dei mezzi di comunicazione e domina l’economia del mondo, allarga i propri, limitati, confini.
Ma l’arte continua a ragionare su trasformazioni, da cui trae corpi “reali”, che siano foto, sculture, dipinti, performance, installazioni di questa molteplicità, che una volta chiamavamo “fantasia infantile”, in quanto stato nascente dell’invenzione.
Il lavoro di Roberto Cuoghi con i giovani artisti
Ad esempio, Roberto Cuoghi, vincitore del premio Pascali, invece di progettare una propria mostra, organizza le personali di cinque emergenti del territorio pugliese, una di questi, Michela Rondinone (Matera 1999) si descrive così: “Mi interessa il momento in cui qualcosa di intimo diventa pubblico, per caso. Un gesto che non era destinato a me, ma mi arriva comunque. (…) A che serve costruire, come mi hanno sempre insegnato, una ricerca “lineare” e coerente? Mi piace riconoscere, che sto tornando sempre allo stesso punto, e che quel punto non è un tema, ma un modo di guardare il mondo.”
Succede davanti all’arte, come davanti ai messaggi. È un paragone azzardato se scindiamo l’emozione razionale, documentabile da quella intuitiva sfuggente.
Cuoghi ci ha spesso indicato l’impossibilità di questa separazione, quindi il suo progetto di mostre con emergenti è anche una sua mostra, come lo è quella che ognuno, ognuna si crea mentre legge, guarda fuori dalla finestra di casa.
L’arte ha sempre dialogato con la tecnica, dall’affresco, al pilastro gotico, ai colori ad olio su tela, alla macchina da stampa, a quella fotografica.
Il film su Mimmo e Francesco Jodice
Anche nella scrittura siamo passati dalla macchina Olivetti 22, dalla fotocopia inviata via fax, al computer, alle mail e all’IPhone. Ma la carta stampata resta? Durerà oltre l’IA?
Il 12 marzo ho visto il film di Matteo Parisini su Mimmo e Francesco Jodice, un inedito racconto della confidenza tra padre figlio. Mimmo racconta la trasformazione manuale, artigianale in camera oscura per rendere la superficie fotografica meno realistica, costruirne un’altra, incerta. E per questo strappa le foto, e poi le stampa con tonalità diverse. Vuole usare la Leica per “disegnare”, per trattare una statua, come un’immagine “intima”.

Ed è particolarmente emozionante che tutto questo lo racconti al figlio fotografo mentre si parlano nel suo studio. Anch’io, come Mimmo Jodice, ho trovato un sistema per vedere l’incertezza attraverso l’arte senza sentirmi a disagio per le cose che non so o non riconosco.
Poi ho letto Senaldi su Artribune, dove, citando, Secret Knowledge: rediscovering the lost techniques of the Masters (2001), ricorda che David Hockney, “non si limitava a una lezione di storia dell’arte, ma lanciava una sfida profetica al futuro. Svelando come i maestri del passato utilizzassero lenti e camera oscura per raggiungere vette di realismo altrimenti impossibili, Hockney ha rivelato che l’“ingrediente segreto” dell’atto creativo è sempre stato la tecnologia. Oggi, quella sfida si è spostata dal piano dell’ottica a quello del silicio. Non si tratta più di riflettere la luce su una tela, ma di addomesticare il caos probabilistico dei modelli generativi algoritmici”.
Le opere di Elena El Asmar a Milano
E questo non appartiene alle visioni virtuali, ma ai linguaggi artistici tradizionali, come vediamo nei disegni Elena El Asmar (Galleria Building- Milano 26-3 / 2-5, 2026, a cura di Marina Dacci) dove il cielo si deposita in disegni su carta, dipinti su tavola, non appena ci spostiamo dall’uno all’altro, ci sembra di entrare in altri pianeti. È sempre stato così, da Beato Angelico a Turner allo stesso Hockney, ma oggi che insieme alle stelle si muovono i droni: a chi credere? Ai nostri occhi o ai loro? Con i codici miniati, la prospettiva rinascimentale, il futurismo… abbiamo raccontato la differenza rispetto ad altri viventi.
La capacità di tradurre i rumori in parole e musica, il giorno e la notte in quadri e film, è inscindibile dall’evoluzione umana. Ma se penso a Mimmo Jodice, che strappa le fotografie, per scoprire l’incertezza mi vengono in mente due foto (cm 70 x 100) che ho visto nello studio dell’artista Marco Trinca Colonel, docente di Storia della fotografia in Naba.
Sono appoggiate a terra invece che appese al muro, in una, datata 1938, si vedono dei militari tedeschi, ripresi di schiena, che assistono a un’esercitazione nel golfo di Napoli; l’altra riproduce il graffito su un muro, “Siamo tornati” accanto al disegno di una svastica. È un muro senza indirizzo, con data incerta, ma comunque degli anni duemila.

Le opere di Marco Trinca Colonel
Mi chino, mi accorgo che non sono stampate, ma composte da strati di polvere, di varie tonalità. Trinca Colonel si è costruito al computer tante maschere, forate in tanti punti quanti erano necessari a comporre l’immagine. Li usa come setacci per far colare i singoli colori e riprodurre la foto. Non resisto. Tocco. Resta la mia impronta. È immediata l’analogia con la polvere della storia, che, per quanto si pulisca, si riforma.

Duchamp la allevava, Picasso la amalgama e dipinge Guernica, Trinca Colonel avverte che anche foto nascoste negli archivi, per quanto coperte di polvere, non sono cancellabili.
Una risposta a Trump, Israele, Iran? È didascalico. Però, mi rendo conto che non è così diverso da quando sovrappongo quello che leggo a quello che scrivo.
Francesca Pasini
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