Quando l’essenziale non basta. Sulla mostra di Michael E. Smith a Bologna
Promette una messa in crisi del luogo, delle condizioni di visibilità e dello stesso oggetto artistico la mostra di Michael E. Smith nei Sotterranei Bentivoglio, a Bologna. Promesse (e premesse) interessanti. Che però non vengono pienamente mantenute
Scendendo negli spazi sotterranei di Palazzo Bentivoglio, l’impressione iniziale è quella di un’attesa sospesa, come se l’architettura stesse trattenendo il respiro. La materia, fatta di muri, volte, umidità e stratificazioni, non è una semplice cornice ma una presa immediata sul corpo, una promessa di compressione percettiva. È un luogo che sembra chiedere un intervento capace di innescare qualcosa, anche solo attraverso un gesto minimo. In CC, Michael E. Smith (Detroit, 1977) imposta l’intervento secondo una logica di estrema riduzione: poche opere, ampi intervalli tra una presenza e l’altra, un allestimento che rinuncia a dichiararsi come dispositivo evidente. Non c’è enfasi né costruzione narrativa, ma una disposizione misurata che affida agli oggetti il compito di attivare lo spazio quasi in autonomia. L’allestimento non cerca il colpo d’occhio e non costruisce una progressione ma si limita a posare presenze intermittenti, come se l’artista volesse misurare quanto poco basti per spostare l’attenzione. Il punto è che qui quel “poco” non sempre si trasforma in tensione e più che un vuoto attivo, si avverte un vuoto neutro.

Michael E. Smith, Pistoletto e le difficoltà della riduzione
Le opere sembrano galleggiare, non per leggerezza, ma per mancanza di attrito: non trovano un punto in cui l’architettura ceda o venga messa in crisi. Il sotterraneo, anziché diventare un campo perturbato, resta dominante, compatto, quasi indifferente. Per affinità e contrapposizione, viene inevitabile pensare all’operazione Oggetti in meno (Torino, 1965-1966) di Michelangelo Pistoletto, dove la sottrazione era paradossalmente generativa, perché produceva differenze, interferenze, una sorta di densità anti-eroica dell’oggetto. “In meno” non significava allora impoverire lo spazio, ma sottrarre l’oggetto al suo statuto e al suo destino di merce/icona, lasciandogli però la capacità di occupare, disturbare, spostare. Smith sembra fare il gesto opposto: porta l’in meno fino a un limite in cui l’oggetto rischia di non reggere più la scena, di non avere abbastanza pressione per incrinare il contesto.

I limiti dell’essenziale nella mostra di Michael E. Smith a Palazzo Bentivoglio
La mostra si costruisce attorno a oggetti trovati e materiali residuali, presenze sospese tra utilità e abbandono, tra riconoscibilità e opacità. Raramente c’è ironia, mai c’è spettacolo: solo una pratica della soglia e del quasi-nulla, una presenza che si sottrae alla piena leggibilità. È il terreno su cui lavora Michael E. Smith e, in CC, questa soglia sembra abbassarsi fino a sfiorare l’inerzia, perché l’essenziale, da solo, non produce automaticamente intensità. In più punti lo sguardo non si tende e non si “incastra”, resta in una sospensione che può essere letta come rigore, ma anche come mancata intensificazione. Il titolo suggerisce un’idea di copia, duplicazione, trasmissione “CC” come carbon copy, come circuito di rimandi, come condizione del residuo che ritorna. Eppure questa pista rimane più evocata che strutturata: non si consolida in un dispositivo capace di trasformare la visita in un’esperienza realmente articolata. La mostra sembra indicare un possibile discorso, senza però costruire abbastanza pressione perché quel discorso diventi forma nello spazio.

La crisi dell’oggetto e del luogo nell’arte contemporanea. L’esempio di Büchel
Pratiche come quella di Smith, che procedono sulla scia di un (ancora legittimo) feticismo del ready made, necessitano oggi di cornici in grado di stressare la post-verità chiamata in causa dall’oggetto decontestualizzato e ricontestualizzato. Proprio tale ricontestualizzazione sottolinea la centralità del contesto espositivo all’interno di operazioni di questo genere. Quello che manca a CC non mancava, per esempio, a Monte di Pietà di Christoph Büchel, allestita due anni fa nella sede veneziana di Fondazione Prada: al netto delle evidenti differenze – in primis di scala -, Büchel fu in grado di trasformare Ca’ Corner della Regina in una successione di ambienti che mettevano in crisi lo spazio e l’esperienza di visita fino in fondo, esclusivamente mediante un sapiente utilizzo degli oggetti e una riflessione profonda sulla natura del luogo.

Michael E. Smith a Bologna. Una mostra priva di tensione
Del linguaggio di Smith resta la coerenza, la fedeltà a una pratica che rifiuta l’estetizzazione e lavora sull’oggetto marginale come presenza minima e resistente. Ma proprio in un contesto stratificato e già intensamente connotato come Palazzo Bentivoglio, questa postura rischia di apparire autosufficiente: invece di generare frizione, l’intervento talvolta sembra limitarsi a una discreta occupazione. Non mette il luogo in crisi; gli passa accanto. CC lascia una sensazione bifronte: da un lato il rigore di una ricerca riconoscibile, dall’altro l’impressione che, in questa occasione, la sottrazione non si traduca in una reale necessità spaziale. Più che una tensione trattenuta, emerge una sospensione che non sempre diventa urgenza: e quando l’urgenza manca, il minimo rischia di assomigliare non a una scelta, ma a una sottrazione che si auto-consuma. In un contesto così carico, la sottrazione dovrebbe incidere come un taglio. E che invece si limita ad un solco appena accennato.

Fare mostre, perché e per chi?
Più che innescare una riflessione sulla visibilità, come dichiarato dal testo curatoriale, o addirittura sullo statuto dell’arte e dei suoi oggetti – come ha fatto lo stesso Smith in altre sedi – CC ci obbliga a necessarie questioni sul dispositivo della mostra oggi, in relazione al suo pubblico. Cosa, come e soprattutto a chi vogliamo comunicare quando realizziamo una mostra? Interrogativi su cui la personale di Smith nei Sotterranei Bentivoglio glissa apertamente, scivolando in un disorientamento senza ulteriori aperture, destinato ad esaurirsi in se stesso.
Vincenzo Alessandria
Alberto Villa
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