I gesti radicali di un’artista icona dell’avanguardia rumena in mostra a Bologna 

L’artista capofila dell’avanguardia concettuale rumena è protagonista alla galleria P420 di “Armature”, personale in cui attraverso due elaborati corpus di opere indaga i concetti di memoria, tradizione e identità

Riflettendo su quanto ha la predisposizione a dissolversi, Peter Handke, in versi, tenta di salvare nella memoria intima il canto alla durata, intesa come tempo persistente perché connesso alla ripetitività del quotidiano. Il concetto si solidifica con la corazza della fedeltà; del non tradire se stessi, le proprie tradizioni, il proprio valore e la propria gente. Analogo atteggiamento protettivo ritorna nelle creazioni di Ana Lupas (Romania, 1940), artista, all’avanguardia ed emblematica esponente del concettuale nell’Est Europa, che con gesti materni tende a preservare ciò che rischia di cadere nell’oblio. 
Con un atto anacronistico, dato che l’effimero sembra essere la cifra del presente, Lupas si oppone alla caducità delle cose, scostando l’identità dal concetto di impermanenza; perché, per quanto l’evoluzione sia inevitabile, essa ha bisogno di radici profonde e solide per non smarrire l’essenza. 

Ana Lupas, Armature, 2026, installation view, P420, Bologna. Courtesy P420
Ana Lupas, Armature, 2026, installation view, P420, Bologna. Courtesy P420

L’importanza della tradizione nella pratica artistica di Ana Lupas 

Ana Lupas è originaria di Cluj, in Romania, e poi residente a Brasov e Saliste, dove era tradizione costruire corone di grano nel periodo della mietitura. Il concetto di tradizione è il legante di un popolo e, in antropologia culturale, è indicato come inculturazione il sistema di consegna della cultura di generazione in generazione. Immagine verbale che si rafforza maggiormente pensando che l’usanza rievocata da Lupas ruota attorno al lavoro agricolo e alla coltura dei campi. Le parole cultura e coltura, infatti, sono figlie della stessa etimologia latina: colĕre ossia coltivare, per estensione venerare e quindi prendersi cura. Se ne ritrova il seme nelle Tusculanes in cui Cicerone scriveva “come una buona terra non coltivata non può dare frutto, neanche può un’anima priva di cultura”: la coltivazione dell’anima è il senso della tradizione, del rendere eterni il gesto facendone storia, testimonianza, appartenenza e identità. 

Ana Lupas, Armature, 2026, installation view, P420, Bologna. Courtesy P420
Ana Lupas, Armature, 2026, installation view, P420, Bologna. Courtesy P420

Le strutture di metallo di Ana Lupas alla galleria P420 a Bologna 

In Armature, la mostra personale di Ana Lupas presso la galleria P420 di Bologna, si indaga il duplice valore della corazza, intesa come dispositivo di protezione che, in questo caso, conserva la memoria collettiva, e, allo stesso tempo, come caratura morale che rende inscalfibile il proprio io. 

Ana Lupas, Armature, 2026, installation view, P420, Bologna. Courtesy P420
Ana Lupas, Armature, 2026, installation view, P420, Bologna. Courtesy P420

“The Solemn process”: il progetto in tre atti di Ana Lupas a Bologna 

A Bologna l’artista presenta sostanzialmente due serie di lavori; nella prima sala The Solemn Process si compone di tre momenti interconnessi che creano dei sistemi solidi come antidoto alla polverizzazione. Il processo parte nel 1964, quando Lupas inizia a farsi testimone del lavoro agricolo, sublimato nelle feste che tenevano lieti gli animi durante l’estate rumena, prima che il regime totalitario e maschilista vietasse le cerimonie pagane e locali, caratterizzate dalle corone di frumento. La prima fase di The Solemn Process si compone, dunque, di una serie di illustrazioni a matita e a china che, descrivendo tutti i passaggi di realizzazione delle ghirlande, si presentano come un archivio della memoria e un manuale pratico d’istruzioni, con una prospettiva futura di ri-elaborazione e perpetuazione di una usanza consolidata. 
Nella seconda fase del processo, i disegni acquistano la consistenza di progetti, trasformandosi in gigantografie in cui l’oggetto diventa simbolo del lavoro di una collettività e del rapporto con il paesaggio. Le dimensioni corali, del fare e del costruire, vengono raccontate fotograficamente attraverso immagini che, a differenza delle originali, realizzate in materia organica, sono destinate a durare nel tempo. 
Infine, per custodire le tracce organiche dei manufatti, Lupas, nella terza fase del lavoro, intitolata Wreaths of August (1964-2008), raccoglie le corone e le sottrae al flusso del tempo, incapsulandole in strutture rigide che ne rispettano la forma originaria. Le corazze metalliche sono il vello d’oro di Lupas, cura per evitare la dimenticanza, la perdita e la dissoluzione. Il gesto diventa atto di consapevolezza e ribellione al divenire nella misura in cui attraverso le strutture metalliche l’artista assicura vita eterna alle corone, fissandole nel tempo. 

Ana Lupas, Armature, 2026, installation view, P420, Bologna. Courtesy P420
Ana Lupas, Armature, 2026, installation view, P420, Bologna. Courtesy P420

Il concetto di identità: cento volte il volto di Ana Lupas 

Nella seconda sala della galleria, più di cento volti dell’artista rivolgono lo sguardo agli spettatori. L’installazione Self-Portrait (2000) è una manipolazione di un poster che Lupas realizzò nel 1998 con il suo autoritratto, da applicare sulle pareti urbane per pubblicizzare una mostra in Ungheria. Il poster stampato in innumerevoli copie è un oggetto simbolo dell’epoca già narrata da Walter Benjamin: “La tecnica della riproduzione sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione”, laddove il concetto di tradizione, come emerso negli altri lavori, è portatore del senso di identità. Per riappropriarsi del valore umano rispetto alla standardizzazione meccanica, l’artista agisce sulla sua immagine alterandone i confini, le forme, le espressioni, i colori. In questo modo sfugge al suo rapimento da parte della tecnica e la sua persona si concede il paradosso di essere se stessa e mai uguale a sestessa. L’individualità è preservata dalle sfaccettature della personalità, il conformismo ne è la negazione. 

Elizabeth Germana Arthur 

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