La ceramica, malgrado tutto. Intervista a Davide Monaldi (che è in copertina sul nuovo Artribune Magazine)
Tanto buffi quanto inquietanti, gli animali che ci fissano dalla copertina di Artribune Magazine 89 nascono dalla mente – e dalle mani – dello scultore Davide Monaldi. Che in questa intervista ci racconta cosa vuol dire essere fedele al medium
Davide Monaldi (San Benedetto del Tronto, 1983) ha incontrato la ceramica per caso, e per necessità. Da allora – circa 20 anni fa – ha portato questo materiale ai suoi estremi, conservandone semplicità e immediatezza, coltivandone ironia e malinconia. La sua ultima mostra personale nella sede milanese della Galleria Ncontemporary è stata l’occasione per mettere in dialogo l’ultima produzione con nuove configurazioni di lavori passati, portando la pratica scultorea in una direzione progressivamente installativa. In questa intervista ripercorriamo gli inizi e gli sviluppi del suo lavoro, dove la ceramica appare come una costante, una compagna a cui mostrare fedeltà, ma anche agonismo.

Intervista a Davide Monaldi
Partiamo dall’inizio. Quando hai capito che la scultura – e in particolare la ceramica – sarebbe stata il tuo linguaggio?
La scultura è arrivata durante gli anni di formazione, alla R.U.F.A. di Roma. È stata anche una questione di incontri: il rapporto con il mio docente di allora, Davide Dormino, è stato determinante. Eravamo in pochi, in uno spazio minuscolo, e quella dimensione raccolta ha favorito un dialogo intenso, oltre che un rapporto più informale e – perché no? – anche di amicizia. Venivo dal disegno e dalla grafica. Per un periodo mi sono mosso dentro un immaginario illustrativo, ma a un certo punto non mi bastava più. Sentivo il bisogno di una traduzione tridimensionale che fosse immediata, che non prevedesse troppi passaggi tecnici. La ceramica si è imposta quasi naturalmente. Mi permetteva di modellare in modo diretto, senza mediazioni eccessive che invece altre tecniche e materiali richiedono.
Ci sono degli artisti a cui guardavi durante i tuoi anni di formazione?
Sicuramente Klara Kristalova è stata un riferimento. Per quanto riguarda la tradizione della ceramica italiana del Novecento – penso a maestri come Lucio Fontana o Leoncillo – ne riconosco sicuramente il grande valore ma non mi ci sono mai relazionato direttamente, quindi non parlerei di influenza vera e propria. Oltretutto quando ho iniziato, intorno al 2008, quasi nessuno della mia generazione lavorava con questo materiale: era ancorapiuttosto relegato a una dimensione decorativa. Forse proprio questa marginalità mi ha dato libertà.
Possiamo quindi dire che sei uno dei pionieri in Italia della recente riscoperta della ceramica. Come interpreti questo ritorno?
Credo sia in parte dovuta ad una necessità di reagire all’ipertecnologizzazione attuale. Oggi tutto passa attraverso dispositivi, schermi, software. Riavvicinarsi all’argilla significa ristabilire un contatto diretto con la materia, con una dimensione quasi artigianale del fare. È un gesto che ha qualcosa di primario. Per quanto mi riguarda, non è stata una scelta strategica. Come dicevo, è stato un avvicinamento spontaneo, quasi casuale. Ma nel tempo ho capito che questo materiale mi permette di mantenere un rapporto fisico e non filtrato con l’opera. La ceramica conserva una fragilità e una leggerezza che smorzano anche gli aspetti più cupi del mio immaginario.
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E infatti il tuo lavoro oscilla tra un immaginario ironico e atmosfere perturbanti. Il lavoro di copertina è emblematico in questo senso: gli animali su due “gambe” sono decisamente buffi, eppure ci fissano con insistenza inquietante. Come si costruisce questo equilibrio?
Non potrei raccontare le stesse cose con il bronzo. Sarebbe tutto più pesante, più assertivo. La ceramica introduce una soglia di ambiguità: attenua, ma non neutralizza. Nei miei lavori c’è più malinconia che disperazione. Un sentimento agrodolce che appartiene anche al mio modo di vivere. A mio avviso l’ironia è una necessità, non un espediente. Senza una certa dose di ironia si rischia di soccombere alla frustrazione – e questo vale sia per la vita che per la pratica artistica. Mi interessa creare situazioni in equilibrio precario, dove il comico e il tragico coesistono. Un “twist” che destabilizza e insieme riporta tutto a una misura umana.
Che poi è un po’ la storia della nostra quotidianità, cercare di trovare un equilibrio tra la dimensione tragica della vita e una sua lettura anche ironica…
La mia ricerca nasce da lì. Dalla routine, da ciò che è ripetitivo, talvolta alienante. Ho un rapporto ambivalente con la quotidianità: è una zona di comfort ma anche una prigione. È proprio in questo cortocircuito che si generano molte opere.
In questo tuo confronto con la quotidianità, scegli anche soggetti estremamente “banali”. Per poi proporli in ceramica elevandoli e giocando anche su un certo illusionismo della materia.
Gli oggetti più dimessi – elastici, trucioli, gomme da masticare calpestate, uno zerbino, delle carte da parati – diventano pretesti per un autoritratto implicito. Non mi interessa la semplice trasposizione scultorea. Cerco una componente psicologica che giustifichi il passaggio di stato: un truciolo in ceramica non è più un truciolo, ma una riflessione sulla fragilità e sulla dignità del soggetto, sull’illusione, sulla trasformazione della materia. Con la ceramica il rischio del decorativismo è sempre presente. Per questo la scelta del soggetto è cruciale: deve sostenere una tensione ulteriore.
Nei tuoi lavori convivono sculture a tutto tondo, bassorilievi, installazioni. Mi racconti il tuo processo creativo?
Spesso non realizzo bozzetti preparatori. Ho un’idea di massima e poi lavoro direttamente sull’argilla. È un processo molto simile al disegno: la superficie diventa un foglio su cui posso intervenire, cancellare, ripensare. Anche nei bassorilievi più recenti l’argilla funziona come carta.
In generale cerco di evitare un controllo eccessivo, ma comunque di mantenere una certa consapevolezza, e soprattutto una freschezza.

Per la tua mostra da Ncontemporary a Milano hai realizzato anche un San Francesco, quasi assalito dagli animali. È un omaggio al ottocentenario dalla sua morte?
In realtà no, l’ho scoperto dopo averlo realizzato. Era un soggetto che avevo in mente da tantissimo tempo: dieci anni fa comprai una statuina con mia madre in una in un’edicola a Roma, in Corso Vittorio Emanuele, e da alloraquesta immagine mi ha sempre accompagnato, ma non avevo mai capito in che modo volessi realizzarlo. Forse non c’è mai stata l’occasione giusta, la mostra giusta, e casualmente è arrivata proprio quest’anno.
Ti riconosci nel termine “ceramista”?
Non molto. Mi considero uno scultore che ha scelto la ceramica come campo di indagine. Mi piace darmi dei limiti e lavorare dentro quei limiti. Credo che forzare la moltiplicazione dei linguaggi sia un modo pigro per affrontare le specificità di un medium: dopo vent’anni non ho ancora esaurito il mio lavoro con la ceramica, anzi mi sento portato ad esplorarne i confini, e ad estenderli. Interrompere questo impegno significherebbe rinunciare a una sfida, che in realtà poi è un motore. Con questo non intendo tuttavia ripudiare la possibilità di ibridare le tecniche e i materiali.
Ovvero?
Recentemente mi interessa sempre più una dimensione installativa. Negli ultimi lavori ho iniziato a integrare oggetti di recupero – una porta di frigorifero, un tavolo trovato da un rigattiere – creando un dialogo tra elementi preesistenti e interventi in ceramica. Non è semplice. La ceramica è fragile, impone vincoli tecnici. Ma è proprio dentro questi vincoli che voglio trovare nuove soluzioni. Integrare altri materiali sì, ma senza forzature. Non voglio che sia un gesto opportunistico o decorativo: deve essere una necessità interna al lavoro.
Alberto Villa
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