L’assenza degli artisti italiani alla Biennale è in realtà una opportunità per l’Italia 

Il dibattito sulla assenza dell’Italia alla Biennale di Venezia e la potenzialità di messa in discussione della “nostra voce” in contesti internazionali, sono opportunità di crescita, mutamento, ridefinizione e nuove prospettive. L’opinione di Fabrizio Ajello

L’annuncio degli artisti selezionati per la Biennale d’Arte 2026, ha generato un inevitabile dibattito sull’assenza di esponenti italiani, e di una indisponibilità da parte del team curatoriale a interagire con la stampa presente durante la conferenza di presentazione dell’evento.  

L’Italia a Venezia 

Insomma, nel Bel Paese e nell’ambito della più prestigiosa delle Biennali del globo terraqueo, il tricolore è rincantucciato in fondo all’Arsenale, nel suo Padiglione, e poi poco altro. Premesso che per valutare un evento come la Biennale di Venezia, bisogna attendere, vedere, studiare e poi in caso esprimere un giudizio di merito, a volte anche a distanza di tempo, la questione che viene messa in evidenza da alcuni addetti ai lavori e da alcuni organi di stampa è che non ci sia una grande presenza italiana, non solo nella selezione dei curatori del progetto portante dell’intera Biennale In Minor keys, ma anche nei progetti e nelle mostre collaterali. Partendo dal titolo, a scatola chiusa certo, credo che in un tempo di drammi e stravolgimenti epocali, una riflessione curatoriale “in chiave minore” rischia di essere un’idea di sottotono che potrebbe risuonare come atto di resa, o perlomeno di giro largo rispetto alle emergenze globali, se così non fosse, si tratterebbe di un testacoda, interessante ma al tempo azzardato. Tutto può essere e staremo a vedere.  

Mappa concettuale di In Minor Keys. Courtesy La Biennale
Mappa concettuale di In Minor Keys. Courtesy La Biennale

Il caso degli artisti italiani alla Biennale 

Credo però che la questione vada però affrontata non tanto in chiave rivendicativa o pretenziosa, quanto in chiave riflessiva e propositiva. Sarebbe il caso di considerare lo spazio/tempo di un evento così prestigioso che mette sotto i riflettori Venezia e l’Italia, come un laboratorio di riflessioni e azioni, non soltanto sui processi attivi in Italia, al di là di identità nazionali che per l’appunto oggi risultano tutt’altro che univoche e indicative in quanto a qualità di ricerca, esperienza e produzione.  
In Italia ci sono artisti, curatori, progetti e intellettuali più che validi, ma qualcosa da tempo si è inceppato, qualcosa non ha funzionato e i risultati sono più che evidenti. Ma questa vicenda potrebbe essere un’ottima occasione per ripensare l’intero sistema, partendo dalla scuola secondaria di secondo grado (licei artistici in primis), attraverso l’Accademia, ma soprattutto riprendendo un’attività di attenzione e cura nei confronti degli innumerevoli artisti e processi attivi in Italia, ma mai considerati seriamente. La crisi culturale italiana ha due facce, una è più che evidente e trova riscontro nel profilo politico, etico e culturale e l’altra invece rivela una miriade di alternative a istituzioni, premi, raccomandazioni, sostegni e spinte familiari e mutuo scambio, per non parlare delle opache relazioni, troppo spesso taciute o minimizzate. Cercare di far emergere ciò che fatica, si autosostiene e lavora nell’ombra potrebbe essere un ottimo inizio.

Il Presidente Pietrangelo Buttafuoco e il team curatoriale di In Minor Keys. Photo Jacopo Salvi. Courtesy of La Biennale di Venezia
Il Presidente Pietrangelo Buttafuoco e il team curatoriale di In Minor Keys. Photo Jacopo Salvi. Courtesy of La Biennale di Venezia

Il team curatoriale della prossima Biennale d’Arte di Venezia  

Scrive Andrea Bruciati sulle pagine di Artribune: senza conflitto non c’è autorevolezza. Verissimo. Ma l’autorevolezza nasce anche da un lavoro continuativo, aperto, curioso, sincero e talvolta spietato nel decidere. Il nostro Paese è passato dalle corporazioni, alla marginalizzazione di chi non è in linea con la moda del momento, fenomeno non nuovo, per carità, in Italia, ma evidente anche in un sistema culturale europeo sempre più fragile. Questo dibattito e la potenzialità di messa in discussione della “nostra voce” in contesti internazionali, sono opportunità di crescita, mutamento, ridefinizione e nuove prospettive. Siamo in grado di sfruttare al meglio questa occasione? Da qui a novembre ci sono nove mesi, non tantissimo, ma credo che si possa e si debba portare questo confronto, con proposte e attività, artisti e progetti, stampa e pratiche, fuori dai social in uno spazio fisico, sicuramente a Venezia, invitando chi abbia realmente qualcosa da dire e da proporre, ad uscire dalle dinamiche troppo spesso autoreferenziali del web, per mettere in campo un dibattito e una produzione di pensiero e azioni, in grado di fare emergere quanto di interessante accade in Italia, attraverso conflitti costruttivi e vivi, nel senso più autentico dello stare insieme, anche se non all’ombra di un mango carico di frutti. 

Fabrizio Ajello 

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