La Fondazione Sandretto all’Isola di San Giacomo a Venezia. Le foto

L’artista Jota Mombança ha battezzato il progetto della fondazione torinese che da qui a due anni andrà a regime sull’isola veneziana. E che ha scelto la Biennale Arte per il lancio della bottiglia

Sarà il grigio di una giornata che annuncia pioggia, l’umido freddo della laguna in questo aprile bizzarro o la navigazione di oltre mezz’ora che ci allontana dalla folla della Biennale per raggiungere le periferie della Laguna, ma lo sbarco di una cinquantina di colorati e infreddoliti addetti dell’arte sulla piccola isola di San Giacomo ha già il sapore di una performance. Effetto straniante è mettere piede in questa minuscola terra abitata solo da ruderi e brandelli di fortificazioni napoleoniche per essere accolti sulla roccia che domina l’approdo, dalla perfezione di Patrizia Sandretto in geometrico abito bianco e nero degna di un fotogramma di un film di Alain Resnais.

La Fondazione Sandretto all’Isola di San Giacomo a Venezia. Ph. Irene Fanizza

La Fondazione Sandretto all’Isola di San Giacomo a Venezia. Ph. Irene Fanizza

IL CINEMA E IL TEATRO ALLA SANDRETTO

Giovani hostess distribuiscono shopper, un librino e una mela. E nel librino una foto ritrae Jerzy Grotowski rannicchiato contro un muro mentre proprio lì, in quel fazzoletto di terra battuta, preparava per la Biennale del 1975 una delle più suggestive versioni del suo “Apocalypsis cum figuris”. La messa in scena lo aveva fatto bivaccare per oltre due mesi insieme ai suoi attori tra le rovine dell’isola di San Giacomo per poi far rivivere tra le acque di Venezia quell’opera totale opera che fondeva la Bibbia e poesie di Eliot e sequestrava gli spettatori anche dopo lo spettacolo per instaurare un confronto diretto con l’esausto cast celebrando così un’idea di teatro&arte&vita che era comunità, esperienza, ampliamento della nostra percezione di realtà.Un motivo in più, o meglio un viatico è il fantasma di Grotowski per scegliere l’isola come nuova e terza sede della Fondazione Sandretto Re  Rebaudengo che nella visione della sua presidente sarà: “Avamposto di progetti che viaggino tra arte, teatro, cinema….centro di mostre e residenze di artisti che in piccoli gruppi possano produrre e creare… laboratorio  …  crocevia di esperienze fra ecologia, natura, arte…luogo di produzione di relazioni e conoscenza …. E si restaurerà, si ricostruirà, si coltiverà, si trasformerà totalmente questo paesaggio brullo di terra battuta.  Dopo oltre settant’anni di abbandono gli edifici torneranno a essere abitati, i campi coltivati, i moli frequentati da barche e taxi“.

SANDRETTO, DAL 1999 AD OGGI

Abbiamo scelto Venezia perché contiene più di ogni altra città la realtà del sogno. È una città che sopravvive trasformando il passato in proposta di futuro, la nostalgia in necessità, il tempo in attività”, dice, o meglio ripete Patrizia Sandretto  he già aveva espresso gli stessi concetti nel 1999 quando la Fondazione realizzò “Sogni/Dreams” sorprendente collettiva con un centinaio di artisti guidati dalla cura di Francesco Bonami  e Hans Ulrich Obrist. Ed eccolo, ancora qui Obrist a battezzare la nuova casa FSRR chiamando come testimone di tutto il progetto il radicale e totale Jota Mombança artista che sfugge ad ogni definizione, fluido nella sua vita, nella sua arte, nella sua fisicità. Accomodiamoci dunque tutti tra le mura della vecchia caserma di mattoni per verificare con la prima performance quale sarà domani lo spirito del luogo ritrovato e riconsegnato alle arti.  Mombaça sfida il vento gelido e umido seduto seminudo di fronte a un microfono, dove appena coperto di nastri acquamarina, gorgoglia, sibila, recita versi, risponde alle sonorità elettroniche modulate dal compositore Anti Ribeiro che in stereofonia avvolgono i quattro angoli dell’edificio costruendo una sinfonia di parole, canti e rumori che somiglia sempre di più ai suoni della laguna e alla visualizzazione di un’acqua che sale lenta, inesorabile, determinata, apocalittica.

La Fondazione Sandretto all’Isola di San Giacomo a Venezia. Ph. Irene Fanizza

La Fondazione Sandretto all’Isola di San Giacomo a Venezia. Ph. Irene Fanizza

L’ACQUA ALLA SANDRETTO DI VENEZIA

Come restituire il senso dell’inondazione? Come riuscire a udire la voce e i suoni nascosti nel mare? Certamente non cercando di tradurli ma arrendendosi alla fisicità degli elementi e lasciandosi attraversare dalle acque. E solo così che la voce può trasformarsi in onda, risacca, mare, laguna… È quanto Mombaça rivela in colloquio con Obrist citando la radicalità di Grotowski , il sincretismo poetico di Édouard Glissant e prendendo ad esempio Beverly Buchanan che, pur potente land artista, voleva che la natura s’impossessasse delle sue “Marsh Ruins” fino a nasconderle in una volontaria resa (o collaborazione) che metteva in discussione l’antropocentrismo dell’artista e del suo genio. Se questi sono i punti di partenza e se davvero San Giacomo si candida a ospitare siffatti discorsi e diventare l’ “Isola che non c’è” (o che non c’è più) di  arte intesa come fluido dialogo, coraggiosa esperienza, spericolato esperimento, desiderio di trasformazione, collettività comunità, condivisione, ricerca, indagine…insomma tutte quelle cose che sembrano ormai appartenere solo alla sfocata foto di Grotowski, allora prepariamoci al viaggio che in fondo non dura neanche tanto: una trentina di minuti dai Giardini della Biennale (anche se l’altro giorno ci è sembrato di raggiungere un altro pianeta).

Alessandra Mammì

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