“Le mie sculture sono frammenti dimenticati”. Intervista all’artista Mark Manders che arriva in mostra a Firenze 

Il grande scultore olandese porterà un’installazione nel cortile di Palazzo Strozzi per la nuova mostra “Broken”. Ci ha raccontato l’opera, la sua idea di arte e com’è arrivato a essere uno scultore

Un frammento dovrebbe essere una piccola opera d’arte, compiuto in se stesso e separato dal resto dell’universo come un riccio”, scrisse Friedrich Schlegel – tra i padri del Romanticismo tedesco – nel 1798 sulle pagine della rivista Atheneum. L’idea di frammentarietà è centrale nell’opera di Mark Manders (Volkel, 1968), ed è una frammentarietà che non dipende dall’azione del tempo e degli accidenti sulle cose, bensì una frammentarietà decisa: compiuta in se stessa e separata dal resto dell’universo, per seguire Schlegel. Lo scultore olandese sarà tra i protagonisti della nuova mostra di Palazzo Strozzi: intitolata Broken. Il potere del frammento, indaga quest’ultimo in tutte le sue forme – dall’antico Egitto ad Auguste Rodin; dalle civiltà precolombiane al Rinascimento; dalla Grecia classica all’arte contemporanea, con l’opera di Manders che occuperà il cortile di Palazzo Strozzi. Ci siamo fatti raccontare l’opera dall’artista, oltre a qual è per lui il senso di essere uno scultore oggi e com’è arrivato a esserlo.

Intervista a Mark Manders

In che modo, con l’installazione Silent Studio (Reduced to 88%), ha portato le sue idee di frammento e di temporaneità nella mostra Broken di Palazzo Strozzi e nello spazio del suo cortile?
Nel mio lavoro, il frammento è qualcosa che viene lasciato indietro e dimenticato: può sembrare il risultato di un gesto rapido, quasi come se qualcuno avesse lavorato in una stanza e poi, all’improvviso, se ne fosse andato. A Palazzo Strozzi questo entra in dialogo con un tipo di frammento molto diverso, perché ci sono per lo più frammenti che sono diventati tali attraverso il tempo, che la storia ha trasformato. Nel mio lavoro, invece, creo qualcosa che sembra solamente temporaneo, fragile o abbandonato: non me ne vado davvero prima di aver concluso il lavoro. Nel cortile di un edificio come Palazzo Strozzi questa tensione diventa interessante, perché l’architettura è storica, mentre il mio studio sembra essersi fermato al suo interno, anche con l’imprevisto dell’avere un’installazione di grandi dimensioni in uno spazio conchiuso.

Nell’installazione di Palazzo Strozzi, Tilted Head è sia un’opera a sé stante sia parte dello studio inteso come spazio. Che cosa racconta quest’opera del suo modo di concepire la scultura?
Per uno scultore il rapporto con lo spazio è centrale: non c’è mai soltanto l’oggetto, ma bisogna considerare anche il modo in cui quell’oggetto occupa uno spazio e il modo in cui i corpi si muovono intorno a esso. È come una fotografia tridimensionale: mostra un esatto istante, ma puoi camminarci dentro, vedere come qualcosa cambia rispetto agli altri oggetti mentre ci giri attorno. È anche per questo che l’idea dello studio è così importante: non è semplicemente il luogo in cui produco le opere, ma uno spazio in cui verificare le relazioni tra le cose e tra le cose e i corpi. Così, lo studio è ricreato non solo attraverso gli elementi e gli strumenti del lavoro, ma anche con sedie, tavoli e una chaise longue.

I punti chiave della ricerca di Mark Manders

Lavora spesso modificando le dimensioni degli oggetti, sia monumentalizzando dei frammenti sia riducendo leggermente le dimensioni di qualcosa – anche a Firenze, c’è una riduzione dell’88% degli oggetti dello studio. Che ruolo ha questa operazione nel tuo lavoro?
La scala è una delle cose più importanti nella scultura, perché riguarda direttamente il corpo e il suo rapporto con l’opera. Quando sei davanti a un oggetto, senti immediatamente se è più grande o più piccolo rispetto a te: è anche difficile da spiegare a parole, è una sensazione fisica. Semplicemente, ti senti più imponente dell’oggetto o come inglobato. Sembra una cosa da poco, ma scelgo la scala dell’88% perché all’85% sembra tutto troppo piccolo e il 90% non si nota abbastanza: all’88% si percepisce che qualcosa non è esattamente come dovrebbe essere. Anche ingrandendo, bisogna trovare la dimensione ideale per quel che si sta ricercando: le teste sono grandi, nel senso di più grandi del normale, ma potrebbero esserlo ancora di più.

Un certo senso di sorpresa è centrale nel suo lavoro: sia per la scala, sia per i materiali che non sono mai quello che sembrano…
Sì, le mie sculture sembrano fatte di argilla cruda, mentre in realtà lavoro con il bronzo – a partire da un calco effettivamente in argilla e legno – e successivamente lo dipingo per farlo sembrare più fragile e di un colore simile all’argilla. Sembra, appunto, che i lavori siano lì lì per rompersi, come abbandonati, mentre in realtà sono finiti.

Mark Manders, Tilted Head, installation view, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026 © photo Ela Bialkowska OKNO studio
Mark Manders, Tilted Head, installation view, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026 © photo Ela Bialkowska OKNO studio

Dalla parola alla scultura

Prima della scultura ha sperimentato con le parole, il linguaggio e la scrittura. Com’è avvenuto questo passaggio tra i due campi?
Quando avevo 18 anni volevo diventare uno scrittore. Il problema era che non sapevo di cosa scrivere. Però sapevo che mi interessavano i libri scritti in prima persona, perché in qualche modo ti permettevano di entrare nella testa e nella vita di qualcuno. Decisi di scrivere di un palazzo, dove ogni stanza sarebbe stata una storia, una parte della mia vita, una persona, ma a un certo punto, invece di scrivere, stavo utilizzando gli oggetti della scrittura, come le penne, per tracciare la sagoma del palazzo, la sua pianta. Così ho capito che le immagini e la scultura possono avere più possibilità delle parole.

Ci dica di più…
Per esempio, in Abandoned Room, Constructed to Provide Persistent Absence – un lavoro che ho iniziato nel 1992 – ci sono tre cani di dimensioni diverse, nella stessa posa. Con le parole, basta dire “cane” per tre volte, cioè usare sempre la stessa parola, per descrivere quelle che, invece, sono tre immagini diverse. Bastano poche parole per descrivere tutto il mio lavoro: argilla cotta, argilla cruda, animali, frammento, ritratto; se si dovessero scrivere in un diario, occuperebbero poco spazio. Invece, le opere sono tante e sempre diverse. La parola è ancora importante nel mio lavoro, però: a Firenze ci sono delle pagine di giornale che rivestono gli elementi dello studio e in cui compaiono tutte le parole del dizionario inglese, senza che si creino, però, frasi di senso compiuto. Di nuovo, parole e sculture hanno capacità diverse.

Arte e creatività secondo Mark Manders

La sua pratica combina una certa idea di canone e di classicità con l’effimero e il frammentario, cioè si avverte come una combinazione tra la longue durée della storia dell’arte e qualcosa di breve come la durata di una vita umana, che è anche la sua in quanto artista. Che cosa c’è in questo equilibrio?
La scultura ha una storia molto lunga e sono consapevole di lavorare al suo interno. Nell’oggi, mi sento molto grato e felice di poter essere un artista, perché l’arte è un’attività umana incredibile. Possiamo associare cose che normalmente sono separate, mettere insieme immagini, materiali e idee per creare delle sensazioni. Trovo straordinario che sia possibile costruire qualcosa in questo modo e che questo qualcosa possa produrre un’esperienza nella mente di un’altra persona. Già da bambino amavo inventare cose, prendendo oggetti, assemblandoli, mischiandoli: ho proprio questo ricordo.

E pensa che questa “creazione” sia un’attività esclusivamente umana o che, considerati i passi avanti di tecnologia e intelligenza artificiale, anche queste possano dire la loro?
In un certo senso non sono spaventato da questi strumenti: più che paura, provo tristezza vedendo quanto ne siamo dipendenti, soprattutto le nuove generazioni. Però penso che gli esseri umani abbiano una capacità fondamentale di creare, indipendentemente dagli altri strumenti che sviluppano. È una capacità molto profonda e non credo che possa esserci sottratta facilmente.

Per chiudere, un bilancio sulla sua opera più grande, che è iniziata con quel passaggio dalla scrittura alla scultura, quando voleva parlare di un palazzo… Dunque, come procede Self-Portrait as a Building a quarant’anni esatti dal suo avvio?
Molto bene. È un progetto aperto che mi dà molte possibilità, e questo è ciò che mi piace. Lavoro in studio dalle nove alle sei, dal lunedì al venerdì, è quasi come un lavoro d’ufficio, e riuscire a trovare nuovi stimoli è fondamentale.

Vittoria Caprotti

Firenze // dal 25 settembre 2026 al 24 gennaio 2027
Broken. Il potere del frammento
PALAZZO STROZZI – Piazza Strozzi s.n.c.
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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo aver frequentato il triennio di Valorizzazione dei Beni Culturali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Fa parte della redazione di…

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