Come il Cairo, Buenos Aires, Lima o La Havana, Città del Messico è una città-mondo, che contiene dentro il suo gigantesco ventre l’intera nazione che la circonda. C’è Città del Messico poi il Messico, così come Il Cairo e poi l’Egitto o Buenos Aires e l’Argentina: due sguardi diversi per lo stesso paese, o due paesi diversi? Come le grandi metropoli dell’America Latina, Città del Messico è un agglomerato di quartieri città affiancate ma molto differenti: le villette Anni Sessanta immerse nel verde di Coyoacan non hanno niente di simile ai palazzi storici del Centro. E poi c’è lo Zocalo, l’ombelico della città-mondo, dove le diverse etnie di un popolo si mescolano ad un ritmo incessante. I turisti? Pochi, sparuti e spesso storditi dalla confusione, pronti a rifugiarsi nelle ombrose navate della Cattedrale per trovare un po’ di calma.

Overtourism? Città del Messico dice: no grazie!
Overtourism? Non esiste. Impossibile acquistare una guida turistica della città, al di là di qualche piantina disponibile ai chioschi di informazioni per stranieri. Ma così come in tutte le città-mondo, la metropolitana funziona benissimo, e permette di raggiungere anche i quartieri più lontani di questa megalopoli popolata da 25milioni di persone. Per gli spostamenti più brevi c’è Uber, decisamente più economico dei taxi ufficiali. Molte strade sono sequenze di serrande chiuse, come in alcune vie del centro storico di Palermo, mentre in ogni angolo folle di ambulanti vendono qualsiasi cosa: una città di mercatini improvvisati, forse per contrastare il pizzo richiesto dai racket per i negozi su strada. E tutti i venditori gridano: i messicani gridano per vendere, ma forse prima ancora per esistere, perché sono in troppi. Si sentono le stesse urla ritmate, simili a quelle degli arrotini che giravano le città italiane fino agli Anni Settanta.
Rivera e Montenegro: le facce opposte del muralismo a Città del Messico
Lo spazio culturale più frequentato è il Palacio di Bellas Artes, un gioiello Art Decó da far invidia a Parigi, progettato dall’architetto italiano Adamo Boeri nel 1904 ma terminato trent’anni dopo dall’architetto messicano Federico Mariscal. Teatro dell’Opera, museo dell’architettura, spazio espositivo: impossibile non visitarlo e rimanere incantati dal dialogo tra i marmi di colonne, pareti e pavimenti e i capolavori dei grandi muralisti messicani (Rivera, Siqueiros e Orozco, ma non solo) che esaltano la rivoluzione e inneggiano alla grandezza del popolo messicano. E infine, nelle sale per le esposizioni temporanee, un’impeccabile retrospettiva di Roberto Montenegro (1885-1968), fondatore del muralismo messicano e attento osservatore dell’arte europea, censurato dal regime per le proprie tendenze omosessuali, presentato per la prima volta alla Biennale nel 2024 da Adriano Pedrosa. Insomma, l’altra faccia del muralismo, meno aggressiva e propagandista e più sensibile e raffinata. Nulla a che vedere con l’arte machista di Diego Rivera: il suo capolavoro è Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central, un affresco datato 1947 che ritrae l’intera storia messicana su una parete lunga 15 metri, intorno al quale hanno costruito un museo.
Città del Messico, città di musei
Città del Messico è ricca di musei, molto frequentati dai messicani. Perfettamente allestiti e presentati secondo gli standard curatoriali più aggiornati, con uno storytelling che tiene conto dei punti di vista post-colonialisti, delle minoranze etniche, del mondo queer e LGBTQIA+. Al Museo Nazionale di Belle Arti è possibile conoscere l’evoluzione dell’arte messicana dall’epoca tardo ispanica al dopoguerra, mentre il museo Franz Mayer, ospitato in un antico ospedale del Seicento con uno splendido chiostro, possiede la più importante collezione di arte decorativa del Messico e propone anche mostre temporanee di qualità. Il tempio dell’arte moderna messicana è il MAM (Museo d’Arte Moderna), inaugurato nel 1964 nel bosco di Chapultepec con un’architettura modernista, con volumi plastici che ricordano lo stile di Pier Luigi Nervi.
Il brutalismo di Tamayo
Collezione interessante, mostre temporanee molto locali e allestimenti datati: per avere una visione curatoriale più avanzata bisogna spostarsi al Museo Tamayo, magnifica costruzione brutalista del 1981 promossa dall’artista Rufino Tamayo, che vi ha collocato la sua collezione, e realizzata dagli architetti messicani Teodoro González de León e Abraham Zabludovsky. In agosto ospita un’interessante mostra sull’utilizzo dell’archeologia, ecologia e spiritualità da parte degli artisti messicani e stranieri attivi in Messico tra il 1981 e il 1991. Ottima la selezione dei lavori, chiaro e leggibile l’allestimento: oltre a nomi come Abraham Cruzvillegas, Francis Alÿs, Damian Ortega o Maria Thereza Alves si scoprono artisti meno noti e più locali ma non per questo poco interessanti.

Il contemporaneo? All’Università
Il contemporaneo più sperimentale lo espone il Museo del Chopo, un padiglione di archeologia industriale gestito dall’UNAM, l’Università Nazionale Autonoma del Messico. In questa architettura di vetro e acciaio ampia e luminosa, un intero piano è occupato da un’accurata antologica di Regina Maria Galindo, intitolata Los peores tiempos posibles, mentre al piano terra spicca l’installazione Entrañas, eseguita dagli artisti Erik Tlaseca (1989) e Wynnie Mynerva (1993): un labirinto di tessuti e materiali che evocano la pelle umana, nelle sue caratteristiche più sensuali ed inquietanti. Finalmente un luogo rivolti ai giovani, fuori dalle narrazioni legate alla memoria della Rivoluzione celebrata dai muralisti, capace di attivare un reale dialogo con il presente.
Que viva Barragàn! L’architetto campione del minimalismo messicano
L’architettura moderna a Città del Messico ha un solo nome: Luis Barragàn (1902-1988). Non si può lasciarla senza aver visitato la sua casa-studio, costruita nel 1948 e sede dell’omonima fondazione nel quartiere di Tacubaya. Per certi versi considerabile allievo di Le Corbusier, Barragan ha trasferito il minimalismo francese in Centro America, aggiungendovi una dimensione più emozionale, legata al paesaggio e alla lussureggiante natura messicana. Colori forti, spazi accoglienti, arredi essenziali, forte relazione tra interni ed esterni, tagli di luce inaspettati: il talento di Barragan-intrepretato qualche anno fa da una serie di scatti da Luisa Lambri-è silenzioso ma intenso. Il suo impegno nel campo dell’architettura, dicevano di Barragàn, “è considerato un atto sublime di immaginazione poetica”. Degno figlio di una città-mondo che ha saputo interpretare in maniera sublime.
Ludovico Pratesi
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