“Woman Unknown”: il corpo femminile come campo di battaglia nel film di May el-Toukhy che vince il Leone d’Oro
Il film Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 83, che porta anche la Coppa Volpi a Mathilde Arcel, è il terzo lungometraggio della regista danese May el-Toukhy, unica donna regista in concorso in Laguna. Ambientato in Danimarca nei giorni successivi alla liberazione dall'occupazione tedesca, esplora il tema del corpo femminile come campo di battaglia
La guerra sembra non finire mai, si porta dietro odio, sofferenza, vendetta, dolore e altra violenza. Succede sempre e accadde anche alla fine della Seconda Guerra Mondiale, come racconta in maniera intensa e sublime Woman Uknown diMay el-Toukhy, peraltro unica donna registain Concorso a Venezia 83 e premiato con il Leone d’Oro e con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Ma questo è un altro discorso, anche se il femminile, in questo film, è un tema, anzi forse è il tema per eccellenza. Siamo nel 1945, la guerra si trascina stanca, le bandiere cambiano, gli eserciti si ritirano, i vincitori festeggiano, il male più grande è stato estirpato. Ma resta il bisogno di giudicare, punire, stabilire chi sia stato dalla parte giusta e chi da quella sbagliata. E quando la giustizia lascia spazio alla vendetta, la pace non è reale, il malvagio torna e colpisce chiunque. Qual è il corpo sul quale più facilmente una società scrive la propria sentenza? Quello delle donne.
“Woman Unknown”: la tragedia di una donna nella Danimarca che esce dalla guerra
Marie, una eccelsa Mathilde Arcel, domestica e bambinaia, sta per sposare Christian, il ricco vedovo da cui lavora. Lui fabbrica guanti, ma non la tratta esattamente con i guanti: la usa, e forse lei, per salvarsi, si fa usare. Si fa possedere, nonostante il dolore che le provoca il sesso, al punto che per “farlo” deve prendere degli oppiacei. Ma questa è la sua vita, anzi la sua sopravvivenza, perché Marie ha un segreto, qualcosa di oscuro che la spinge a dire mezze verità, a celare parti di sé. Durante l’occupazione tedesca, ha avuto una relazione con un soldato nazista e, per quelle come lei, la punizione è estrema. Non sappiamo se ci fosse di mezzo amore, desiderio, necessità, paura, abuso o consenso, e il film non lo rivela, perché è proprio in questa zona grigia che il film agisce, indaga, cercando di mostrare lo sconosciuto, o meglio la sconosciuta. E neppure importa se sia stata collaborazionista, vittima, colpevole, rispettabile, carnefice o traditrice: quello che conta è che, come donna, non ha nessun diritto.

Le donne invisibili e il corpo femminile come campo di battaglia
La regista si concentra su questa realtà storica, rimasta a lungo ai margini. In Danimarca, come nel resto d’Europa, le donne che avevano avuto rapporti con soldati tedeschi venivano pubblicamente umiliate, rasate, picchiate, marchiate con una svastica dipinta sulla schiena. Come racconta anche Hiroshima mon amour di Alain Resnais, punire significava illudersi di purificare la comunità dalla contaminazione del nemico. Così, il corpo femminile viene trasformato in un altro campo di battaglia, un territorio da mortificare, possedere, punire. Quel corpo desiderato, usato, controllato durante l’occupazione, diventa il luogo sul quale “celebrare” la Liberazione. Un corpo sul quale gli uomini, la patria, la famiglia continuano a tracciare confini, assegnare colpe, infliggere pene. Il nemico non può più essere colpito? Si colpisce soprattutto la donna che lo ha amato, desiderato o semplicemente frequentato. La sessualità femminile viene trasfigurata e il desiderio non è più personale, ma appartiene alla nazione, appartiene al potere, appartiene al nuovo usurpatore.
Il corpo femminile abusato. In passato come oggi
Il film parla al presente, non è solo un altro film sulla Seconda Guerra Mondiale: racconta come, in guerra o in pace, il corpo femminile continui a essere trattato come uno spazio pubblico sul quale politica, morale e societàrivendicano un diritto. Cambiano le epoche, cambiano le forme della punizione, ma non cambia il bersaglio, il capro espiatorio. Persino quando la protagonista tenta di sottrarsi a quel meccanismo perverso di dominio maschile, e lo fa attraverso il desiderio, il desiderio le viene subito restituito come colpa, come punizione. La sequenza in cui esce, beve, si ubriaca, cercando per qualche ora di appropriarsi del proprio corpo, è una delle scene più radicali del film: un’esperienza di libertà diventa immediatamente esposizione, pericolo, castigo. Una donna che desidera è una donna che va fermata.Ma Woman Unknown va oltre il film di denuncia, perché la protagonista è ambigua, non è delineata come una vittima innocente da assolvere. Marie sopravvive mentendo, manipolando, cancellando tracce, sacrificando parti di sé, diventando carnefice. E il film diventa ancora più attuale, proprio perché complesso, contraddittorio, esattamente come la condizione umana.
L’ambiguità in cui si muove “Woman Unknown”
La protagonista è “sconosciuta” perché la Storia ha cancellato donne come lei, o perché per sopravvivere ha imparato lei stessa a cancellarsi? A essere ciò che gli altri vogliono che sia? Domestica, madre, moglie, amante, signora della casa… La casa stessa diventa metafora di vita, di controllo, di prigione, di benessere, di maldicenza, di classismo, di reclusione di genere, di abuso domestico, di sospetto. All’inizio, per Marie, la dimora rappresenta una conquista, in fondo sposare Christian significa smettere di essere una domestica e diventare la padrona, la “custode” del focolare, conquistando di fatto un nome, una posizione, una protezione economica, forse persino una nuova identità. Ma progressivamente quegli stessi interni diventano claustrofobici, la casa che dovrebbe certificarne l’ascesa sociale diventa la rappresentazione fisica della sua condizione, Marie conquista le stanze, ma perde lo spazio per essere se stessa. Ed è qui che scende l’ombra di Rebecca. La prima moglie, la casa diventa un organismo psichico che la donna è costretta a occupare, assumendo un’identità costruita da qualcun altro. Persino la richiesta di indossare l’abito della prima moglie, la scena della vestizione, riporta a du Maurier/Hitchcock, laddove è l’uomo a imporre una personalità alla donna, obbligata a scomparire dentro l’idea del femminile del maschio, come una donna che visse due volte. Marie “visse due volte”, rimanendo comunque un personaggio sfuggente. È una donna indipendente? Una sopravvissuta? Una manipolatrice? Una vittima? Non si sa, solo una cosa è certa: qualunque sia la conclusione, sarà sempre una donna giudicata, perché questo sembra essere il destino delle donne. Che siano libere o recluse, ricche o povere, non sarà loro mai concesso essere se stesse. E allora, meglio essere sconosciute.
Barbara Frigerio
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati