Nell’epoca dell’AI torna il valore delle mani. La lezione di Homo Faber a Venezia
500 artigiani creativi, 700 oggetti esposti: fino al 1° ottobre l’Isola di San Giorgio a Venezia e la Fondazione Cini mettono in scena la mostra Homo Faber. Una riflessione sui confini tra arte e artigianato e sul concetto di autenticità in un’epoca di trasformazioni tecnologiche
Visitando la mostra Homo Faber a Venezia, tra oggetti, materiali, tecniche e persone che sembrano custodire una relazione quasi fisica con ciò che producono, torna continuamente in mente la parola autenticità, che generalmente il sistema dell’arte contemporanea utilizza con una certa cautela. Il senso è apparentemente semplice, ma dai risvolti complessi, contrapponendo originale e copia, verità e finzione, e il tema dell’autore riconoscibile attraverso la propria opera. Eppure, la storia dell’arte insegna che nessuna di queste opposizioni è così netta. Le botteghe rinascimentali producevano opere collettive; Rubens dirigeva un atelier nel quale molte mani partecipavano ai dipinti; Bernini disponeva di assistenti; Rodin moltiplicava le proprie sculture attraverso fusioni realizzate da altri. Walter Benjamin individuava nell’“aura” qualcosa legato all’esistenza irripetibile dell’opera.
Autore e opera: la questione dell’unicità ad Homo Faber
Marcel Duchamp avrebbe spostato la questione: l’arte poteva nascere non dalla fabbricazione dell’oggetto, ma dalla decisione dell’artista di riconoscerlo come tale. Fino all’arte concettuale che ha sostituito radicalmente l’esecuzione con l’idea, mentre fotografia e video hanno reso problematica la nozione stessa di originale e il digitale ha separato l’immagine da un supporto unico. Oggi l’intelligenza artificiale generativa compie un ulteriore salto: rende possibile produrre immagini, testi, suoni e forme senza che esista necessariamente un rapporto diretto fra il gesto fisico dell’autore e il risultato.
Non è la morte dell’arte. Ogni nuova tecnologia ha provocato paure analoghe. La fotografia avrebbe dovuto uccidere la pittura e invece contribuì a liberarla dalla necessità della rappresentazione. Il cinema non ha eliminato il teatro. Il digitale non ha eliminato la fotografia. È probabile che l’AI produca nuovi linguaggi che oggi siamo appena capaci di intuire. Ma proprio per questo potrebbe rendere nuovamente prezioso ciò che sembrava destinato a diventare marginale: l’autenticità.

La mostra Homo Faber a Venezia
È ciò che si percepisce con particolare evidenza attraversando Homo Faber 2026, “An Island of Light”, alla Fondazione Giorgio Cini sull’isola di San Giorgio Maggiore. La quarta edizione presenta oltre 700 oggetti e più di 500 artigiani provenienti da oltre 70 Paesi. Ma i numeri spiegano poco la qualità della rassegna. Il suo merito maggiore è evitare, quasi sempre, l’effetto fiera dell’eccellenza o grande vetrina del lusso. Gli oggetti non vengono semplicemente mostrati: vengono ricondotti alle mani, alle tecniche, alle culture e soprattutto alle persone che li hanno fatti nascere. La curatela è della Michelangelo Foundation, mentre la direzione artistica è stata affidata a Es Devlin (Kingston Upon Thames, 1971), artista e scenografa britannica abituata a muoversi tra teatro, arte, musica e grandi installazioni. La sua scelta è decisiva. Le quindici installazioni immersive, nella cornice straordinaria della Fondazione Cini, costruiscono attraverso l’architettura dei luoghi, la luce, l’acqua, i riflessi e il movimento un racconto unitario senza cancellare l’individualità degli oggetti. Devlin ha parlato della possibilità di approfondire l’“etimologia degli oggetti”, risalendo alle mani, alle situazioni e ai luoghi dai quali provengono. L’oggetto non è il punto finale del percorso, ma la traccia attraverso la quale ricostruirlo.
Qui incontriamo quelli che vorrei chiamare art-igiani, con un trattino deliberatamente provocatorio. Non semplicemente artigiani che producono oggetti belli, né artisti che occasionalmente utilizzano tecniche artigianali. Il trattino indica uno spazio intermedio che vorremmo tornare a esplorare: il territorio nel quale progetto, invenzione, conoscenza della materia e capacità della mano diventano difficilmente separabili.
Arte e artigianato nella mostra Homo Faber
L’art-igiano appartiene al presente ma porta con sé il passato. Non lo riproduce: lo utilizza come una lingua. Una tecnica tramandata attraverso generazioni non è necessariamente conservazione. Può essere una grammatica attraverso la quale produrre forme mai esistite prima. Il vetraio conosce il comportamento del vetro incandescente, il ceramista le trasformazioni della materia nel forno, il tessitore le tensioni e le resistenze delle fibre. Sono conoscenze che non stanno soltanto nei manuali. Sono conoscenze incorporate.
Richard Sennett ha mostrato come il fare bene una cosa per se stessa produca una particolare forma di intelligenza.
David Pye ha distinto fra la “workmanship of certainty”, nella quale il risultato è sostanzialmente predeterminato dal processo, e la “workmanship of risk”, nella quale la qualità resta continuamente affidata alla maestria, al giudizio, alla destrezza e alla cura di chi opera. Ed è proprio il rischio a diventare interessante.

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale
L’industria ha cercato per due secoli di ridurlo. L’algoritmo tende a neutralizzarlo statisticamente. L’artigianato può invece trasformarlo in differenza. Una deviazione, una bolla nel vetro, una variazione cromatica, una tensione imprevedibile della materia rendono un oggetto diverso da tutti gli altri. Non perché imperfetto, ma per ciò che è accaduto nel realizzarlo. Questa dimensione dell’accadimento può diventare sempre più importante nell’epoca dell’AI. Quando milioni di immagini perfettamente plausibili possono essere generate istantaneamente, ciò che possiede una storia materiale acquista un’altra densità.
È significativo che Gianfelice Rocca, presidente della Fondazione Giorgio Cini, abbia collocato Homo Faber dentro questo problema. Rocca osserva che mai come oggi siamo chiamati a interrogarci sulla relazione fra manufatti, arte, industria e intelligenza artificiale e considera il fare artigiano anche un capitale di soft power in un’epoca di grandi trasformazioni. La Fondazione Cini sta lavorando precisamente sul nesso fra naturale, artificiale, artefatto, industriale e digitale.
Le parole di Franco Cologni di Michelangelo Foundation
È una prospettiva che sposta Homo Faber oltre la celebrazione dell’alto artigianato. La questione diventa culturale e, inevitabilmente, politica: quale valore attribuiremo alla competenza umana quando una parte crescente della produzione potrà essere automatizzata?
Su questo punto Franco Cologni, tra i fondatori della Michelangelo Foundation e da decenni impegnato nella valorizzazione dei mestieri d’arte, ci offre una riflessione particolarmente significativa: il fatto a mano nell’epoca dell’intelligenza artificiale “non è una forma di resistenza, ma una “scelta di libertà”. Significa poter continuare a dare un nome a chi crea gli oggetti, trasformare un talento in una professione e utilizzare le mani come strumento di conoscenza del mondo”. E aggiunge un’osservazione fondamentale: “un vero maestro non è un esecutore, ma un interprete”.
È precisamente su questa parola, interprete, che il confine fra arte e artigianato comincia a diventare meno sicuro.

La storia del vetro alla Biennale di Venezia
Venezia conserva nella propria storia una prova significativa di quanto quel confine sia anche frutto di una costruzione culturale. Per buona parte del Novecento il vetro di Murano fu presente alla Biennale non come semplice prodotto decorativo, ma come parte della ricerca artistica contemporanea. Fornaci, progettisti e maestri vetrai partecipavano a quel sistema: Venini, Barovier & Toso, Seguso Vetri d’Arte e altre manifatture dialogavano con artisti e designer, rendendo difficile stabilire dove terminasse l’ideazione e cominciasse l’esecuzione.
Ne è conferma la mostra “1948-1958. Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia”, curata da Marino Barovier alle Stanze del Vetro della Fondazione Giorgio Cini, che permette di osservare uno dei periodi più fertili di quella relazione.
Il 1958, naturalmente, non rappresentò una cesura improvvisa. La relazione fra il vetro muranese e la Biennale proseguì negli anni successivi, ma il sistema dell’arte stava cambiando profondamente. Tra gli anni Sessanta e Settanta, e in particolare nel clima di trasformazione istituzionale e culturale seguito al 1968, le tradizionali categorie delle arti decorative persero progressivamente quella centralità e quell’autonomia che avevano avuto in precedenza.
I confini tra arte e artigianato
Non fu semplicemente il vetro a essere espulso dall’arte. Accadde qualcosa di culturalmente più interessante: la manifattura artigianale cessò progressivamente di essere riconosciuta come soggetto autonomo del sistema dell’arte. Il vetro poteva continuare a essere materiale dell’opera di un artista, ma la fornace, il maestro, il laboratorio e quella comunità di competenze che aveva contribuito all’innovazione del Novecento si ritrovarono dall’altra parte del confine. A distanza di oltre mezzo secolo vale la pena domandarsi se quel confine abbia ancora senso.
Il vetro incandescente oppone resistenza. Il legno possiede venature che obbligano a modificare una decisione. La pietra contiene fratture. Una fibra reagisce alla tensione. La materia introduce nel processo creativo qualcosa che nessun autore controlla completamente. Fra intenzione e risultato esiste una negoziazione. È forse qui che dovremmo cercare una nuova definizione di autenticità.

Che cos’è l’autenticità
Collegandola alla leggibilità del processo che conduce all’opera: poter riconoscere una responsabilità, una storia, un luogo, un sapere, una trasformazione.
Ma sarebbe un errore trasformare questa riflessione in una celebrazione nostalgica dell’artigianato. L’art-igiano interessante non è colui che ripete ciò che facevano i propri antenati. È chi utilizza quella conoscenza per appartenere radicalmente al proprio tempo.
Tradizione deriva da tradere: consegnare, trasmettere. Ciò che viene consegnato non deve essere necessariamente conservato intatto. Può essere modificato, contaminato, perfino tradito per continuare a vivere. È questa tensione che interessa ad Artribune.
Occuparsi di artigianato non significa, per una testata di arte e cultura, allargare sic et simpliciter il proprio campo editoriale verso i mestieri tradizionali. Significa interrogare nuovamente alcune delle categorie sulle quali abbiamo costruito il sistema dell’arte: chi è l’autore? Quanto conta l’esecuzione? Che rapporto esiste fra idea e materia? Quando una competenza diventa linguaggio? Perché attribuiamo un valore diverso a un oggetto realizzato da un artista e a uno concepito e realizzato da un grande maestro artigiano? Sono domande che l’intelligenza artificiale rende improvvisamente meno accademiche.
La discussione sull’artigianato
Forse per molto tempo abbiamo considerato l’autenticità soprattutto una questione di mercato: stabilire se un’opera fosse davvero di Picasso, Fontana o Warhol. Domani potrebbe significare qualcosa di diverso: sapere come un’opera è venuta al mondo. Chi l’ha pensata e chi l’ha fatta. Con quali strumenti. Quanto del processo appartiene alla macchina e quanto all’essere umano. Quali conoscenze sono state trasmesse, trasformate o inventate. Da quale luogo provengono. Quanto tempo è stato necessario. Quale rischio è stato assunto. L’autenticità diventerebbe allora non un ritorno al passato, ma una categoria critica del futuro. E forse Venezia è il luogo migliore per cominciare questa discussione: la città delle fornaci di Murano, la città che attraverso la Biennale ha contribuito a definire ciò che il mondo avrebbe chiamato arte contemporanea e la città che oggi ospita Homo Faber.
Non si tratta di decidere se l’artigianato sia arte. Si tratta di capire se, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’arte abbia nuovamente bisogno di alcune qualità che l’artigianato non ha mai smesso di custodire: la relazione con la materia, il tempo necessario per trasformarla, la competenza, il senso di appartenenza e la responsabilità di chi fa.
E soprattutto l’autenticità. Gli art-igiani di Homo Faber potrebbero allora non rappresentare ciò che sopravvive del passato, ma anticipare una sensibilità del futuro.
Paolo Cuccia
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