È morto Fabrizio Plessi, l’artista che portò la videoarte alla Biennale di Venezia 

Dall’Acquabiografico degli Anni Settanta alle grandi installazioni digitali: il percorso di Fabrizio Plessi si è raccontato in oltre cinquant'anni di ricerca tra materia, immagine in movimento e memoria

Ci sono artisti per i quali la tecnologia è uno strumento, e poi ci sono artisti che hanno provato a trasformarla in una materia. Fabrizio Plessi appartiene alla seconda categoria. Nato a Reggio Emilia nel 1940 e formatosi a Venezia, dove avrebbe poi insegnato per molti anni, è scomparso il 23 agosto 2026 a seguito di una polmonite nell’ospedale di Dolo, a Venezia.

Dagli Anni Sessanta ad oggi, l’artista – che nel 2014 ricevette il Premio Pascali, assegnato per il profondo legame estetico e concettuale con l’opera di Pino Pascali, con particolare riferimento all’acqua – ha attraversato più di cinquant’anni di ricerca artistica senza abbandonare alcuni elementi fondamentali: l’acqua, il fuoco, la pietra, la terra, il viaggio. Elementi naturali che, nel suo lavoro, si sono rimodellati attraverso l’uso del monitor, led, strutture metalliche e dispositivi elettronici, fino a diventare immagini che sembrano possedere – ancora oggi – una consistenza fisica.

Fabrizio Plessi - Digital wall

Fabrizio Plessi, il pioniere della videoarte

La storia artistica di Plessi comincia dall’acqua. Nel 1968 l’artista concentra la propria ricerca sull’elemento liquido, sperimentandolo attraverso installazioni, film, videotape e performance. Nel 1973 presenta alla Galleria Vinciana di Milano Acquabiografico, un titolo che sintetizza già la direzione della sua ricerca: l’acqua non è soltanto un soggetto, ma una condizione, un elemento capace di raccontare il tempo e il movimento.
Negli Anni Settanta arrivano le azioni sul paesaggio con il Taglio del lago, Camminare sull’acqua, Operazione il Taglio del fiume Scheilde, dove il corpo dell’artista entra in rapporto con quello dell’acqua, mentre la fotografia e il video registrano queste esperienze. Ma il videotape, nel giro di pochi anni, smette di essere soltanto una testimonianza della performance, diventando l’opera.
In A morte Venezia del 1976, nei film Liquid Movie e Underwater, presentati anche nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia, l’immagine elettronica inizia a confrontarsi direttamente con gli elementi naturali. Nel 1982, invece, il Centre Pompidou di Parigi presenta la sua produzione video e da quel momento le strutture tridimensionali entrano sempre più stabilmente nel suo lavoro.
La svolta arriva poi nel 1986, alla Biennale di Venezia, quando Plessi presenta Bronx e introducendo la televisione nello spazio della Mostra Internazionale come materiale artistico. Un anno dopo, a Documenta 8 di Kassel, arriva Roma, l’installazione monumentale che contribuisce a imporlo sulla scena internazionale.

Fabrizio Plessi, Plessi sposa Brixia, installation view at Museo di Santa Giulia, Brescia, 2023. Photo Petrò Gilberti
Fabrizio Plessi, Plessi sposa Brixia, installation view at Museo di Santa Giulia, Brescia, 2023. Photo Petrò Gilberti

Fabrizio Plessi: la carriera

Negli Anni Ottanta e Novanta la ricerca di Plessi cambia direzione, lavorando sempre più spesso fuori dal tradizionale sistema delle arti visive. Disegna scenografie e costumi, collabora con Frédéric Flamand, con Michael Nyman, con l’Aterballetto, con il teatro e con la musica. Nel 1993 realizza le scenografie elettroniche per il concerto di Luciano Pavarotti al Central Park di New York. Nel frattempo le sue opere arrivano nei grandi musei internazionali, dal Guggenheim Museum di New York al Museum Moderner Kunst di Vienna, dal Centre Pompidou al Louisiana Museum.
Nel 2000, per l’Expo di Hannover, realizza Mare Verticale, una struttura alta 44 metri che trasforma l’onda in un’immagine monumentale. Nel 2001 Waterfire porta acqua e fuoco sulla facciata del Museo Correr e negli spazi di Piazza San Marco e, nel 2005, al Kistefos-Museet in Norvegia, Memory Motions mette in relazione tronchi, movimento meccanico e archeologia industriale. È un modus operandi in cui il luogo non è concepito come semplice “palcoscenico”, ma diventa parte integrante dell’opera, modificando la percezione dell’architettura. Lo stesso principio tornerà in molte delle installazioni successive, da Underwater al Fondaco dei Tedeschi di Venezia a Fenix DNA al Teatro La Fenice.

Fabrizio Plessi, Fenix DNA, immagine dell'opening. Venezia, Teatro La Fenice. Ph. Michele Crosera
Fabrizio Plessi, Fenix DNA, immagine dell’opening. Venezia, Teatro La Fenice. Ph. Michele Crosera

Dall’acqua all’oro, alla memoria

In tempi recenti l’acqua comincia a trasformarsi in oro. È un passaggio particolarmente evidente in L’Età dell’Oro, l’installazione realizzata nel 2020 sulle finestre del Museo Correr, affacciate su Piazza San Marco: una cascata luminosa sembra sgorgare dall’edificio e precipitare sulla piazza, in un intervento pensato in un momento storico segnato dalla pandemia e dall’incertezza.
Tre anni dopo, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, Mari Verticali presenta dodici gigantesche strutture in acciaio, alte nove metri e inclinate al limite della caduta, contenenti un mare d’oro che scorre sugli schermi. Le barche sembrano sul punto di precipitare, sospese in un equilibrio precario, trasmettendo un senso di inquietudine e instabilità.
Nello stesso anno Plessi arriva a Brescia con Plessi sposa Brixia, un progetto immersivo realizzato tra il Parco Archeologico di Brescia romana e il Museo di Santa Giulia. Installazioni, videoproiezioni e ambienti digitali entrano in relazione con il patrimonio archeologico della città, trasportando il passato e la storia nel presente.

È questo il principio che raggiunge una delle sue formulazioni più recenti in Nero Oro a Padova, nell’ex Chiesa di Sant’Agnese, dove Plessi costruisce un percorso che attraversa il mosaico luminoso della navata, per poi passare per la colata d’oro nell’ipogeo e, infine, per i disegni nell’ex sacrestia. Un progetto si confronta con i frammenti d’affresco Trecenteschi e con i reperti archeologici emersi durante il restauro dell’edificio.

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