Stanchi della solita audioguida nei musei? Amuseapp sfrutta le intelligenze artificiali in modo utile

Si chiama Amuseapp ed è un’app pensata per far vivere al pubblico un’esperienza di visita più appassionante e profonda, rispondendo a curiosità diverse e raccogliendo dati utili per capire meglio il comportamento dei visitatori

Come mai una persona, in media, è in grado di passare ore davanti a uno schermo guardando Netflix, mentre fa fatica a “sopravvivere” a una visita guidata in un museo? Perché, al di fuori degli appassionati d’arte, è spesso più facile sentirsi coinvolti da un altro episodio di una serie tv che dall’opera successiva lungo il percorso espositivo?

Al di là delle generalizzazioni, la risposta può essere ricercata anche nell’ambito del content marketing. Le piattaforme digitali sono diventate esperte – è il loro business – nel suggerire contenuti “cuciti su misura” sui gusti osservati degli utenti. I musei, invece, non hanno ancora raggiunto lo stesso livello di personalizzazione.

Certo, il contenuto di una collezione museale o di una mostra è più vincolante dell’infinita offerta di titoli e serie tv disponibili online. Tuttavia, nella costruzione del racconto e del fil rouge del percorso di visita, qualcosa si può fare. Eccome. Lo dimostrano i risultati di Amuseapp, startup italiana nata in Veneto, che propone a musei e spazi espositivi audioguide e contenuti multimediali a portata di smartphone, realizzati con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e pensati “a misura di visitatore”.

Alla base c’è l’idea che non basti più fornire un’unica traccia valida per tutti. Diverse sono le categorie di utenti che si avvicinano a un’esperienza culturale e, di conseguenza, altrettanto diversi devono essere gli strumenti di supporto alla visita. I numeri – con un 44% di audioguide ascoltate fino alla fine, secondo i dati forniti dalla startup – sembrano indicare una direzione promettente. Per capirne meglio le dinamiche, abbiamo approfondito con loro questi temi.

L'audioguida per musei Amuseapp
L’audioguida per musei Amuseapp

Un’audioguida per musei contro la museum fatigue

Il termine museum fatigue arriva per la prima volta all’attenzione del pubblico nel 1916, grazie allo studioso Benjamin Ives Gilman, in un rapporto pionieristico pubblicato su The Scientific Monthly. Si riferisce al fenomeno di affaticamento fisico e percettivo dei visitatori durante la fruizione di un’esperienza museale. La possibilità di ritrovarsi in questo stato varia da persona a persona – e da museo a museo – e tende a intensificarsi con l’allungarsi della visita. Accanto a questo fenomeno, ci sono poi ulteriori dati che completano il quadro. Alcuni studi riportano, ad esempio, che il tempo medio di osservazione di un’opera non supera i ventisette secondi. Un tempo decisamente basso, sintomo di un “guardare e passare” superficiale che caratterizza sempre più anche le esperienze culturali.

Quando i ritmi quotidiani accelerano, anche le occasioni di svago e tempo libero si restringono nei tempi e finiscono per richiedere maggiore velocità. Con conseguenze negative sulla profondità con cui si vive ogni momento. Il museo può opporsi a questa accelerazione, ma per farlo in modo efficace deve trovare strumenti capaci di trattenere il pubblico qualche secondo in più davanti alle opere.

Amuseapp: l’audioguida per musei che risponde alla voglia di conoscere

È da queste premesse che nasce Amuseapp: un’app che offre i suoi servizi a musei e spazi culturali, proponendosi di rinnovare il mondo delle audioguide attraverso un uso mirato dell’intelligenza artificiale. Non un semplice chatbot, né una traccia prodotta interamente da un computer, ma un sistema più articolato, pensato sul modello vincente delle piattaforme streaming. Al cuore del progetto c’è una logica molto chiara: “un bambino di otto anni e uno storico dell’arte non potranno mai ascoltare e apprezzare la stessa audioguida. L’AI ha reso economicamente sostenibile produrre contenuti differenziati che prima nessun museo poteva permettersi”. Contenuti che possono aiutare a riconquistare il tempo trascorso davanti alle opere, senza guardare l’orologio.

Più percorsi, quindi, con linguaggi e durate pensati ad hoc per diversi target di pubblico, secondo distinzioni che guardano all’età, al grado di conoscenza della materia, al tempo a disposizione e agli interessi personali. Un esempio? Alla Basilica di San Pietro sono state sviluppate quattro audioguide differenziate per pellegrini, famiglie, esperti d’arte e appassionati di storia. Il tutto sia come web app – senza necessità di download – sia come mobile app per chi pensa di farne un uso più continuativo, con funzioni avanzate e traduzioni in 47 lingue.

I visitatori di un museo utilizzano una guida sui loro cellulari. Immagine creata con AI
I visitatori di un museo utilizzano una guida sui loro cellulari. Immagine creata con AI

Con l’audioguida Amuseapp la museum fatigue diventa misurabile

C’è di più: Amuseapp non si limita a fornire contenuti e audioguide di supporto alla visita, ma diventa anche un ricettacolo di dati preziosi per capire meglio il comportamento dei visitatori e individuare possibili punti di intervento.

Sempre guardando al modello delle piattaforme streaming, un altro elemento centrale è la raccolta di informazioni sul pubblico che vadano oltre il semplice numero di utenti giornalieri. L’app registra le interazioni reali con i contenuti: quali tracce sono ascoltate fino in fondo, dove si interrompe l’attenzione, quali domande emergono e quali vengono poste al chatbot integrato, a disposizione degli utilizzatori su richiesta. In questo modo, la museum fatigue non è più soltanto un’impressione generica, ma diventa un fenomeno almeno in parte osservabile, misurabile e interpretabile. Un dato utile non solo per chi sviluppa l’app, ma anche per musei, fondazioni e luoghi culturali interessati a migliorare la qualità dell’esperienza proposta.

I numeri dell’audioguida Amuseapp

Guardando ai risultati concreti registrati a luglio 2026 negli oltre 200 istituti coinvolti – tra musei, mostre, luoghi di culto, fondazioni e musei d’impresa –, su circa 36mila questionari compilati il voto medio è stato di 8,65 su 10, con l’83,8% di promotori e il 7,2% di detrattori. Ma i dati più rilevanti riguardano l’uso dell’applicazione stessa: il 44% degli utenti ha portato a termine tutto il percorso di visita proposto e il 16% ha acconsentito a lasciare un feedback finale, contro una media generalmente indicata intorno all’1-2%. Questi ultimi due numeri suggeriscono che gli sviluppatori siano sulla strada giusta nel creare un prodotto capace di diventare un ausilio interessante alla visita, arricchendola senza appesantirla.

Un altro punto a favore dell’app è la possibilità di raccogliere informazioni specifiche sugli utenti e sulla loro comprensione del percorso espositivo, generando suggerimenti utili anche per gli istituti. Guardando alle domande poste al chatbot, ad esempio, si può capire che cosa il museo non ha spiegato, o avrebbe potuto chiarire meglio. Spesso capita di trovare utenti che chiedono di approfondire la vita e le vicende di personaggi storici presenti nella narrazione del percorso. Più frequente ancora, però – e questo rivela un punto debole nella progettazione degli spazi espositivi e della segnaletica – la domanda è semplicemente: “da dove inizio?” Oppure: “come ci arrivo?”. Un’utile pulce nell’orecchio per migliorare le indicazioni del percorso di visita.

Tra le altre indicazioni emerse grazie ai dati raccolti, si comprende quanto sia importante fornire contenuti narrativi, invece di un semplice elenco di didascalie, e quanto sia determinante, nella fluidità dell’esperienza, la capacità di trovare le opere in sequenza e collegarle correttamente ai riferimenti dell’audioguida.

Tutte informazioni preziose, che vanno nella stessa direzione: capire il comportamento, espresso e tacito, dei visitatori per migliorarne ogni volta di più la soddisfazione durante la visita.

Una ragazza visita una chiesa. Immagine generata con AI
Una ragazza visita una chiesa. Immagine generata con AI

La lezione di Spotify e Netflix applicata al museo con un’audioguida

L’idea finale si spinge oltre il tempo dell’esperienza al museo. Il passo successivo è proseguire il dialogo dopo la visita e prima di un ritorno successivo, o di un’altra occasione simile in un diverso luogo culturale.

L’obiettivo diventa così estendere il “tempo di permanenza” oltre le mura, con preview social capaci di solleticare la curiosità – facendo leva sui gusti del visitatore raccolti durante l’esperienza –, approfondimenti online, contatti via mail e sondaggi successivi per prolungare il ricordo e mantenere vivo il rapporto.

Come suggeriscono le migliori strategie di marketing incentrate sulla persona, il rapporto con l’utente è qualcosa che si costruisce e si consolida nel tempo. Se i musei vogliono mettersi sempre più al servizio della propria cittadinanza, e non soltanto dei turisti mordi e fuggi, occorre creare stima reciproca e abitudine. Una buona offerta di contenuti di supporto all’esperienza è fondamentale, e questa app promette di aiutare in tale direzione.

Audioguida nei musei: come trovare l’equilibrio tra contemplazione e nuovi stimoli?

Tutta questa promessa di contenuti e sollecitazioni alla comprensione ha però anche un possibile lato oscuro: il rischio di perdere il gusto della contemplazione. L’aura che circonda le opere d’arte potrebbe passare in secondo piano davanti a una nuova offerta di contenuti percepita come l’ennesimo bombardamento di stimoli non-stop, simile a quello che assilla le nostre vite quotidiane dal web alla tv. Replicando la logica dello scroll infinito, si potrebbe temere che l’attenzione si sposti dai quadri allo schermo. Per fortuna, la situazione non è esattamente questa. Un simile esito, spiegano gli sviluppatori, “per uno strumento come il nostro sarebbe il fallimento peggiore”.

La strategia di fondo si distacca quindi, almeno in questo punto, da quella delle piattaforme streaming: “La soluzione non è ‘meno contenuti’, è contenuti che sappiano tacere al momento giusto. Un’audioguida ben scritta introduce, contestualizza, e poi si ferma e lascia guardare. Infatti, le nostre tracce durano in media poco più di un minuto, sono pillole che accompagnano lo sguardo, non lo occupano. Il chatbot risponde solo se interrogato: non manda notifiche, non insegue”.

Il Percorso Breve, ad esempio, con una durata di 20-30 minuti, va esattamente in questa direzione: una traccia che restituisce l’essenziale e lascia abbondante tempo per la riflessione. Un incentivo a farsi incuriosire e ad approfondire, senza dimenticare il vero cuore dell’esperienza davanti a un’opera d’arte: un momento personale, in cui mettere tutto in pausa e dedicare qualche attimo al rapporto tra sé e ciò che si osserva. È questo il caposaldo da tenere fermo ogni volta che si sviluppano prodotti simili: strumenti dall’altissimo potenziale, che però non devono mai superare la soglia oltre la quale l’ausilio alla visita rischia di diventare una distrazione.

Emma Sedini

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Emma Sedini

Emma Sedini

Etrusca e milanese d'origine in parti uguali, vive e lavora tra Milano e Perugia. Dopo la Laurea Magistrale in Economica and Management for Arts, Culture, Media and Communication all'università Luigi Bocconi di Milano e un corso professionale in Digital Marketing…

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