Un eclettico designer dello Sri Lanka è diventato protagonista di un libro. Ci ha raccontato tutto
Udayshanth Fernando con il suo brand Paradise Road è un volto del design contemporaneo asiatico e Rizzoli International gli ha dedicato un libro uscito lo scorso maggio. Ci siamo fatti raccontare i dietro le quinte della pubblicazione, del suo lavoro e della sua abitazione
Udayshanth Fernando. Living Design è uscito dai tipi di Rizzoli International alla fine di maggio 2026 per far immergere il lettore nella ricerca e nella vita di un’eclettica figura del design contemporaneo asiatico. Designer, collezionista, imprenditore e fondatore del brand Paradise Road, Udayshanth Fernando (Colombo, 1949) ha costruito nel corso di oltre quarant’anni un linguaggio progettuale che intreccia tradizioni, memoria culturale e artigianato locale, ma sempre aprendosi a nuovi orizzonti. Ricchissimo di immagini che permettono di entrare negli spazi quotidiani di Fernando, oltre che di osservare i suoi progetti, e arricchito dai contributi di Sean Anderson, Sonal Singh e Bandana Tewari, il volume illustra la filosofia che guida la ricerca dell’autore. Ossia, il design come atto culturale, capace di preservare e reinterpretare il patrimonio locale, mettendolo in dialogo con il mondo. Per saperne di più su com’è stato racchiudere la propria vita e le proprie idee in un libro, facendocele raccontare, abbiamo fatto qualche domanda a Udayshanth Fernando.

Intervista a Udayshanth Fernando
Per lei il design è un atto culturale ancor prima che estetico. In che modo un progetto può contribuire a costruire o preservare l’identità di una comunità? Come fa a garantire, cioè, che il patrimonio culturale non diventi un semplice riferimento decorativo, ma resti vivo?
Nel mio lavoro di interior decoration la storia di uno spazio è la tela sulla quale inizio a progettare o a comporre. Data la mia predilezione per uno stile eclettico, tendo a mettere in contrasto l’antico e il moderno, e la cultura si riflette nella composizione finale attraverso lo spazio e gli elementi che lo abitano. L’atto culturale è, quindi, intuitivo e agisce in modo piuttosto subconscio nel guidare la direzione estetica. È l’aspetto visivo a guidarmi. Il mio lavoro di progettazione, in tutte le sue molteplici forme, è senza tempo, ed è proprio questo che lo mantiene vivo.
Quali sono gli elementi che considera essenziali per creare uno spazio capace di evocare la memoria e generare un senso di appartenenza?
Lavoro con diversi strati di “calore”, con finiture e oggetti vissuti, e accolgo con favore una patina naturale che possa evolversi e invecchiare spontaneamente insieme allo spazio. Credo che questo renda il mio lavoro progettuale più tattile, accessibile e meno intimidatorio, creando così comfort, accoglienza e un naturale senso di appartenenza e intimità.
Paradise Road è diventato un punto di riferimento internazionale per il design, pur mantenendo un forte legame con lo Sri Lanka. Qual è stata la sfida più grande nel portare una visione così radicata in un contesto locale a dialogare con un pubblico globale?
È avvenuto in modo naturale. La mia esposizione a culture diverse e al design internazionale ha forgiato una sensibilità progettuale molto personale e internazionale. Le mie radici srilankesi e la mia attenzione per l’artigianato e la cultura locale mi permettono di valorizzare il talento degli artigiani del luogo all’interno di un design che risulta significativo anche per un pubblico più ampio. Vivo e lavoro seguendo il principio di non lasciarmi guidare dalle tendenze. Questo significa che non progetto per soddisfare una domanda globale a breve termine, ma seguo un’intuizione cosmopolita e personale di ciò che percepisco come giusto in un determinato momento. È un approccio senza tempo e, proprio per questo, i principi del mio design rimangono coerenti e il nostro pubblico si fida della loro onestà e autenticità.
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In Udayshanth Fernando. Living Design le immagini ricoprono un ruolo centrale, offrendo ai lettori un viaggio visivo nel suo mondo. Com’è stato partecipare a questo progetto editoriale e come ha affrontato la sfida di tradurre il suo lavoro in un libro?
È stata una delle più grandi sfide della mia vita fino a oggi. Come si può condensare il lavoro di una vita in meno di 200 pagine di immagini e testi? Ho dovuto affidarmi alle persone di cui mi fido per selezionare ciò che potesse rappresentare una solida introduzione al mio lavoro, partendo dal nucleo centrale: la mia casa e la mia collezione. In verità, ogni progetto avrebbe meritato più spazio e molto è stato necessariamente escluso. Ero soddisfatto? Forse no, almeno per gran parte del tempo: è stato difficile. Progetto da cinquant’anni, ho sviluppato numerose proprietà e disegnato migliaia di prodotti. Oggi apprezzo il lavoro di sintesi compiuto e comprendo perché la pubblicazione si sia concentrata maggiormente sulla mia casa, che custodisce il cuore della collezione costruita nell’arco della mia vita – opere d’arte e oggetti d’arte – e sul rapporto tra i pezzi iconici di Paradise Road, la mia eredità culturale e la mia storia personale.
Ci dice qualcosa proprio della collezione che conserva nella sua casa? In che modo riflette i suoi interessi, le sue fonti d’ispirazione e la sua pratica di designer?
Tutto ciò che possiedo è stato scelto in modo intuitivo e la mia casa è uno spazio in continua evoluzione. Acquisisco ciò con cui sento una connessione, ed è questo a determinare la narrazione di ogni composizione e installazione all’interno dei miei spazi. Ogni volta che acquisto un nuovo oggetto, le composizioni cambiano, i colori delle pareti si trasformano e i mobili possono essere riorganizzati. Continuo a collezionare, progetto prodotti e spazi ogni giorno, e i miei stessi ambienti di vita continuano a ispirarmi.
Vittoria Caprotti
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