La cultura ha già dimostrato il proprio valore. Ora servono istituzioni capaci di governarlo
Ormai è assodato, la cultura rappresenta una leva strategica di sviluppo a diversi livelli e, proprio per questo, l’unico modo per gestirla al meglio è un rinnovato coraggio istituzionale per costruire delle politiche pubbliche integrate tra tutti gli attori coinvolti
Negli ultimi venticinque anni il dibattito italiano sulle politiche culturali ha compiuto un’evoluzione profonda. Se fino agli Anni Novanta era necessario dimostrare che la cultura non rappresentasse soltanto un patrimonio da tutelare o un settore da sostenere, oggi quella discussione può dirsi ampiamente superata. La cultura è ormai riconosciuta come una leva strategica di sviluppo, capace di generare valore economico, innovazione, occupazione, attrattività territoriale, coesione sociale e qualità della vita.
Questa consapevolezza non nasce da intuizioni o da posizioni ideologiche, ma da un patrimonio di studi costruito nel tempo. L’UNESCO ne ha riconosciuto il contributo al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile; la Commissione europea considera le industrie culturali e creative tra i principali motori dell’innovazione e della crescita; il Consiglio d’Europa, con la Convenzione di Faro, ha riaffermato il patrimonio culturale come elemento centrale dello sviluppo democratico delle comunità. In Italia, ricerche come Io Sono Cultura di Fondazione Symbola e Unioncamere, i Rapporti Federculture e numerosi studi universitari hanno consolidato, anno dopo anno, un quadro ormai difficilmente contestabile.
I passi avanti delle politiche pubbliche nel rafforzamento delle imprese culturali
Anche sul piano delle politiche pubbliche sono stati compiuti passi importanti. L’Art Bonus, il rafforzamento delle imprese culturali e creative, gli investimenti del PNRR, i nuovi modelli di partenariato pubblico-privato e una crescente attenzione alla misurazione degli impatti rappresentano risultati concreti. Sarebbe quindi sbagliato affermare che nulla sia cambiato. Al contrario, negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza del ruolo strategico della cultura all’interno delle politiche di sviluppo.

Il ruolo strategico della cultura nello sviluppo dell’Italia
Ed è proprio per questo che oggi siamo chiamati a porci una domanda diversa. Non dobbiamo più dimostrare che la cultura crea valore. Dobbiamo chiederci se il nostro sistema istituzionale sia realmente organizzato per governare quel valore. È questo, probabilmente, il vero nodo delle politiche culturali italiane.
L’evoluzione delle conoscenze è stata infatti più rapida dell’evoluzione della governance. Abbiamo sviluppato metodologie per misurare gli impatti economici e sociali, indicatori di performance, modelli di valutazione, strumenti di partenariato e nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato. Abbiamo imparato a leggere la cultura come fattore di competitività territoriale e di sviluppo sostenibile. Tuttavia, questo patrimonio di conoscenze fatica ancora a tradursi in un modello stabile di governo delle politiche pubbliche.
La cultura come politica trasversale di sviluppo
La cultura continua troppo spesso a essere amministrata come un settore, mentre dovrebbe essere riconosciuta come una politica trasversale di sviluppo. Le competenze rimangono distribuite tra amministrazioni diverse, i livelli istituzionali non sempre dialogano in modo sistematico e la programmazione procede attraverso strumenti che difficilmente riescono a integrarsi con le politiche economiche, industriali, infrastrutturali, educative, ambientali e della ricerca.
Non si tratta di attribuire responsabilità a singole amministrazioni o governi. La complessità del sistema istituzionale italiano rende questa frammentazione, almeno in parte, fisiologica. Tuttavia, proprio la maturità raggiunta dal settore impone oggi un salto di qualità. La cultura non può più essere considerata una materia specialistica, ma deve diventare una componente ordinaria delle strategie di sviluppo del Paese.
La necessità di una governance trasversale tra le istituzioni
Ciò significa costruire una governance capace di mettere in relazione Ministeri, Regioni, enti locali, università, sistema della ricerca, imprese culturali e creative, fondazioni, operatori economici e società civile all’interno di una visione condivisa. Significa programmare su orizzonti temporali lunghi, superando la frammentazione dei singoli interventi. Significa introdurre sistemi permanenti di valutazione degli impatti culturali, economici e sociali, affinché le decisioni pubbliche possano essere orientate sulla base di evidenze e non soltanto di esigenze contingenti.
Ma soprattutto significa riconoscere definitivamente che la cultura rappresenta una vera infrastruttura strategica nazionale. Così come nessuno metterebbe oggi in discussione il ruolo della ricerca, dell’istruzione o dell’innovazione nelle politiche di sviluppo, allo stesso modo la cultura deve entrare stabilmente nella programmazione economica e territoriale del Paese.
Politiche pubbliche integrate: ecco cosa serve alla cultura
Per raggiungere questo obiettivo sarà necessario anche un rinnovato coraggio istituzionale. Le politiche culturali producono effetti che spesso si manifestano nel medio e lungo periodo, mentre le dinamiche decisionali sono inevitabilmente influenzate da orizzonti temporali più brevi. Governare la cultura significa quindi assumere una prospettiva che guarda alle prossime generazioni, costruendo politiche capaci di produrre valore pubblico duraturo. Le ricerche hanno svolto il loro compito. Hanno dimostrato che la cultura genera sviluppo, occupazione, innovazione e competitività. Oggi non serve aggiungere nuove prove a quanto già sappiamo. Serve piuttosto costruire istituzioni in grado di trasformare stabilmente queste conoscenze in politiche pubbliche integrate.
La sfida del prossimo decennio non sarà quindi quella di continuare a dimostrare il valore della cultura, ma quella di governarlo. È in questo passaggio che si giocherà una parte importante della capacità dell’Italia di trasformare il proprio straordinario patrimonio culturale in uno dei principali motori dello sviluppo economico, sociale e civile del Paese.
Stefano Monti
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