“La volta giusta è quella in cui scegliamo noi stessi”. Intervista alla scrittrice Lorenza Gentile
La scrittrice, vincitrice del Premio Bancarella 2026 ci racconta “La volta giusta”, il romanzo che attraverso la storia di Lucilla riflette sull’importanza di vivere il presente e di cercare di conoscere sé stessi
Lucilla ha trent’anni e, per essere amata, ha spesso cercato di adattarsi agli altri. Ne La volta giusta, il libro di Lorenza Gentile (Milano, 1988) edito da Feltrinelli, vince con Enrico un bando per gestire una locanda in un piccolo paese delle Alpi Marittime, ma lui non arriva e lei resta in montagna, dentro un progetto nato per due e un sogno che forse non è davvero il suo. Intorno a lei prende forma una comunità pronta ad aiutarla, mentre resta aperta la domanda al centro della storia: quand’è il momento per diventare finalmente se stessi? Ne abbiamo parlato con l’autrice, vincitrice del Premio Bancarella 2026.

Intervista alla scrittrice Lorenza Gentile
Che emozione ti dà questo riconoscimento?
Immensa, perché il Bancarella è il premio dei librai e, in un certo senso, anche dei lettori, visto che nessuno come loro ha il polso di ciò che le persone cercano nei libri e di quanto una storia possa entrare nella vita di chi legge. Per me ha un valore speciale anche perché ho un rapporto molto stretto con chi mi segue e con tante librerie, quindi, lo sento come una conferma importante: significa che quello che scrivo arriva, accompagna e lascia qualcosa.
Le tue storie iniziano spesso da un momento di crisi. Perché?
Perché è dalle crepe che entra la luce e, quando tutto si incrina, siamo costretti a guardarci con più sincerità, a mettere in discussione ciò che davamo per certo e a cominciare un percorso più vicino a noi stessi. Lucilla, all’inizio, non si conosce davvero, perché ha sempre lasciato agli altri il compito di definirla e ha vissuto la propria vita come un problema da risolvere. Proprio la crisi diventa per lei l’inizio di un cammino nuovo.
È facile confondere l’amore con il bisogno di essere salvati?
Molto, Lucilla finisce per scambiare l’amore con l’approvazione, facendo di tutto per essere scelta senza chiedersi davvero che cosa desideri lei. Volevo raccontare il momento in cui capisce che prima bisogna conoscersi e diventare ciò che si è, perché solo allora l’amore può essere un incontro vero e non una forma di annullamento.
Possiamo dire che anche la montagna sia protagonista nella storia?
Sì, isola Lucilla e allo stesso tempo le offre un modo diverso di vivere, costringendola a misurarsi con la realtà concreta delle cose. A milleduecento metri, in un paese di quindici persone, con il freddo, il gelo e pochi servizi, lei arriva sentendosi sempre meno di qualcosa e mai abbastanza, ma quel luogo le mostra invece ciò che sa fare. Oltre a tagliare la legna, raccogliere funghi, fare il pane, soprattutto integrarsi in una comunità di persone che la accolgono per quella che è.
Certi posti riescono a farci vedere meglio chi siamo?
Ogni luogo tira fuori una parte di noi, un po’ come accade con le persone, e ci sono posti che ci mettono davanti a domande che avevamo evitato. In questa storia la montagna costringe la protagonista a guardarsi dentro e, anche se all’inizio questo la spaventa molto, poco alla volta sarà proprio ciò che la salva.
C’è anche il tema del piccolo borgo che prova a resistere…
Mi interessava raccontare un borgo a rischio di spopolamento come possibilità, senza trasformarlo in una soluzione ideale, perché mi colpiscono le persone che scelgono di tornare nei piccoli paesi o di andarci per aprire ristoranti, librerie, rifugi, alberghi diffusi. In questi gesti c’è il coraggio di cambiare vita e di guardarla da un’altra prospettiva, però non volevo idealizzare nulla, perché se scappi dai tuoi problemi, i problemi ti seguono anche lì.

Stare soli può diventare una forza?
Sì, quando diventa uno spazio di ascolto, perché per volersi bene bisogna conoscersi e per conoscersi servono tempo, silenzio e domande vere. La solitudine è un passaggio importante nella crescita personale, qualcosa da coltivare anche quando abbiamo rapporti pieni e felici, perché ci aiuta a ricordare chi siamo, dove stiamo andando e come stiamo cambiando.
Quanto possono cambiarci le persone che entrano nella nostra vita?
Moltissimo, soprattutto quando non ci chiedono di essere diversi, perché a volte basta essere guardati senza giudizio per iniziare a vedersi in modo nuovo. Nei miei romanzi gli incontri sono centrali proprio per questo: spesso i personaggi ritrovano se stessi attraverso gli altri, grazie a qualcuno che arriva nel momento in cui sono pronti ad ascoltare davvero.
E come si riconosce una relazione che aiuta a crescere?
Si riconosce perché ci lascia spazio e non ci chiede di diventare altro. Mi interessano i legami tra persone molto diverse che però condividono qualcosa di profondo, rapporti in cui ci si ascolta, ci si rispetta e si cresce senza forzature, come può accadere in una comunità, in un quartiere, in un ashram o in un book club, luoghi dove le persone si incontrano davvero.
Hai vissuto a Milano, Firenze e in un ashram in Puglia, un luogo legato al silenzio e alla ricerca interiore. Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?
Sono cresciuta con un’educazione molto aperta alla filosofia orientale, che mi ha insegnato soprattutto l’importanza del presente. Stare nel presente significa accettare chi sei e il punto in cui si trova la tua vita. Per me è una chiave di libertà, e riguarda anche la scrittura: quando scrivo devo restare dentro la pagina e ascoltare la storia, senza farmi guidare da ciò che gli altri potrebbero aspettarsi.
Come si trova l’equilibrio tra dolore e luce, con le parole?
Parto sempre dal dolore e non lo cancello, perché i miei libri non vogliono essere fughe dalla realtà, ma tentativi di leggerla in modo diverso. La vita è difficile per tutti, però attraverso gli altri e attraverso il tempo che dedichiamo a noi stessi può aprirsi anche una dimensione di gioia, e per questo credo che dolore e luce possano convivere.
Esiste davvero un momento giusto per cambiare?
Il titolo nasce proprio da questa domanda: esiste una volta giusta, e allora esiste anche una volta sbagliata, oppure esiste una volta nostra, che non dipende dal giudizio degli altri? Noi cambiamo continuamente, e aprirsi al cambiamento significa aprirsi alla vita, perché a volte non serve stravolgere tutto: basta guardare la propria esistenza in un modo nuovo.
Ginevra Barbetti
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