Migliaia di donne fotografate a loro insaputa. Perché il caso Ray Banhoff riguarda l’arte ma soprattutto il consenso

Il fotografo Ray Banhoff è al centro delle polemiche per le foto (anche intime) rubate a migliaia di donne per le vie di Milano. Una vicenda che necessita una riflessione sui rapporti tra arte ed etica, ma soprattutto su quanto ancora ci sentiamo in diritto di oggettificare il corpo femminile

Pare che la polemica di inizio estate sia quella legata ad un “progetto fotografico”, se così lo possiamo definire, risalente al 2015. Al centro del polverone c’è il fotografo Ray Banhoff (al secolo Gianluca Gliori) e la sua serie Fie, realizzata per le strade di Milano e composta da tremila scatti (anche intimi) di donne ignare di essere fotografate. Se al tempo della sua pubblicazione la questione non aveva destato scalpore, oggi le cose sono ben diverse: il profilo Instagram æsteticasovietica ha riesumato questa vicenda da un immeritato oblio durato dieci anni, e l’opinione pubblica ha detto la sua.

Il progetto “Fie” di Ray Banhoff

Nei suoi post del 21 giugno, æsteticasovietica ha ripubblicato dei video in cui Banhoff spiegava la genesi del progetto: “Con un gruppo di amici abbiamo fatto un gruppo Whatsapp e l’unico scopo del gruppo era mandarci foto di donne di Milano. Veniva vista come una cosa sessista, in realtà era un esperimento goliardico con gli amici che la mattina, depressi, andavamo al lavoro e dicevamo guarda ‘Ho visto la madonna’ e c’erano le foto di una”. E ancora: “Io sono un uomo che ama le donne e rispetta le donne, e ama esteticamente le donne. Andare a Milano, più che andare a New York, a Tel Aviv, a Los Angeles, a Berlino, a Parigi, le donne che ho visto a Milano non le ho mai viste nel mondo. Quindi profumo di crema idratante, di lucidalabbra, di capelli appena fatti…”. Basta leggere queste parole per rendersi conto di quanto questa concezione della “street photography” sia totalmente distaccata da una cultura del consenso che stiamo faticosamente cercando di costruire. Non solo, si tratta di una evidente ammissione di colpa, dato che, se fotografare le persone in luoghi pubblici non è reato, lo è sicuramente diffondere gli scatti in chat private e, a maggior ragione, pubblicarle in un libro d’artista. Con l’aggravante etica, come notano diversi commentatori, che fotografare solo il genere femminile (e farlo in un certo modo) contribuisce ad una sessualizzazione e oggettificazione delle donne attraverso uno sguardo maschile che persiste nella sua natura predatoria.

Migliaia di donne fotografate a loro insaputa. Perché il caso Ray Banhoff riguarda l'arte ma soprattutto il consenso

Arte e stalking: cosa ci insegna il caso di Vito Acconci

Come se poi lo stalking sia qualcosa di innovativo in arte: in Following Piece (1969), il performer Vito Acconci pedinava persone scelte a caso per le strade di New York, finché non entravano all’interno di un edificio. Nonostante abbia adottato un comportamento inappropriato (e sicuramente illegale per gli standard odierni), Vito Acconci non solo non sceglieva le persone da pedinare in base al genere, ma era anche pienamente consapevole della sua inadeguatezza, tanto da renderla parte integrante dell’opera. Come d’altronde accadeva anche in Seedbed (1972), quando restò per ore al di sotto del pavimento rialzato della Sonnabend Gallery di New York, masturbandosi e commentando sessualmente le persone che entravano nello spazio, costrette a sentirlo senza vederlo. Il disagio dello spettatore era una colonna portante della performance, che già molto prima dell’odierno discorso pubblico e politico sul consenso ne stressava i limiti, senza nascondersi dietro al velo della “goliardia”.

Migliaia di donne fotografate a loro insaputa. Perché il caso Ray Banhoff riguarda l'arte ma soprattutto il consenso
Vito Acconci, Following Piece, 1969

L’arte non giustifica l’abuso

È proprio qui la differenza: la dichiarazione di inconsapevolezza, di buona fede, di “rispetto per le donne” (anche se solo a parole) non regge più. Non regge giustificare la condivisione senza consenso del corpo altrui chiamando in causa gruppi social tra amici come se sminuissero la questione, soprattutto dopo i recenti casi gravissimi come “Mia moglie” o la chat dei dipendenti ATM usata per scambiarsi foto di donne inconsapevoli. E non regge nemmeno dire, come Banhoff ha fatto in risposta alla polemica, che sono foto che non realizza più, se prima non si fa ammenda e non si riconosce la gravità dei fatti. La storia dell’arte contemporanea è ricchissima di esempi (come Vito Acconci, appunto) che dimostrano quanto l’opera d’arte e l’etica non debbano necessariamente andare d’accordo. E potremmo anche accettare di chiamare Fie un progetto artistico, ma solo dopo aver stabilito che l’arte non è mai una giustificazione dell’abuso.

Alberto Villa

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Alberto Villa

Alberto Villa

Nato in provincia di Milano sul finire del 2000, è critico e curatore indipendente. Si laurea in Economia e Management per l'Arte all'Università Bocconi con una tesi sulle produzioni in vetro di Josef Albers (relatore Marco De Michelis) e attualmente…

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