Progettare come si gioca: è la ricetta del design alpino in mostra a Milano
La montagna non è un paesaggio da cartolina, immobile e rassicurante, ma un luogo vivo, vitale, dove la sperimentazione segue le stesse dinamiche del gioco: è la tesi di Anna Quinz con Sciscioré, una selezione di oggetti di design del Trentino-Alto Adige all’ADI Design Museum
C’è un’immagine che viene alla mente prima di ogni altra quando si pensa al Trentino o all’Alto Adige: quella, piuttosto stereotipata, di una baita o di un maso accoccolati sul fianco di un pendio con un prato verdissimo e qualche mucca al pascolo. Se parliamo di design, l’immaginario collettivo è popolato da sculture in legno intagliato e angioletti di ceramica, e questo nonostante le due province autonome abbiano dato i natali a Ettore Sottsass senior (ma il Trentino ha avuto un ruolo fondamentale anche nella formazione del figlio designer), a Marco Zanini, a Matteo Thun, a Martino Gamper, ad Hannes Peer e a diversi altri grandi nomi del settore.

Sciscioré, una mappatura del design di montagna senza retorica
Anna Quinz,curatrice e comunicatrice altoatesina, cerca da anni di decostruire quell’immaginario da cartolina fatto di cliché come le mucche e i filari di mele con il suo studio franzLAB che ha come motto proprio “more than apples and cows”. Il progetto Sciscioré, in mostra all’ADI Design Museum fino al 28 giugno, è nato lo scorso anno ed è cresciuto nel tempo, con un carotaggio del design trentino e altoatesino che dai 24 oggetti presentati al pubblico di Edit Napoli nell’ottobre del 2025 si è fatto via via più profondo. Oggi, in uno dei due templi del progetto milanese sono riuniti circa 110 pezzi che restituiscono, senza retorica, la complessità del design alpino contemporaneo e la varietà delle competenze tecniche e artigianali custodite tra cime e valli. Il filo conduttore tra le diverse esperienze è il gioco, inteso come tema progettuale ma anche come metodo. “Sciscioré è una parola ladina usata in Val Badia che indica il gioco delle biglie”, spiega la curatrice. “Quando ho cominciato a selezionare i designer della mia regione che avrei voluto portare con me a Napoli mi sono accorta che, nonostante i loro linguaggi fossero molto diversi, avevano in comune l’interesse per questo tema. Alcuni di loro hanno progettato dei giocattoli o degli oggetti con una forte componente ludica, altri amano lavorare con metodologie leggere, giocose, informali”.
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Il gioco nella storia del Trentino-Alto Adige
A rendere più solida l’ipotesi del gioco come matrice culturale e produttiva tipica di quei territori c’è anche un’aderenza storica: la produzione di giocattoli artigianali, prima dell’avvento del turismo di massa, era una voce importante nell’economia locale e un’attività alle quale grandi e piccini si dedicavano durante i lunghi inverni. “Nei masi isolati si viveva di agricoltura. Nei mesi più freddi, però, con i campi lasciati a riposo, le famiglie producevano in casa, a mano, cavallini e bambole che poi venivano affidati ai commercianti ambulanti e venduti in tutto il mondo. Nelle fotografie d’epoca vediamo interi nuclei famigliari, con genitori e figli, intenti ad assemblare questi oggetti che erano artigianali e radicati nel territorio ma, nel loro piccolo, rappresentavano una forma precoce di design da esportazione”, ricorda Anna Quinz. Un altro grande anticipatore è stato Fortunato Depero (Fondo, 1892 – Rovereto, 1960), artista nato in Val di Non capace di riconoscere nel manifesto Ricostruzione futurista dell’universo la forza generativa del gioco e il suo ruolo di catalizzatore dell’immaginazione oltre che creatore di galline su ruote, cavalli a dondolo e altri giocattoli per bambini. “Qui possiamo parlare proprio di un «effetto Depero», perché questa dimensione dell’assemblaggio e del colore si ritrova nel lavoro di molti progettisti di oggi”. Il gioco diventa metodo progettuale, e il designer è in fin dei conti un bambino nel corpo di un uomo, o di una donna, che non smette di smontare e rimontare come ha fatto, per esempio, Martino Gamper con le cento sedie in cento giorni (“100 Chairs in 100 Days”) che lo hanno reso famoso.

Artigianato, icone del design e pezzi di designer emergenti in mostra
Gli oggetti in mostra, oltre un centinaio tra arredi, lampade, tessuti e accessori, sono suddivisi in dieci sezioni tematiche che richiamano l’universo del gioco e dell’infanzia e legati tra loro da assonanze. Ci sono pezzi di artigianato artistico legati alle tradizioni e al folklore locale come la maschera da Krampus dello scultore classe 1993 Luca Pojer o la bambolina di legno di pino cembro scolpita da Judith Sotriffer, l’ultima artigiana giocattolaia rimasta in Val Gardena. Ma anche oggetti di design riconducibili alle avanguardie degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta che magari non tutti avrebbero saputo ricollegare al Trentino-Alto Adige, come per esempio il divano Rumble dell’“anarchitetto” Gianni Pettena, disegnato nel 1967, e la lampada Tahiti del periodo Memphis di Ettore Sottsass jr, e grandi classici come la lampada Gatto di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, a testimonianza degli esordi di Flos a Merano con l’applicazione dell’innovativo materiale cocoon sviluppato da Artur Eisenkel. E, ancora, i progetti premiati nel corso degli anni con il Compasso d’Oro tra i quali ricordiamo lo scarpone da sci Masterlite progettato da MM Design per Garmont visto che gli sport invernali hanno un’importanza cruciale in questo territorio. Ma sono soprattutto le creazioni contemporanee, dagli animali stilizzati del roveretano Luca Boscardin ai cuscini abbracciabili di Dissegna, dalle sedie leggerissimo ed essenziali di Harry Thaler agli arredi per camerette di Das ganze Leben pensati per crescere insieme al bambino, a raccontare la montagna come un laboratorio in grande fermento.
Giulia Marani
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