Il capolavoro teosofico del Vittoriale: la maschera egizia millenaria che d’Annunzio trasformò in una croce 

Non un semplice capriccio ma una complessa operazione di assemblaggio teosofico e alto artigianato spirituale. Ecco come il Vate, grazie all’intervento dell’artista Giuseppe Guidi, ha conferito nuovo significato al prezioso reperto egizio a Gardone Riviera

el labirinto claustrofobico e sacrale della Prioria, all’interno del Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera, esiste un luogo in cui il sincretismo religioso di Gabriele d’Annunzio (Pescara, 1863 – Gardone Riviera, 1938) cessa di essere semplice eclettismo decorativo per farsi vera e propria teologia privata.  È la Stanza delle Reliquie, l’ambiente in cui il Vate radunò i simboli di tutti i culti sotto l’assunto che tutte le religioni concorrevano ad attestare l’eternità dell’uomo. ​Ed è qui, appoggiata contro un paravento scuro, all’ombra del monumentale Leone di San Marco in pietra grigia, che si custodisce un’opera tanto magnetica quanto sommersa e dimenticata dalla critica mainstream: una straordinaria croce polimaterica che unisce l’archeologia dell’Antico Egitto all’avanguardia delle arti applicate del Novecento.

​Il grande artista e smaltatore Giuseppe Guidi a Gardone Riviera

​Per dare corpo alle sue ossessioni e visioni, d’Annunzio non cercava semplici esecutori, ma veri e propri artefici e maestri in grado di plasmare la materia. Trovò ciò che cercava in Giuseppe Guidi (1881–1931), pittore e abile smaltatore di Castel Bolognese, introdotto a Gardone Riviera dal mercante bresciano Dante Bravo, titolare di una rinomata Bottega d’Arte. ​Nel carteggio originale conservato al Vittoriale, l’attività di Guidi viene evocata con un’enfasi che sfiora il vocabolario alchemico: egli opera sempre “se il fuoco non lo tradisce”.  Lo smalto su rame a gran fuoco è, dopotutto, una trasmutazione, il colore non esiste prima della cottura, viene partorito dalle reazioni metalliche ad altissime temperature nel crogiuolo della fornace, quasi fosse il leggendario atanor degli alchimisti. ​D’Annunzio ne era stregato. Esigeva da Guidi i suoi “colori intieri”, i preferiti, — il rosso porpora e il blu cobalto — per rivestire i soggetti sacri di un’aura bizantina e incorruttibile, capace di sfidare la degradazione del tempo.

La maschera egizia del Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera
La maschera egizia del Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera

Al Vittoriale il cortocircuito millenario: la maschera egizia e la Passione

​L’opera di cui scriviamo è un vertice di appropriazione e risignificazione sacrale. Al centro della composizione, adagiata su un cuscino di rasatello d’oro che funge da nimbo, campeggia una maschera funeraria egizia femminile, un reperto autentico e rarissimo risalente a 3500 anni fa, al Nuovo Regno, l’età dell’oro dei grandi faraoni. ​Attorno a questo volto millenario, l’alchimista Guidi montò quattro placche in rame smaltato che disegnano una struttura a croce, raffiguranti i momenti principali del dramma cristiano della Passione: l’Ultima Cena, la condanna di Cristo, la Crocifissione e la Deposizione.
Le formelle lignee che serrano gli smalti sono strettissime, geometriche, ridotte all’essenziale secondo i desideri del Vate, che nel gennaio del 1925 esigeva per le opere di Guidi cornici simili al “cerchio di un anello che regga un frammento di lapislazzuli”.  L’effetto visivo è ipnotico e quasi onirico, pervaso di profondo simbolismo: le scene della Passione, sature di quel blu profondo e magnetico, cingono il legno stuccato della mummia in un abbraccio protettivo e geometrico.

Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera
Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera

​Il rovesciamento teologico operato da D’annunzio e Guardi attraverso la maschera egizia al Vittoriale

​La vera chiave di volta dell’opera risiede nella sua profonda matrice femminile.  Nell’antico Egitto del Nuovo Regno, la maschera funeraria di una donna non era un semplice ritratto delle sue fattezze mortali, ma la sua trasfigurazione in Iside, la Grande Madre archetipica, colei che ricompone i frammenti del corpo del consorte per sconfiggere la morte e garantire la rinascita.
Collocando i quattro smalti della Passione attorno a questo antico volto femminile, d’Annunzio e Guidi operano un rovesciamento teologico e psicanalitico di straordinaria densità. Nelle formelle della Crocifissione e della Deposizione, lo spazio visivo è dominato dall’intenso e permeante dolore delle Pie Donne e della Vergine.  Il pianto disperato delle madri evangeliche sul Cristo deposto rievoca, a distanza di tre millenni, il lamento rituale di Iside e Nefti sul corpo di Osiride.  La Passione di Cristo, evento cardine di una nuova era, viene letteralmente incastonata e accolta dentro il grande grembo materno del mito egizio. La morte del Dio storico viene trasmutata dal principio femminile della rigenerazione eterna.

La maschera egizia al Vittoriale un’operazione di artigianato spirituale

​Quest’opera non può essere liquidata come un capriccio da cabinet de curiosités, né tantomeno come un mero esercizio di gusto Déco. Siamo di fronte a un potente assemblaggio teosofico e polimaterico, un’operazione di altissimo artigianato spirituale. D’Annunzio fornisce la carica sacrale della più ancestrale antichità evocando il mistero d’Oltretomba, Guidi ci mette il calore e la trasmutazione della sua tecnica metallurgica per sigillarne la fusione.
Nella Stanza delle Reliquie, questa croce-maschera si erge a perfetto talismano contro la decomposizione fisica e spirituale. Un oggetto in cui l’eternità della carne preservata dalle resine del deserto e l’eternità del vetro cotto nel grande fuoco si incontrano nel nome del mistero più antico del mondo: quello della Madre che affronta la Morte per generare l’Immortalità.

Armando Bellelli

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Armando Besio

Armando Besio

Nato a Genova nel 1957, si è laureato in Storia dell’arte con Corrado Maltese. Vincitore di una borsa di studio Fieg-Fnsi, ha esordito come cronista del “Secolo XIX”, è stato poi inviato speciale del “Lavoro”, capo servizio del Venerdì di…

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