Potere, desiderio, dipendenza. L’attualità del cinema di Rainer Werner Fassbinder
Dalle suggestioni di Montherlant al dolorismo sentimentale, il regista tedesco ha raccontato come desiderio, dipendenza e dominio si intreccino nelle relazioni umane. A oltre quarant’anni dalla sua morte, la sua lezione appare più attuale che mai
A oltre quarant’anni dalla sua morte, il cinema di Rainer Werner Fassbinder (Bad Wörishofen, 1945 – Munich, 1982) continua a parlare al presente con una lucidità sorprendente. In un’epoca segnata dal dibattito sulle relazioni tossiche, sulle asimmetrie di potere e sulla dipendenza affettiva, le sue opere conservano una straordinaria capacità di leggere le contraddizioni della vita sentimentale. Ciò che Fassbinder metteva in scena negli anni Settanta non appare oggi come una provocazione d’epoca, ma come una diagnosi ancora attuale.
Le radici teoriche: Montherlant e il “dolorismo”
Nel suo cinema l’amore non coincide mai con la felicità o la redenzione. È piuttostoun terreno di conflitto in cui desiderio, dominio e sottomissione si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Una delle matrici teoriche di questa visione può essere rintracciata nell’opera di Henry de Montherlant, autore che il regista lesse in gioventù e che influenzò profondamente la sua rappresentazione delle relazioni umane. Nella tetralogia delle 4Jeunes Filles, Montherlant elabora il concetto di “dolorismo”, l’idea che la sofferenza costituisca la prova più autentica del sentimento. L’amore diventa così dipendenza dal dolore, ricerca della ferita come conferma del legame. Fassbinder riconobbe apertamente il proprio debito verso lo scrittore francese, dichiarando di essersi ispirato al personaggio di Andrée Hacquebaut per alcune delle sue figure femminili più memorabili. In un’intervista definì il romanzo di Montherlant “un bel libro, certo, naturalmente molto fascistoide, ma molto bello”.
Desiderio, umiliazione e potere in Rainer Werner Fassbinder
L’influenza di Montherlant emerge con particolare evidenza in Satansbraten (1976), uno dei film più feroci del regista. Il protagonista Walter Kranz, poeta fallito e narcisista, esercita un potere distruttivo sulle donne che lo circondano. La devota Andrée accetta ogni umiliazione pur di ottenere il suo amore, incarnando perfettamente la logica dolorista. In questo universo il desiderio coincide con il possesso e il sesso con l’esercizio del potere. Non a caso Kranz arriva a chiedersi: “In ogni atto di coito non c’è forse un elemento di stupro?”. La provocazione rivela uno dei nuclei centrali del cinema di Fassbinder: l’impossibilità di separare completamente eros e dominio. Ma il regista non si limita alla provocazione. Nel 1979 dichiarò: “Per me ogni arte è terapia”. E aggiunse: “Invece di ammazzare qualcuno, giro una scena. Preferisco di gran lunga vedere belle scene piuttosto che gente morta”. L’arte diventa così uno strumento per elaborare le tensioni più oscure dell’esperienza umana.
La dinamica tra dominio e dipendenza attraversa tutta la sua filmografia. Ne Il diritto del più forte (1975), interpretato dallo stesso regista, Fox, un operaio ingenuo arricchitosi grazie a una vincita alla lotteria, viene progressivamente sfruttato dall’ambiente borghese del compagno Eugen. L’amore si trasforma in un meccanismo di sfruttamento economico e sociale. Ancora più celebre è Le lacrime amare di Petra von Kant (1972). Petra, stilista affermata e autoritaria, domina la silenziosa assistente Marlene. Quando però si innamora della giovane Karin, i rapporti di forza si ribaltano: la dominatrice diventa vittima e l’amante diventa dipendente. Chi ama soffre, chi è amato esercita il potere.
Nel cinema di Rainer Werner Fassbinder non c’è nessuna redenzione, solo lucidità
Ciò che rende Fassbinder così attuale è la sua capacità di mostrare le strutture di potere che si nascondono dietro i sentimenti. I suoi personaggi non sono soltanto individui, ma incarnazioni di forze sociali, economiche e psicologiche. L’amore non cancella le differenze di classe, di genere o di potere: le rende più evidenti. Fassbinder non offre soluzioni né consolazioni. Come afferma nel cortometraggio Das kleine Chaos: “Tutto ciò che mi fa male mi fa bene”. E, ancora nel 1979, sosteneva che l’arte permette di “liberarsi dal sistema restando dentro il sistema”. Forse è proprio qui che risiede la persistente attualità della sua opera: nella capacità di ricordarci che l’amore non è mai un territorio innocente, ma uno spazio di conflitto in cui vincitori e vinti si scambiano continuamente i ruoli.
Giuseppe Balducci
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