Le donne abbandonano il lavoro nell’arte (e se non lo hanno fatto, lo faranno presto)

Lavoro invisibile e povero, poche opportunità di carriera e riconoscimento, grandi carichi di impegno e compensi magrissimi. Un report rivela le barriere strutturali e la crisi delle donne che lavorano nel settore artistico e prova a indicare cosa fare per evitare che mollino tutto

Sono preoccupanti, anzi allarmanti, i dati che emergono dal rapporto Hardwiring Change II: Buying Back Time, prodotto e appena pubblicato da AWITA Association of Women in the Arts e dalla piattaforma web Artnet, che rivela che il settore artistico potrebbe trovarsi di fronte a una significativa fuga di talenti femminili e di professioniste, se non si deciderà ad affrontare i problemi strutturali che colpiscono le donne. E a far finta che non esistano discriminazioni di genere, di classe, di razza, o che, nella stanca narrativa della meritocrazia, non siano quelle a determinare successi ed esclusioni.

Non è un lavoro per donne. La crisi delle professioniste dell’arte nella ricerca di AWITA e Artnet

Realizzata su un campione di oltre 2.000 professioniste del settore artistico, la nuova analisi – la seconda realizzata in collaborazione da AWITA e Artnet – rileva che il 48,3% delle professioniste dell’arte intervistate tra i 25 e i 34 anni e il 50,6% di quelle tra i 35 e i 44 anni stanno considerando di abbandonare il lavoro nel mondo dell’arte nei prossimi cinque anni. Una donna su due potrebbe quindi mollare tutto.“Rappresentiamo il 75% della forza lavoro culturale nelle arti visive, eppure gran parte del nostro lavoro rimane invisibile”, spiega Sigrid Kirk, cofondatrice e CEO dell’Association of Women in the Arts (AWITA). Una crisi che riguarda tanto gli impieghi nelle organizzazioni non profit (53,3%), che quelle nel mercato dell’arte (49,2%). E colpisce, trasversalmente nella filiera, chi l’arte la produce, chi la espone e la distribuisce sul mercato, e quindi le artiste, le curatrici, chi lavora nelle gallerie e nel mondo delle aste, come delle istituzioni artistiche. Nonostante si tratti in molti casi di persone altamente qualificate, mid-career, in fasce d’età e momenti di carriera in cui si dovrebbe accedere ai ruoli di leadership.

Le donne abbandonano il lavoro nell'arte (e se non lo hanno fatto, lo faranno presto)
Sigrid Kirk, Direttrice di AWITA. Courtesy AWITA

Gli ostacoli del mondo dell’arte per le donne

Più in dettaglio, a rispondere alla survey del 2026 è stato un campione basato per il 35% nel Regno Unito, per il 37% negli Stati Uniti e per un 16% in Europa, con una prevalenza di persone bianche o caucasiche, con titoli di studio superiori – il 53% delle partecipanti ha diploma di master – e vent’anni di carriera alle spalle, nel 46% dei casi. Se già il sondaggio realizzato nel 2025 aveva evidenziato la disparità nei ruoli di leadership e nelle retribuzioni, l’indagine 2026 non restituisce scenari più incoraggianti e prova a fare un nuovo punto su quali siano gli ostacoli oggettivi – auspicabilmente da rimuovere – che le donne dell’arte incontrano nel loro cammino professionale e come si potrebbe facilitare o rendere almeno ipotizzabile una carriera economicamente sostenibile nel settore artistico. Tra i soggetti più esposti al rischio di abbandono ci sono le lavoratrici che sono anche madri, con una percentuale pronta ad arrendersi del 64,3% per il campione tra i 23 e i 34 anni.

La generazione Millennial lascia il lavoro nell’arte

La tendenza fotografata e le ipotesi sempre più concrete di essere costrette a lasciare il lavoro nel mondo dell’arte riguarda in particolar modo le professioniste che oggi si trovano in una fase intermedia di carriera, che appartengono alla generazione Millennial e iniziano a pensare di costruire una famiglia. Ma si allarga poi anche alle professioniste più giovani, tra Zillennial e Gen Z, che prevedono e valutano già, prima ancora di aver consolidato la propria carriera, gli ostacoli futuri legati a stipendio, assistenza familiare, classe sociale e intelligenza artificiale. “Questo gruppo rappresenta il futuro bacino di leadership”, continua Kirk: “se lo stiamo perdendo, siamo di fronte a una grave crisi di abbandono professionale”.

Le donne abbandonano il lavoro nell'arte (e se non lo hanno fatto, lo faranno presto)
Courtesy AWITA

Retribuzioni, burn out e pregiudizi rendono impossibile alle donne adulte il lavoro nell’arte

Ad avere l’impatto negativo maggiore e preponderante, secondo le professioniste intervistate, sono le retribuzioni insufficienti e inique, il burn out da sovraccarico di lavoro e i pregiudizi strutturali del sistema dell’arte. Ma su tutti il problema della sostenibilità economica è dirimente: il 71,5% delle partecipanti al sondaggio segnala stipendi insufficienti; il 62,9% dichiara di soffrire di ansia legata alle difficoltà economiche generali, che rendono sostanzialmente impossibile costruire vite adulte. L’altro fattore di abbandono presente o futuro dei lavori artistici è identificato nel carico di lavoro, tra quello più propriamente legato alla progettualità artistica e quello amministrativo e logistico, che diventa una miscela esplosiva, se sommato anche alle barriere strutturali dei pregiudizi di genere, razza e classe sociale, a cui il sistema artistico non è certo immune. E che trasformano storie apparentemente singole e personali di difficoltà di realizzazione in una dinamica strutturale di esclusione collettiva.

La leadership femminile resta un miraggio nell’arte

Secondo il rapporto AWITA, il pregiudizio di genere, e dunque la discriminazione delle donne in quanto donne, rimane il principale ostacolo ai percorsi professionali femminili – lo segnala l’82,5% delle intervistate – e la presenza di alcune donne in posizioni apicali non riesce a correggere il tiro del sistema, dove strutture organizzative sostanzialmente obsolete continuano a resistere e a opporsi a ogni possibilità di cambiamento reale. “In Svizzera, Francia e Italia persistono le classiche e arcaiche strutture piramidali, dove le cose vengono fatte nello stesso modo da decenni”, segnala Sigrid Kirk, che osserva, invece “modelli più giovani, più orizzontali e una leadership femminile straordinaria” in alcune regioni del Sud Globale, tra Medio Oriente, Asia e Africa. E le fa eco Touria El Glaoui, fondatrice della fiera d’arte 1-54, che sottolinea che la sfida non riguarda solo la rappresentanza, e quindi la presenza segnaletica delle donne, ma anche la loro permanenza e crescita nel settore: “il lavoro non consiste soltanto nel rappresentare e reclutare talenti diversi, ma nel creare ambienti in cui le persone possano crescere fino a ruoli di leadership e contribuire ai processi decisionali dall’interno”.

Come fermare l’emorragia di professioniste dell’arte?

Il rapporto di AWITA e Artnet si fa dunque anche strumento di rivendicazione di politiche più eque e di roadmap per il mondo dell’arte, e mette l’accento in modo netto sui cambiamenti strutturali necessari a impedire che il mondo dell’arte resti appannaggio degli uomini. Salari equi e trasparenti, maggiore sicurezza lavorativa, formazione e mentoring, opportunità di avanzamento professionale e leadership“una leadership che comprenda le responsabilità di cura, la comunità, la ricerca, l’educazione, il lavoro emotivo e le reti internazionali”, chiarisce Kirk – tutto andrebbe messo in pratica e presto. Tra il lavoro di cura, che ricade in maggior parte sulle donne, anche su quelle che lavorano nell’arte, paghe ben magre e poche opportunità di sviluppi professionali, sono troppe dunque le lavoratrici dell’arte che sono o saranno a breve costrette a trovare altri impieghi, più conciliabili con il resto della vita. “Sarebbe una tragedia rendere impossibile per queste donne continuare il proprio percorso professionale”, conclude Kirk.

Cristina Masturzo

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Cristina Masturzo

Cristina Masturzo

Cristina Masturzo è storica e critica d’arte, esperta di mercato dell’arte contemporanea, art writer e docente. Dal 2017 insegna "Economia e Mercato dell'Arte" e "Comunicazione e Valorizzazione delle Collezioni" al Master Accademico in Contemporary Art Markets di NABA, Nuova Accademia…

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